Come fontana piena, un libro di Mario Ajazzi Mancini
Recensione di Giovanni Rotiroti
La letteratura custodisce un segreto che non attende di essere svelato, ma solo attraversato. Si muove in uno spazio liminale, dove il dire sfiora l’indicibile e la parola balbetta attorno a ciò che si sottrae. Scrivere diventa allora l’atto di ospitare un enigma, di lasciare che qualcosa accada nel silenzio, senza mai possederlo.
In Come fontana piena, Mario Ajazzi Mancini dà voce a una memoria che non racconta ma scorre, che non ordina ma trabocca. Questo libro non si lascia leggere come un’autobiografia né come un romanzo, ma come un fluire poetico dell’esperienza vissuta, in cui la scrittura diventa gesto d’ascolto, immersione nell’infanzia come stato poetico originario, luogo di metamorfosi continua. La presente lettura non intende offrire una sintesi critica esaustiva, ma accompagnare il lettore lungo alcune traiettorie affettive e simboliche che attraversano l’opera: il mito dell’origine, la forza del desiderio, il peso dei nomi e la leggerezza del racconto, in un continuo oscillare tra perdita e apparizione, tra silenzio e parola:
«La ninfa della sacra fonte chiede che il suo sonno non sia interrotto, non venga disturbato. Che si taccia perché riposa. Quasi a indicare, per me, una sorta di silenzio primario che tiene insieme origine e sviluppo, la scaturigine del racconto – la sua urgenza – e l’articolazione del suo tema. Vita che sgorga eccitata e temperata da una molle fascinazione che ne esalta indicibilmente la sensualità, inesorabile traboccare …»
Nel suo libro, Mario Ajazzi Mancini ci conduce lungo le pieghe sinuose della memoria, attraversando con eleganza e vertigine una topografia affettiva che intreccia il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza con quello, più rarefatto e scabro, della scrittura. Siamo invitati non a una narrazione lineare, ma a un flusso memoriale che affiora come un’acqua sorgiva, una fonte che non chiede di essere interrogata ma ascoltata. Il testo si apre come un’elegia, un canto del ritorno che non cerca redenzione, ma solo il modo più umano e incantato di nominare ciò che si perde e ciò che resta.
Il protagonista, soprannominato l’Africano, ritorna da un’infanzia trascorsa in Libia in un Paese toscano che ha il sapore dell’archetipo e della terra concreta. Il passaggio è netto ma non traumatico: tutto si trasfigura in racconto, in una lingua che ondeggia tra il lirico e il carnevalesco, tra il filosofico e il dialettale. L’Africa – reale e simbolica – diventa lo sfondo lontano e luminoso di una voce che cerca la sua radice tra figure parentali e animali parlanti, tra compagni di scuola e partite di calcio su campetti spelacchiati, tra i primi sussulti erotici e le magiche proiezioni del cinema di paese.
Mario compone un mosaico di episodi, reminiscenze, digressioni e riflessioni, tessuti insieme da una scrittura densa, evocativa, capace di richiamare l’infanzia non come luogo del passato, ma come condizione poetica originaria, abitata da un tempo “senza storia” che ha la forma circolare del mito. Non vi è nostalgia, né esercizio di stile memorialistico: ciò che muove queste pagine è il desiderio di trattenere lo stupore, la vibrazione delle prime volte, la luce che ancora balugina sulle cose dette male, sulle parole dimenticate, sui nomi distorti.
Il libro si legge come un lungo respiro: un continuo affiorare e sfuggire del senso, un’ostinata fedeltà al segreto che abita ogni gesto narrativo. C’è Derrida, c’è Blanchot, ma c’è anche Pinocchio e la Coca-Cola con due cannucce, il merlo Loretta che gracchia il nome del padre, le figurine Panini e il Giardino all’italiana dove si celebrano le prime liturgie dell’amore. In questa mescolanza di alto e basso, sacro e profano, il testo trova la sua cifra più intima: una letteratura che non vuole spiegare ma spalancare, che si fa “sabato infinito”, pausa e festa, sosta incantata tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo ancora essere.
Come fontana piena è un libro sull’amore e sull’amicizia, sulla scrittura e sull’ignoranza, sull’infanzia e sull’identità, ma soprattutto è un libro sul racconto stesso, sul suo potere di trattenere il tempo nel suono di una parola che non sa dire tutto, ma prova comunque a balbettare qualcosa. E lo fa con grazia, con una leggerezza pensosa, e con un senso profondo della bellezza.
