Le Naumachie nell'antica Roma
di Giovanni Spini
Nell’antica Roma si indicavano con questo termine sia particolari edifici di spettacolo, sia i combattimenti navali ( dal greco naus, nave e maxia, battaglia) che in essi si svolgevano con tanto di morti e di feriti.
Benché Servio, grammatico e commentatore romano, ce ne parli a proposito della guerra punica, ricordando come i romani praticassero le naumachie alla stregua di esercitazioni militari in preparazione degli scontri con Cartagine, la più antica testimonianza attendibile relativa a questo tipo di spettacolo è data da Svetonio a proposito delle celebrazioni tenute da Cesare in occasione del suo quadruplice trionfo.
Tra l’agosto e il settembre del 46 a.C., Cesare celebrò quattro trionfi, uno per ciascuna campagna militare che aveva portato a termine con successo: quella di Gallia, quella in Egitto, quella nel Ponto e quella in Africa. In ciascuna occasione il generale, vestito di abiti di porpora, percorse sul carro trionfale la Via Sacra, mentre dietro di lui scorrevano i legionari, il bottino e i prigionieri. I soldati in particolare, durante la processione, declamavano versi di lode e scherno (carmen triumphale) nei confronti di Cesare, ora prendendone in giro i costumi sessuali ora celebrandone le storie, con il cartello che recava la scritta Veni, vidi, vici, riferito alla fulminea vittoria nel Ponto.
Particolarmente suggestiva fu la celebrazione della vittoria sui Galli, durante la quale Cesare salì sul Campidoglio sfilando tra quaranta elefanti che reggevano dei candelabri. Ad ornare il corteo, in quell’occasione, ci fu Vercingetorige che, catturato da Cesare ad Alesia, in Francia, era da cinque anni rinchiuso in prigione; terminata la celebrazione fu subito strangolato.
In occasione dei trionfi, Cesare offrì agli abitanti di Roma rappresentazioni teatrali, corse, giochi di atletica, lotte tra gladiatori e ricostruzioni di combattimenti terrestri e navali, e organizzò dei banchetti ai quali presero parte oltre duecentomila persone. Utilizzando i bottini delle varie campagne, che ammontavano a oltre 600mila sesterzi, poté finalmente elargire le somme di denaro che aveva da tempo promesso al popolo e ai legionari: ogni abitante dell’Urbe beneficiò di 75 denari, a cui se ne andarono ad aggiungere altri 25 come indennizzo per il ritardo della consegna dei denari stessi; ogni legionario, invece, ricevette 24mila sesterzi e un lotto di terra. Cesare, infine, annullò le pigioni che ammontavano, a Roma, a meno di 1000 sesterzi, e quelle che ammontavano, in tutto il resto d’Italia, a meno di 500.
La naumachia di Cesare, situata secondo alcuni in Campo Marzio, località minore Codeta, secondo altri presso il tempio della dea Fortuna in Trastevere, fu uno spettacolo che vide impegnati circa 6mila uomini fra rematori e combattenti delle due flotte nemiche siriana ed egiziana. La fossa che ospitò la battaglia venne scavata fino a una profondità di 11/12 mt in modo da consentire all’acqua di filtrare dal terreno. Non potendo essere svuotata, fu colmata e spianata nel 43 a.C.
Si sa che il popolo rimproverò Cesare dello sperpero di tanto denaro proveniente soprattutto dalle onerose tasse imposte dal dittatore, fu quindi probabilmente per ragioni economiche ed anche igieniche, dovute al prolungato ristagno delle acque, che questo genere di edifici non ebbe la stessa fortuna degli altri destinati al pubblico divertimento e ne esistono scarse tracce, riscontrabili quasi unicamente attraverso le testimonianze letterarie che ad essi si riferiscono.
