Gli Etruschi (da sé stessi definiti Rasna o Rasenna) abitarono dalla fine del II millennio a.C. la fertile regione compresa fra l’Arno, il Tevere e gli Appennini per poi estendersi commercialmente nella Pianura Padana e in Campania, quasi a riuscire con la loro cultura a unificare buona parte della penisola e molto prima dei Romani.
Furono ingegneri, architetti, minatori, ceramisti, scultori, pittori, dottori in medicina e poi astrologi, astronomi, sacerdoti, maghi indovini, esportatori di vino, costruttori di navi nei cantieri di Pyrgi…dissodarono la foresta sui contrafforti degli Appennini, bonificarono le paludi, regolarizzarono i corsi d’acqua, drenarono le pianure; tuguri e capanne sparirono sostituiti con nuove abitazioni, anche in muratura.
La loro classe dominante, proveniente forse dall’oriente, ebbe le conoscenze e i mezzi materiali per affermarsi come regista di un mosaico di popoli poco più che preistorici.
Gli Etruschi mangiavano molto e bene, diversamente dai loro vicini contemporanei abituati a pasti frugali, cotti velocemente e consumati una volta al giorno e magari in piedi. Avevano una manifesta sensibilità per i piaceri terreni: i pasti abbondanti, le libagioni e ogni altra mollezza non furono una lenta conquista, un vizio della decadenza, ma bensì un’abitudine arcaica, una caratteristica propria, derivata dall’esser discendenti delle ricche città delle coste anatoliche e delle isole dell’Egeo.
Infatti gli Etruschi mangiavano non poco e naturalmente ingrassavano. Catullo parla dell’obesus etruscus e Virgilio del pinguis tyrrenus. Ma per la verità negli affreschi tombali le figure mostrano una prestanza fisica e, per quanto possano essere poco affidabili, una pelle abbronzata dal sole che poco si confà alla diceria romana del “pingue tirreno”.
Feste, baldorie, gozzoviglie erano un’abitudine comune specialmente nelle classi nobili e motivate da occasioni di ogni genere, non escluse quelle funebri, come testimoniano le molte pitture sepolcrali che tramandano i succulenti simposi di commiato organizzati in onore del morto.
Uomini e donne, sdraiati sui triclini durante il banchetto come era uso in Oriente (vedi il rilievo del palazzo di Assurbanipal a Kuynujik del VII secolo a.C.), avevano due fasi ben distinte, quella in cui si mangiava, il syndeipnon greco e quella del simposion, in cui si beveva e si conversava. A noi qui interessa soprattutto il secondo.
Naturalmente si serviva il vino che veniva mescolato con molta acqua, drogato e addolcito con orzo e miele per favorire l’euforia e migliorare la digestione; non di rado vi era grattugiato dentro un pizzico di formaggio pecorino, divenendo il keykeion, la bevanda degli eroi.
Il rinvenimento nei corredi funerari del periodo orientalizzante (VIII secolo a.C.) dell’attrezzatura connessa al consumo del vino, ossia crateri, olle, idrie, brocchette, tazze con i relativi sostegni, in tombe riferibili a donne eminenti dell’aristocrazia, ci hanno suggerito che la gestione della bevanda era affidata alla padrona di casa, la mater familias anche se, in linea di massima, essa poi si asteneva da farne uso durante il banchetto.
La coltura della vite vinifera introdotta e perfezionata dagli Etruschi già dall’VIII secolo a.C. con la produzione del vino, divenne quantitativamente così rilevante da costituire uno dei cespiti principali della loro economia.
Ne è una prova, si fa per dire, avvenuta già molto tempo fa, ai primi del IV secolo a.C. un etrusco di nome Arrunte partì da Chiusi verso la Gallia per sollecitare e incitare i Galli a intervenire in Italia contro il reale pericolo di Roma; infatti, egli portò con sé carri carichi di olio e naturalmente anforoni pieni del prodotto più rinomato degli Etruschi, il vino (Marco Porcio Catone, Origines, Fragmenta).