Se la scrittura di Come fontana piena si presenta come un flusso memoriale, è perché essa aderisce a un’idea della letteratura come esercizio del ritorno, come gesto che non mira tanto a ricostruire il passato quanto a riattivarlo nella sua densità sensoriale e affettiva. In questo senso, il testo si situa nel solco della grande tradizione letteraria novecentesca della reminiscenza, dove il ricordo non è mai mera ricapitolazione, ma risorgenza carnale, anacronismo fertile, coazione a ripetere che dischiude nuove forme del senso.
«Volevo respirare la sua presenza, stringerle le mani, carezzarle i fianchi, le tettine di Cinciarella, e vederla come si guarda per la prima volta … tutto quello che mi avrebbe rivelato Mara, la Nera. E che allora non potevo neppure dire. Così arretrai, rimasi a osservare, limitandomi a “ciao”, “buon giorno Nara” nelle giornate più splendenti. Al Paese, a Scuola, lungo il Fiume, in Piazza, ovunque, fidando che l’avrei sempre incontrata, perché quegli spazi sono minimi e infinitamente spartiti, e gira e rigira le cose tornano sempre, ricorsivamente come sulla giostra il cavalluccio, l’orso, il calesse, persino la gallina …»
Sul piano della ricerca, Mario Ajazzi Mancini sembra raccogliere l’eredità di Maurice Blanchot, che proprio intorno alla nozione di segreto ha articolato una riflessione sulla letteratura come spazio liminale tra il dicibile e l’indicibile, tra la presenza e l’assenza. Come la ninfa dormiente della fonte, citata in epigrafe, la letteratura si offre come luogo del silenzio primario, della sospensione del discorso: non dice, ma lascia accadere. Allo stesso modo, il testo si sviluppa come un movimento che interroga l’origine senza mai pretenderne una chiarificazione definitiva, aprendo piuttosto una zona di indeterminazione che si nutre di dubbio, di incertezza, di meraviglia. In questo senso, è una scrittura che non cerca la verità oggettivandola, ma si lascia attraversare dal suo enigma.
Questa sospensione del sapere in Mario coincide con un tratto profondamente psicoanalitico. La voce narrante si muove nel territorio del desiderio, e lo fa secondo modalità che evocano chiaramente i concetti chiave del pensiero freudiano: la rimozione, il ritorno del rimosso, la funzione costitutiva del trauma nella formazione del soggetto. L’infanzia, così come viene evocata, è già trasfigurata in scena originaria, in mito fondativo: l’Africa, la madre Gabriella, il padre Gino, il Giardino – figure che si stagliano come nuclei simbolici di un romanzo familiare. Ma è anche la scena del passaggio, del lutto, della perdita: la mancanza come condizione di ogni narrazione.
A questo si intreccia una riflessione implicita ma costante sull’identità e sul nome. Il protagonista viene ribattezzato “l’Africano” e rinasce nel linguaggio comune del Paese, tra soprannomi e deformazioni fonetiche o fono-logiche. In gioco vi è la trasformazione del soggetto nella parola altrui. Il nome proprio, che dovrebbe garantire una coerenza dell’io, diventa invece dispositivo di dispersione e moltiplicazione. Ma è proprio in questa disarticolazione che prende forma un’identità narrativa, fatta di scarti, esitazioni, simulazioni, sogni. Vi leggo una sequenza del libro. È Gino che parla, la figura maschile, co-protagonista del testo, che assume nell’economia della narrazione un densissimo spessore simbolico:
«“Hai imparato i nomi. Il mistero che nascondono in sé. Il ritmo, il succedersi degli eventi, come le stagioni, nel loro tempo opportuno. Il segreto della magia è che non c’è segreto, né trucco … Forse, per questo, possiamo davvero essere innocenti … Come te e que’ quattro bischeri che si agitano tanto”. Mentre lo diceva, Loretta lo chiamava col suo Gii – gra, gra, kra, ra – gii – gra, gra, kra, ra, no, nooo – Giiinooo e lui rideva contento. Compresi poco di questo discorso che forse pretendeva di insegnarmi qualcosa. Solo che la felicità è sonora, un brusio, un’eccitazione vibratile al fondo del tacere» (pp. 23-24)
