Dietrofront, la statua “del Mal di testa” a Porta Romana. Memorie di un emicranico fiorentino

Tratto da Fiorendipità
1 settembre 2026


Nelle città d’arte la memoria personale e il dato storico si scontrano talvolta improvvisamente, senza avvisare, evocando trame aneddotiche accerchianti. Capita spesso e forse più che altrove nel centro di Firenze, dove si accumulano strati culturali con effetti e affetti variabili. Sotto ogni pietra rinascimentale di cui parlare, c’è quasi sempre qualcosa di medievale o persino romano che ci sussurra; e ancor più sotto, perché no, un pezzo etrusco in ironica attesa del suo turno. Ma il fenomeno riguarda anche presenze recenti, manufatti che hanno la stessa età di chi scrive, o poco più. 
È questo il caso della statua di Porta Romana che i fiorentini chiamano in mille modi tranne quello giusto, e che per noialtri ha significato per anni una cosa sola: il mal di testa. Ieri ci sono passato accanto in auto per l’ennesima volta e … visto un filo d’emicrania, ho pensato di cavalcare l’ispirazione.


Dietrofront, 1984

L’opera è intitolata Dietrofront ed è di Michelangelo Pistoletto, nato a Biella nel 1933 e considerato tra i protagonisti dell’Arte Povera, quella corrente che negli anni Sessanta scelse materiali grezzi proprio per rifiutare l’armonia compiuta dell’opera tradizionale.
Pistoletto realizzò la staua tra il 1981 e il 1984 e la presentò nel 1984 in occasione di una sua mostra personale al Forte di Belvedere di Firenze. Da lì passò, per volontà dello stesso artista, a Porta Romana dove venne collocata come installazione permanente, e dove restò anche dopo la chiusura della mostra fino a diventare donazione ufficiale alla città, nel 2000.

La scultura, in marmo ocra, è alta circa sei metri e raffigura due figure femminili integrate tra loro: la prima, eretta, cammina verso l’esterno della città, quindi verso via Senese; la seconda, posta orizzontalmente sopra testa della prima, guarda invece verso Firenze. Lo stile è volutamente non-finito, debitore dell’impressionismo di Medardo Rosso. Nella carriera di Pistoletto Dietrofront segna il passaggio da una fase di sculture in poliuretano rigido alla loro traduzione in marmo, un materiale che a Firenze porta con sé tutto il peso, letterale e simbolico, di una tradizione scultorea difficile da ignorare.

Il gesto racconta un doppio movimento, quello di chi parte e quello di chi resta legato al passato. Lo stesso autore, in un’intervista del 2010, definì l’opera come il ritorno della modernità verso Firenze dopo un viaggio nel mondo, quasi una restituzione alla civiltà fiorentina. (1) 
Vale però la pena guardare con più attenzione dove punta lo sguardo di quella figura eretta, perché via Senese non è una direzione qualsiasi. È la strada che, lasciata Porta Romana, sale dritta verso il Chianti, verso quella campagna che per generazioni di fiorentini ha rappresentato lo scarto rispetto alla città murata, il weekend, la vigna, l’aria aperta.

Se dunque la lettura ufficiale parla di apertura al mondo, verrebbe invece da suggerire, con qualche irriverenza, che per molti fiorentini venga evocata un’evasione. Non l’apertura razionale e programmatica del Rinascimento che guarda al futuro con metodo, ma la fuga più semplice e più fisica verso un altrove che si può raggiungere in mezz’ora d’automobile.
Ciò è valso per me sin da bambino, così come per altri fiorentini che conosco. Firenze, da questa piazza, non progettava il mondo ma andava a farsi il weekend in Chianti.


Le critiche, e i soprannomi


Che Firenze non abbia accolto la statua a braccia aperte è cosa nota: l’opera di Pistoletto divise fin da subito, come capita quasi sempre quando il contemporaneo si posa su un fondale rinascimentale senza chiedere troppi permessi.