Ed ecco dunque le piante delle viti portate dagli Etruschi dall’Asia Minore, germogliare e crescere nelle dolci colline dell’Etruria come lungo le coste anatoliche, con i loro grappoli zuccherini dalle diverse tonalità dal rubino al giallo oro. Ecco dunque il vino della Tuscia scorrere a fiumi a riempire le anfore vinarie.
Una terra che ha beneficiato della presenza particolare degli Etruschi è senz’altro il Chianti, come confermano scoperte archeologiche eccezionali, ancora in corso di studio, come quelle relative al pozzo dell’affascinante santuario di Cetamura.
Grazie agli Etruschi che ci hanno fatto questo stupendo regalo è possibile intendere secondo una poetica speciale i famosi vigneti del Chianti, che godono tuttora dei caratteri essenziali del territorio: la fertilità dei campi, la giusta altitudine, l’esposizione al sole per la produzione del vino superiore e tra i più famosi del mondo.
Naturalmente con il vino non poteva mancare la carne. Le analisi faunistiche effettuate negli abitati etruschi mostrano un consumo di carne, specialmente suina, ma in alcuni affreschi tombali si assiste alla macellazione di un bove. Questo bovino di razza maremmana e chianina, dalle grandi corna e discendente del Bos primigenius, fu portato anch’esso dall’Oriente (come dimostrerebbe il DNA mitocondriale). Il bovide, fedele compagno degli Etruschi nei lavori agricoli, pascola ancora oggi in mandrie numerose nelle distese erbose tosco-laziale e nel tramonto della sera si può ascoltarne il verso rassicurante dei suoi muggiti.
Terminiamo accennando che le caratteristiche orientali degli Etruschi, che cureremo in una prossima “pagina”, sono troppo numerose e troppo convincenti e non mera coincidenza, per non accettare la possibilità della loro venuta nella nostra penisola dall’Asia Minore.
(continua)
Editoriale, 30 maggio 2016
Lo scorso 2015 per noi di Press & Archeos è stato un anno di grandi introspezioni in cui la Storia, vissuta negli anni precedenti anzitutto come ricerca documentale o archeologica, si è aperta al fascino metaforico di una contaminazione orizzontale, capace di unire materiali diversi legati a luoghi, personaggi, immaginari molto distanti tra loro.
Si è cominciato con la commercializzazione di un libro come Figli di Enea, dedicato alle origini mitistoriche delle città italiche, ricondotte spesso alle città dell’Egeo e capaci persino di suggerire uno scenario antecedente la guerra più antica della storia, quella di Troia, in cui l’Etruria è protagonista.
Tra un libro e l’altro abbiamo concluso un documentario assai diverso dai precedenti in cui, attraverso l’enologia e in particolare lo studio del Vinsanto del Chianti, si è tracciato un collegamento con Santorini e la Lidia, argomento che verrà presto ripreso in un ulteriore pubblicazione. Sempre a proposito di gastronomia, la nuova collana dedicata alla “cucina magica” ci ha fatto sognare tra draghi del Nord, d’Oriente, d’Africa e di Toscana e ci ha fatto conoscere i funghi di mezzo mondo.
Poco prima di Natale abbiamo infine editato Se la vita è solo il nome che porti, di Donatella Tognaccini, in cui le origini del nome “Chianti” vengono fatte risalire ad una terra lontana: quella degli antichi Accadi, in Mesopotamia.
Pur senza tralasciare le numerose strade percorse dalla nostra Casa editrice e dal nostro eterogeneo gruppo di ricerca, vogliamo sottolineare ancora la suggestione di questo legame simbolico, cardinale, con l’oriente inteso come culla della civiltà.
Chianti, Etruschi, Oriente, Vino…e ancora Chianti e così via in un circolo che produce un fascino speciale.
Si riparte quindi con un programma di ristampe e non solo, proprio da questo popolo incredibile, gli Etruschi, le cui potenzialità simboliche nella costruzione della nostra identità collettiva sono state decisamente sottovalutate.