Di particolare rilievo è l’iscrizione ancirana (da Ancira, l’odierna Ankara) delle Res gestae di Augusto: “…Offresi al popolo uno spettacolo di battaglia navale oltre il Tevere, in un luogo ove è adesso il bosco dei Cesari, dopo avervi fatto scavare in profondità (lunghezza) per 1800 piedi (533 mt) e in larghezza per 1200 piedi (355 mt). In questo luogo impegnarono fra di loro la lotta trenta navi rostrate e biremi, e ancor di più di quelle più piccole. Combatterono in queste flotte, oltre agli uomini delle ciurme, circa 3000 uomini.” Queste poche righe scritte dall’imperatore già ci offrono un’idea abbastanza precisa su questo genere inconsueto di spettacolo.
Augusto, da abile politico, senza badare a spese, distribuiva “panem et circenses”, facendo combattere fra loro piccole flotte o riproducendo in miniatura autentiche battaglie navali. Si deve a lui, quindi, la costruzione del primo edificio apposito per questo tipo di spettacolo, dotandolo addirittura di un acquedotto, l’Alsietino, creato appositamente, che dal lago di Martignano, dopo un percorso di 33 km, giungeva in Trastevere nell’area di S. Cosimato scaricando 180 litri d’acqua al secondo. Fu inaugurato nel 2 a.C. per solennizzare la dedica del tempio di Marte Ultore e vi rappresentò la battaglia di Salamina. Questa naumachia rimase funzionante fino al III sec. d.C. Sempre Augusto, nel Circo Flaminio, offrì delle caccie d’acqua nel corso delle quali furono uccisi ben 36 coccodrilli.
Rimanendo nell’ambito dell’Urbe, un’altra importante naumachia fu quella Vaticana. Sorgeva in Trastevere, fra Castel Sant’Angelo e S. Pietro. Secondo alcuni fu la naumachia di Domiziano, completata da Traiano che la dedicò nel 109 d.C. ai Fasti Ostiensi.
Vi furono altre due probabili naumachie dopo quelle certe di Cesare e Augusto: quella di Caligola e quella di Domiziano. La prima pare fosse situata in Campo Marzio dove, approfittando della vicinanza dello speco dell’Acqua Vergine, si sfruttò l’impianto dei Saepta Julia (una specie di grande recinto di 300 x 120 mt, usato per i comizi, poi per le adunanze del Senato e le assemblee popolari) per gli spettacoli naumachiarii. La seconda, forse anch’essa in Campo Marzio, fu costruita per celebrare il trionfo sui Daci. La sua posizione è molto incerta e scarsamente attendibile, anche se diverse piante, a partire dal 1500, la riportano in questo luogo. Secondo alcuni è da collocare presso Piazza di Spagna, dove ancora nell’anno 1000 esisteva uno stagno che i monaci di S. Silvestro in Capite affittavano per la pesca. Secondo altri, come abbiamo detto sopra, in Vaticano. I suoi marmi furono adoperati per restaurare il Circo Massimo. Domiziano aveva già dato spettacoli simili allagando l’area del Colosseo. Pare che anche Tito, nel 80, abbia inondato il Colosseo riproducendo una battaglia fra Corciresi e Corinzi. Ma come vedremo più avanti, le naumachie nel più famoso anfiteatro del mondo sono assai dubbie.
In realtà sappiamo ben poco di questo genere di spettacolo e, per quanto finora conosciamo, edifici appositi furono innalzati solo a Roma, se si eccettua quello ritrovato recentemente a Taormina e un probabile avanzo di naumachia venuto alla luce a Gerasa (attuale Gerash-Amman) nei pressi del teatro settentrionale. A Roma erano scelte a questo scopo zone pianeggianti prossime al Tevere, in cui si ricavava il profondo bacino destinato ad accogliere la quantità d’acqua indispensabile per lo svolgimento delle battaglie navali. Lo scavo doveva necessariamente essere molto profondo e ci appare simile a voragine nel caso della già citata naumachia di Cesare per la quale Svetonio adopera appropriatamente l’espressione “in morem cochleae”, dove cochleae indicherebbe l’andamento a spirale delle gradinate dovuto alla notevole profondità dello scavo, indispensabile per raggiungere le acque del Tevere. Da Augusto in poi, l’acqua immessa nelle naumachie fu anche quella degli acquedotti.