L’intero libro può essere letto come una lunga lettera d’amore – impossibile, incompiuta, forse immaginaria – rivolta a una galleria di figure femminili che fungono da schermo del desiderio: la Tota, la Nara, la Vincenzina, la Mara. Ognuna è epifania e perdita, attrazione e barriera, oggetto-causa di un desiderio che non si sa dire, ma si prova a raccontare. È qui che la scrittura assume la sua funzione più propria. Non risolve, non cura, ma mette in forma, traduce l’indicibile in una lingua che vibra, che balbetta, che ama:
«I giardini di marzo si vestono di nuovi colori E le giovani donne in quel mese vivono nuovi amori Strinse la mano incredula, e bisbigliò “Vieni”. Passammo davanti alle “signorine” e la Mara strizzò l’occhio. Poi svoltò dietro quei tendaggi polverosi dove c’era una specie di sgabuzzino, tra il salone e lo spiazzo. Buio e appartato – non per lei, pensai. Mi spinse tra quelle scaffalature rugginose e mi baciò. “Africano, Africano, non te ne andare, non avere paura …”. Guidò. Mi invitò a curiosare tra il cotone della camicetta bianca e il tweed della gonna. Trovai l’elastico delle mutandine, teso sul monte di Venere, la peluria crespa e l’umidore. Stinsi. “Non così, Africano, non così”. E col gesto più elegante che avessi mai visto, si scostò e abbassò l’elastico. Lasciò cadere la gonna, la scavalcò con un passetto. Osservavo discosto, perché la scena restasse immobile nel tempo. Poi mi feci appena avanti, come a sfiorarla. Quel contatto lievissimo sconvolse la mia intimità e feci per afferrarle i fianchi. Andavo a tastoni, non conoscendo la meccanica che per sentito malamente dire. Afri – gra, gra, kra, ra – afri, afri – gra, gra, kra, ra, no, nooo – Africanooo. La Nera mi agevolò con mossa audace del bacino. E mi trovai dentro di lei. Il cazzo di un diciassettenne è di porcellana, liscio e delicato – as a Chinese jar, ma questo l’avrei saputo mille e mille anni dopo. E lo accolse cerimoniosamente. Le mani sulle mie natiche disegnavano una coreografia solo vaneggiata nei giorni di audacia. Salmodiai. “Nera, capinera, che annunci la festa, l’estate, che incanti e canti, che confondi e ubriachi, che sai di menta e gelsomino, che sai di rovi e viole, che porti al Fiume, al bosco, alla vetta, tra le vette, questa cosa che ignoro e che chiamo Amore…”. “Sss! Che sciupi tutto ragazzino, bimbetto pasticcione … L’ho fatto perché …”. Non lo seppi mai. Ma successe miracolosamente di nuovo.»
Alla fine, Come fontana piena è un’opera che chiede di essere percorsa con lentezza, abitata come un luogo intimo e familiare in cui risuonano echi di infanzie collettive e di passioni private. La sua forza sta nel porre al centro non la coerenza del vissuto, ma la sua frammentarietà affettiva, il suo ritmo discontinuo, la sua ostinata vitalità. È un libro che ricorda che la memoria non è mai tutta intera, ma si dà in lacune, in squarci, in immagini che tremano: «Le tue braccia colme, e i tuoi capelli fradici, io non potei parlare e i miei occhi si velarono, non ero né vivo, né morto, non sapevo nulla, guardavo nel cuore della luce il silenzio».
Come scrive Mario, per concludere: «È mio desiderio che queste storie brevi e rabberciate, possano davvero dire di un mondo e di un’epoca, testimoniandone come cronaca di avventure, esplorazioni, conquiste e perdite. Per farlo, credo, si dovrebbe fantasticare che la sola esperienza di memoria praticabile sia costantemente in fieri, in divenire, per svelare che ogni progressione, in fondo, non è che il ritorno, stremato o trionfante, all’origine, alla propria origine di cui, nell’avvenire, si decifrano cupi o scintillanti i segnali» (p. 102).
Come fontana piena non si esaurisce nella trama dei suoi eventi, ma pulsa nelle risonanze che lascia dietro di sé: immagini intermittenti, voci smozzicate, profumi lontani, il battito di un’eco che si fa scrittura. È un’opera che rifugge la linearità e si affida al ritmo interno del ricordo, al suo farsi e disfarsi. Nelle sue pagine, la letteratura si fa rito e gioco, gesto d’amore e domanda senza risposta. E in questa sua volontà di restare aperta, di non chiudere mai del tutto il senso, risiede forse la sua più autentica bellezza. Perché, come suggerisce l’autore, la memoria è sempre un ritorno, non a ciò che è stato, ma a ciò che ancora ci muove e ci fa parlare.
Giovanni Rotiroti