Ai fiorentini, si sa, piace soprattutto ironizzare: è fatto assodato e, come abbiamo visto altrove, persino azione conservativa (2). Questa sorte è toccata anche a Dietrofront, come ad altre opere e teste di figure umane ed animali. Infatti la scultura venne ribattezzata “la donna con il mal di testa”, oppure “la squilibrata”, per via di quel peso enorme che sembra gravarle sul capo. Pochi, all’epoca, interpretarono le due figure e il loro dialogo fra “andare” e “restare”, la maggioranza vide solo una donna oppressa da un macigno assurdo, piantata al centro di una rotonda dominata da un traffico scorrevole ma accerchiante.

Un aneddotto: nei primi anni Novanta la statua subì un violento urto da parte di un’automobile lanciata a tutta velocità da via Senese, tanto che nel 1996 si rese necessario un restauro, occasione buona per ripulirla dallo smog accumulato. Segno che perfino un’opera pensata per parlare alle epoche, può finire ammaccata da una domenica di rientro affrettato … dal Chianti. (Del resto, qualcosa d’analogo avvenne in altre rotonde e ad altre statue ai margini della città.)


Memorie di emicranici

Quello della donna di Pistoletto non sembra un mal di testa qualunque: non il solito “cerchio” alla testa. È un dolore da compressione, dall’alto verso il basso, quasi cervicale, che si porta nella nuca, quando qualcuno o qualcosa ci grava addosso da fuori. Non ha nulla del pulsare interno, del battito che sale dalle tempie e restringe il campo visivo. È un peso subìto, non generato.


A pensarci, si tratta di quel tipo d’emicrania di cui soffriva mia madre. La quale, ogni volta che passavamo sotto la statua (e quindi ogni settimana – come minimo) esprimeva il solito vecchio commento: “…e’ mi fa venire il mal di testa solo a guardarla”.
Non era una battuta-buttata lì. Siamo una famiglia d’emicranici, quel fastidio ci gira per casa da generazioni, e a lei prendeva sempre nella parte posteriore del cranio, come se qualcuno le avesse davvero appoggiato un macigno lì dietro. A me invece, che l’emicrania l’ho ereditata puntualmente, il dolore si concentra ai lati, alle tempie, come una morsa che stringe da due punti opposti. Credo che lo rappresenti meglio una statua arcaica, di quelle con certi strani copricapi, le corna o le orecchie smisurate; forse una maschera apotropaica o un bizzarro idolo votivo etrusco (3), piuttosto che arte contemporanea.

Ma forse ora il mal di testa è solo un effetto collaterale di un fenomeno più ampio, una specie di nausea concettuale. Quel che ho notato per la prima volta, e mi ha invogliato a indagare, è la ripetitività dell’aneddotica: mia madre ha realmente espresso quel commento centinaia di volte; e mio padre, a proposito di altri luoghi, è stato capace di fare di più e di peggio. Allo stesso modo, ricordo anziani di quella generazione capaci di ripetere analoghi sberleffi all’infinito, passando davanti ad altrettanti monumenti. E lo faranno finché avranno voce.

Del resto, quando una civiltà volge al termine, gli aneddoti e gli sberleffi sono tutto ciò che rimane. E proliferano, insieme a certi strusci, via via che si scompare. Ma forse Pistoletto questo lo sapeva già.

Lorenzo Pecchioni
Fiorendipità
ogni primo Marte-dì del mese


Note
1) Tra le fonti, a parte le mie memorie: Dietrofront, scheda su Luoghi del Contemporaneo, Ministero della Cultura, luoghidelcontemporaneo.cultura.gov.it; Tre cose che forse non sai sulla statua di Porta Romana, FirenzeToday. Quattro “segreti” su Dietrofront, la statua di Porta Romana (Firenze), Il Reporter.
2) In questo stesso blog si veda “L’oca di Badia”.
3) Si veda, tra i tanti, M. Zazzi, Maschere votive etrusche, in Archeomedia.

La statua del Ma di testa