L’incontro di Hormuz. Dal sogno di Alessandro Magno e Nearco, al controllo dell’oro nero contemporaneo
Un passaggio obbligato ieri come oggi
Negli ultimi mesi il nome di Hormuz è tornato al centro delle cronache internazionali, le tensioni geopolitiche nel Golfo Persico hanno ricordato al mondo quanto sia strategico questo stretto braccio di mare, attraverso il quale transita una quota enorme del commercio energetico globale. Quando Hormuz si ferma, o anche solo rallenta, i mercati tremano e l’economia mondiale ne avverte immediatamente gli effetti … Ma la centralità di Hormuz non è una scoperta della nostra epoca.
Da oltre duemila anni questo luogo rappresenta una cerniera tra mondi diversi: tra l’Arabia e l’Iran, tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano, tra Oriente e Occidente. Non stupisce quindi che uno dei più grandi conquistatori della storia, Alessandro Magno, abbia avuto qui particolari conferme alle sue conquiste, riconosendo il valore strategico di una posizione destinata a segnare il destino dei commerci e delle comunicazioni tra continenti.
L’incontro che chiuse la conquista dell’India
Alla fine del 325 a.C. Alessandro aveva ormai raggiunto il limite estremo della sua straordinaria avanzata. Dopo la campagna indiana, combattuta tra fiumi immensi, foreste e popolazioni sconosciute ai Greci, il sovrano macedone, in seguito a una serie di complessi eventi, aveva preso la decisone di fermarsi. Fondata un’ennesima Alessandria e stabiliti i reggenti dei nuovi territori conquistati, intraprese dunque il viaggio di ritorno verso Babilonia.
Mentre un reparto dell’esercito condotto da Cratero rientrava da settentrione, per una via già conosciuta e maggiormente diretta, Alessandro condusse una parte del proprio esercito attraversando la durissima Gedrosia, tra Pakistan e Iran merdionali, in una delle marce più drammatiche della storia antica (1). Questa scelta faceva parte di un disegno preciso.
Parallelamente Alessandro aveva affidato una missione di enorme importanza all’ammiraglio Nearco il quale, partendo dal delta dell’Indo, avrebbe dovuto esplorare la rotta marittima verso il Golfo Persico, verificando la possibilità di collegare stabilmente le nuove conquiste indiane con il cuore dell’impero (2). Si trattava di una rotta che Scilace di Carianda aveva già tentato di tracciare, a suo tempo, per l’imperatore persiano Dario I.
L’impresa era tutt’altro che scontata. Le coste percorse dalla flotta erano in gran parte ignote ai Greci. I navigatori dovettero affrontare maree, secche, carenza di approdi e popolazioni spesso ostili. Nearco annotò con attenzione paesaggi, animali, usanze e condizioni della navigazione, lasciando una testimonianza che sarebbe stata poi utilizzata da Arriano nella sua Indiké (3).
Fu nei pressi di Hormuz che avvenne il momento decisivo. Nel dicembre del 325 a.C., dopo mesi di separazione e dopo aver temuto reciprocamente la perdita l’uno dell’altro, Alessandro e Nearco riuscirono finalmente a ripristinare i contatti e dunque ricongiungersi (1).
L’incontro ebbe un significato che andava ben oltre il semplice successo di una spedizione. Per la prima volta era stata dimostrata concretamente la possibilità di collegare l’India e la Mesopotamia attraverso una via marittima regolare. Le conquiste di Alessandro non erano più una serie di territori isolati, ma stavano diventando un sistema integrato di comunicazioni terrestri e navali.
La nascita di una nuova geografia
Gli storici antichi considerarono l’impresa di Nearco una delle più grandi esplorazioni dell’età classica, ma Alessandro stesso comprese immediatamente la portata del risultato. Il suo obiettivo non era soltanto conquistare terre, quanto unificare l’Ecumene, il mondo conosciuto, creando collegamenti permanenti tra regioni lontanissime (4).
Hormuz divenne così il simbolo di questa nuova visione geografica. Da quel punto passavano le rotte che collegavano il Golfo Persico all’Oceano Indiano. In altre parole, il medesimo corridoio marittimo che oggi vede transitare petroliere e navi mercantili era già allora percepito come una chiave per il controllo dei traffici e per la possibilità di una relazione tra Oriente e Occidente.
Dopo il ricongiungimento con Nearco, Alessandro iniziò addirittura a progettare nuove spedizioni navali. Le fonti ricordano i suoi piani per circumnavigare la penisola arabica e per estendere ulteriormente l’influenza macedone lungo le coste del Mediterraneo occidentale (1). La sua morte, avvenuta a Babilonia nel 323 a.C., impedì la realizzazione di questi progetti, ma non cancellò l’intuizione fondamentale: il mare sarebbe diventato il principale strumento di collegamento tra le diverse regioni dell’impero.
Guardando oggi le carte geopolitiche del Golfo Persico, è difficile non cogliere una sorprendente continuità storica. Le navi che attraversano Hormuz trasportano petrolio e gas anziché spezie, pietre preziose o tessuti. Eppure il significato del luogo è rimasto sostanzialmente immutato. Come al tempo di Alessandro, Hormuz continua a essere una porta tra mondi diversi, un passaggio obbligato da cui dipendono ricchezza, potere e comunicazioni. In quel remoto dicembre del 325 a.C., sulle rive di un tratto di mare oggi al centro delle tensioni internazionali, si manifestò una verità destinata a durare nei secoli: alcuni luoghi non appartengono soltanto alla geografia, quanto alla storia.
Riferimenti bibliografici
(1) Bengtson, Hermann, Alessandro Magno. Dalla Macedonia all’India, Garzanti, Milano 1984, pp. 360-361.
(2) Arriano, Indiké, 17-20, in: Arriano, Le imprese di Alessandro, a cura di D. Ambaglio, BUR, Milano 2005, pp. 1045-1053.
(3) Arriano, Indiké, 26-42, in: Arriano, Le imprese di Alessandro, cit., pp. 1060-1088.
(4) Bosworth, A. B., Alexander and the East. The Tragedy of Triumph, Oxford University Press, 1996, pp. 171-177.



