Come fontana piena
Recensione del libro di Mario Ajazzi Mancini
a cura di Luciano De Fiore
Come fontana piena di Mario Ajazzi Mancini è pubblicato all’interno di una collana intitolata Nadie se conoce, che prende dunque il nome dal sesto dei Capricci di Francisco Goya y Lucientes, conservati al Prado di Madrid. L’incisione mostra cinque figure mascherate, alcune dai volti deformi: potrebbe essere una scena carnevalesca, di festa, ma risulta straniante e fa pensare a un inganno. Nel piede della figura, Goya scrive: «Nessuno si conosce davvero». Per il grandissimo spagnolo, il mondo è una maschera, «il volto, il vestito e la voce è tutto finto; tutti vogliono sembrare ciò che non sono, tutti si ingannano e nessuno si conosce», come scrive altrove.
Mi sembra che il racconto di Mario trovi nella collana una collocazione ideale. Perché sembra muovere dalla stessa consapevolezza: che l’identità è mascheramento che la scrittura non riesce a rivelare del tutto ma che piuttosto, una volta messa in scena, mostra e insieme tradisce.
Un testo breve e densissimo. Si viene subito colpiti dalla ricchezza del tessuto linguistico e dalla scelta delle parole in lingua e in dialetto, e poi dalla sapienza della frase, più ancora che dalla trama, costituita da una trina eterea di ricordi. Quelli prima persi, e poi – nella piena maturità – a volte ripescati a conforto del nostro io frammentato e scosso dalla vita.
Il nucleo narrativo è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, quel “passaggio segreto” che nessuno può spiegare e che però segna irrimediabilmente la vita. Infanzia e giovinezza assolute, affrancate dal tempo e innocenti. Saremmo infatti in una fase segnata in Italia dal boom economico, negli anni Sessanta, ma qui piuttosto fanno da cornice episodi minori, di paese, gonfi di sentimento, soprattutto nel segno dell’amicizia, in una Toscana popolare e insieme universale: partite di pallone, scampagnate, riti collettivi, le prime scoperte del sesso. E al centro, la figura dell’Africano – maschera e alter ego dell’autore, accanto a personaggi che portano soprannomi memorabili: «’ì Secco, ì’ Gatto, ì ’Demone, ì’ Malestro…».
Abbiamo tutti presente la formula lacaniana: “non cedere sul proprio desiderio”. Che significa fondamentalmente sostenere quella perdita come perdita/mancanza originaria, preservarla come causa assoluta di desiderio e non lasciare che nulla la copra, o appaia al suo posto come l’oggetto mancante o come suo possibile equivalente. Tutti succedanei impossibili. Ho letto e riletto il racconto di Mario come una rappresentazione proprio di quel desiderio originato dalla Mancanza iniziale, da quella perdita primitiva del nostro mondo simbiotico, materno; rappresentazione (qualcuno direbbe forse ancora sublimazione) affidata alla parola scritta, in grado – se si è capaci – di mantenerci nei pressi della perdita, di farci avvertiti della sua cicatrice primordiale di modo che nessuno se ne dimentichi.
Forse proprio per questa freschezza inesausta della sua fonte, mai davvero attinta, la scrittura si distingue per una ricchezza lessicale desueta: una lingua colta, stratificata, capace di recuperare parole dimenticate, senza scadere nell’esercizio di stile. È una lingua che si piega alla memoria singolare, individuale di Mario, e del suo paese vicino Firenze, ai suoi dialetti impliciti, e che al tempo stesso sa farsi alta, lirica. Lo si sente, per esempio, nell’aggettivazione riservata alla descrizione di quel popolo all’intorno che vien detto «allombato, sarcigno, forte e come gravato da un peso»; o in immagini che hanno la forza di un’epifania: «La bellezza delle acque profonde ci addormentò».
Mario affida dunque le sue tracce mnestiche alla scrittura, strumento tanto improduttivo quanto fallace, e tanto più vero. Nella consapevolezza però che si scrive per sbagliare, per escriversi e per descrivere la vita – quando se ne è capaci; e Mario lo è – facendo rilucere l’improduttività dell’opera, ma non degli incontri, degli affetti, degli amori e della vita. Che restano il centro di queste pagine.
Colpisce non a caso l’aggettivazione riservata all’eros e ai primi amori tardo-adolescenziali: un amore fatto di palpiti e di scoperte, di fiato corto e di speranze non ancora riconosciute come tali, allagate da sensazioni e visioni. Basti citare: «…un’infinita sera d’estate, scarmigliato e impacciato coi bottoni della sua camicetta, i reggicalze e le mutandine. Tutto troppo presto perché fosse Amore». Oppure il catalogo delle presenze femminili nel racconto, nominato con un lirismo tenerissimo, quasi zoologico: «Nara, Tamara, Topina… Tesori, passerine, cicaline della mia vita felice, cince, capinere, cinerine e inseparabili, storni e pittieri, vi ho amate dell’Amore ignoto, volatile e ingordo, indimenticabili…».
Fino alla celebrazione carnale e visionaria: «Nera, capinera, che annunci la festa, l’estate, che incanti e canti, che confondi e ubriachi, che sai di menta e di gelsomino, che sai di rovi e di viole, che porti al Fiume, al bosco, alla vetta, tra le vette, questa cosa che ignoro e che chiamo Amore». Dove l’aggettivazione si fa sensoriale, sinestetica, e trasforma la scena erotica in un’esperienza estatica, sospesa tra desiderio e natura. Aragon aveva torto: nel ricordo, esistono amori felici.
L’amore per gli inizi può dunque curare la ricerca lancinante dell’ineffabile origine, da sempre perduta? – mi chiedo con Pontalis.
Dietro a tutto questo c’è infatti una riflessione implicita sulla scrittura, à la Blanchot. Concordo con l’autore che implicitamente a ogni rigo afferma insieme che scrivere è sempre tradire la realtà, ma che di questo tradimento non possiamo fare a meno. Un tradimento che ci consola, perché ci permette di vivere in un altro mondo, che ci somiglia e che ci riconosce. Una scrittura che non cerca l’introspezione ma l’esposizione, che non scava nel profondo ma apre mondi.
Risuona l’eco di Beckett: “Sbagliare ancora, sbagliare meglio”. Ma leggendo Mario si può precisare quell’affermazione tanto forte quanto apodittica, precisando che gli errori giusti sono quelli che aprono una strada che non c’era: la buona scrittura li conosce e li compie, inevitabilmente. Mentre evita gli errori sbagliati, purtroppo molto frequenti nel nostro quotidiano.
«Come fontana piena, che sgorga senza misura e non conosce l’avarizia: così dovrebbe essere la scrittura, dono e traboccamento»: la conclusione che dà il titolo al romanzo sembra l’immagine più fedele per definirlo: breve ma sovrabbondante, essenziale ma generoso, una scrittura che consola proprio perché porta altrove. La scrittura, per di più di uno psicoanalista che è un custode attento della parola, può forse trasformare la perdita in assenza, in qualcosa di pensabile, su cui – quando l’età incalza – si può riprendere a sognare.
Come fontana piena non è tanto un romanzo di formazione, né soltanto un ritratto di comunità. È un testo che interroga la funzione stessa della letteratura, la sua capacità di darci maschere in cui riconoscerci, di offrirci finzioni appropriate in cui abitare.
Aspettiamo la prossima, sperando non tardi troppo.
Luciano De Fiore
26 gennaio 2026



