Clinio. Il risveglio e la persistenza
di Andrea Caiano e Lorenzo Pecchioni | Wine & Archeos
Partiamo dal presupposto che dopo aver degustato e consumato una bottiglia di tale levatura, si dovrebbe semplicemente tacere.
Ciò non solo visto il calibro dei nomi legati alla produzione di questo vino, ma anche per semplice onestà intellettuale: per meglio elaborare pensieri e lasciar sedimentare i sentimenti di un incontro d’indubbia qualità, al quale non è detto si sia capaci d’aggiungere qualcosa di utile con il proprio scrivere.
Se riteniamo di poter prendere parola – comunque solo dopo molte ore -, è perché ci siamo già occupati di vini etruschi in senso storico ed enosofico nei nostri libri degli ultimi anni. E Clinio è, per stessa affermazione dei suoi produttori, un vino che – come vedremo – richiama l’immaginario dell’antichità toscana. Dunque ci risulta in qualche modo necessario inserire questo episodio nel sentiero della nostra ricerca, che segue le orme di Fufluns (il Dioniso etrusco) e di ogni suo possibile risveglio.
Quest’esigenza – quasi impellente – trova energico appiglio nella rigorosa serietà di un progetto – nato pochi anni fa – che di fatto tende a ridisegnare il vertice qualitativo dei vini bolgheresi in una manciata di anni. Sì perché la linea di casa Fratini, con i suoi tre puledri di razza Clinio, Harte ed Hortense – a modesto parere di chi scrive – è già da annoverarsi tra le gemme più fulgide del panorama di Bolgheri. E già avvertiamo una sensazione di brio, d’impazienza, nell’attesa di riassaggiare questi grandi vini tra qualche anno, quando la loro “balsamica spiritualità” sarà giunta all’apice.
La famiglia Fratini dopotutto, non nuova alla produzione di ottimi vini, ha voluto fare le cose davvero in grande, accaparrandosi l’esperienza di enologi come Eric Boissenot ed Emiliano Falsini, dopo aver effettuato un lungo e rigoroso studio dei terreni della tenuta e delle varietà più adatte e promettenti per i magici suoli di questo fazzoletto d’Etruria affacciato sul mare.
Di fatto Clinio si pone, già dalla sua presentazione istituzionale, come vino che rappresenta «lo spirito pionieristico etrusco», che svela la profondità di questa terra sfoggiando oltretutto un nome «di origine etrusca» [dalla Scheda del vino, nda].
Del resto siamo in una zona, quella di Bolgheri ma direi la Costa etrusca in generale, che ha donato vini eminentemente etruscofili nei nomi, nelle immagini e nella pretesa poetica, ispirando alcuni dei paragrafi migliori di chi ha scritto a tal proposito. Quel che ci compete è dunque, anzitutto, localizzare Clinio in questa dimensione enologica-etruscofila, concesso che il nome era sì, probabilmente in uso in epoca etrusca, ma forse d’origine greca e certo d’assonanza romana, con rimando a qualcosa di prestigioso (kleinos) e accomodante (si pensi alla radice greca compresa nella parola triclinio).
Suggerimenti importanti perché da subito, e senza troppe immagini o arcaicismi, testimoniano l’anelito dell’operosità di chi ha prodotto, e quindi la pienezza dell’affermazione del paradigma, appunto etrusco, nella stessa poetica gustativa.
Fatto non semplice e prospettiva assai sottile, ma che viene certamente favorita e condensata dalla semplicità della veste, dalla bottiglia che reca il solo clipeo dorato recante un’aquila, senza troppe sovrastrutture.
Vi è difatti un procedere, in questo vino, che ha un ché di ineccepibile, che conduce per mano col passo calibrato e sontuoso di un lucumone.
Volendo tracciare un’analogia, con nessuna pretesa se non la poesia, possiamo parlare del festoso ma equilibrato, sorridente ma quieto avanzare in un ambiente etrusco, al contempo vitale e sepolcrale, com’è consono a quel popolo che pare vivere, godere della sua stessa fine, nell’afflato di una persistenza oltremondana.
E, continuando la metafora, è un po’ come se procedendo in questo dromos, oltre i tre ambienti-fasi della degustazione, ne incontrassimo un altro: una quarta stanza, sintetizzata nella penombra violacea del bicchiere dall’intensità della persistenza. Una persistenza che crea circostanze a sé, e il cui ricordo resta vivo, appunto, anche dopo qualche ora.
Incontriamo certo note dolci, mediterranee al naso, ma all’entrata in bocca – e, consentiteci di dire, finalmente – è un frutto ricco, maturo e corposo che riempie il palato con un brio invidiabile.
Il tannino è un arco di volta perfettamente costruito che con una delicatezza quasi eterea regge e sostiene il passaggio tra l’ingresso in bocca, limpido e chiaro, e l’aroma, nel quale il Cabernet Franc si palesa in tutta la sua mirabile eleganza: una netta e persistente nota balsamica di felce e bosco estivo, la freschezza aromatica e le sensazioni fruttate si fondono con mirabile bilanciamento grazie alla scelta azzeccatissima d’usare, per l’invecchiamento, barriques di secondo e terzo passaggio, con una permanenza di 12 mesi (non troppo invasiva per l’equilibrio degli aromi in gioco).
Ma quel che infine ci colpisce, è come e quanto tutto questo permane, quasi come se la bottiglia avesse evocato uno spirito ulteriore, una sorta di “eggregore etrusco” che si rende in qualche modo indipendente. Poesia a parte, niente di troppo vago, anzi: come detto, questo vino è carico di una sua balsamica spiritualità, merito di una lavorazione del Cabernet Franc praticamente perfetta. La bottiglia, una volta finita – grazie a questa balsamicità coerentemente bilanciata al frutto – di fatto rinasce, idealizzata e statica nella mente del fortunato bevitore.
Come la persona amata o il familiare che si palesa alla mente dopo un’antica celebrazione rituale.
Andrea Caiano e Lorenzo Pecchioni