Una volta terminato lo spettacolo, questa grande massa d’acqua era fatta defluire nel fiume tramite una apposita rete di cunicoli, qualcuno dei quali è stato ritrovato. Secondo quanto ci dice Marziale (De Spect. 24), pare addirittura che lo svuotamento di un tale volume d’acqua avvenisse molto rapidamente, in maniera che gli spettatori che avevano da poco terminato di assistere ai combattimenti di biremi e triremi, potessero godere di altri generi di spettacoli, quali venationes e giochi gladiatori.
Sicuramente questi edifici dovevano essere dotati di banchine e di diversi ordini di gradinate per gli spettatori. Accessorio indispensabile era poi il grosso canale navigabile che permetteva l’accesso al bacino naumachiario delle navi partecipanti che risalivano il Tevere. A questo proposito Cassio Dione (LXI, 20) ci racconta che Nerone, dopo aver partecipato al festino offerto al popolo nella naumachia (fatta costruire da Augusto), in occasione delle Juvenalia (feste celebrate dai collegi dei giovani romani) del 59, verso mezzanotte se ne andò a casa usando il canale esistente presso il Tevere: “…Inde media nocte per fossam in Tiberim navigavit”.
Onde evitare che la presenza del canale fosse di ostacolo per la libera circolazione lungo la riva del fiume, venne creato un ponte mobile (Plinio, N.H. XVI, 190-200) che poteva essere alzato ogni volta che ce ne fosse la necessità. Questo ponte era costruito in legno e fu rifatto all’epoca di Tiberio, usando unicamente legname di larice proveniente dalla Rezia.
Ma chi erano i protagonisti di questi eccentrici spettacoli? Similmente ad altri giochi cruenti in cui nessuna finzione era ammessa, gli uomini che prendevano parte alle naumachie erano schiavi, prigionieri di guerra, o criminali comuni già condannati a morte. Si può immaginare l’entusiasmo e lo stupore degli spettatori alla vista di queste navi disposte in formazione di battaglia e delle loro pittoresche ciurme indossanti i costumi e le armature tipiche della nazioni in lotta che rappresentavano! Negli stessi spettacoli erano anche mostrati animali esotici sconosciuti alla maggioranza degli abitanti di Roma, quali coccodrilli, ippopotami, rinoceronti, nonchè balletti acquatici di presunte Nereidi e Tritoni.
Le naumachie non furono rappresentate unicamente negli omonimi edifici, ma a volte anche nei circhi, negli anfiteatri e nei teatri. Spesso, nelle città dell’Impero che erano sprovviste di edifici idonei a questo tipo di spettacolo, fu utilizzato l’emiciclo dell’orchestra teatrale, opportunamente trasformato in vasca per la rappresentazione di caccie d’acqua e tetimimi, una sorta di esibizioni acquatiche di mimi. Le colimbetre, cioè le orchestre modificate, si possono riscontrare ad Atene, Corinto, Argo, Siracusa, Ostia ecc.
Per quanto riguarda gli anfiteatri, Cassio Dione e Marziale ci parlano di naumachie avvenute nel Colosseo sotto Nerone e Tito, ma non ci forniscono informazioni sulle modalità di funzionamento del flusso e deflusso delle acque, essendo l’edificio adibito anche e soprattutto ai giochi gladiatori. E nemmeno gli archeologi hanno trovato prove che confermino tali affermazioni, mentre è certo che l’arena di Verona e quella di Merida, in Spagna, ospitavano giochi d’acqua, ma non naumachie, essendo i bacini troppo poco profondi.
La fossa centrale dell’anfiteatro di Verona era collegata a due condutture assiali. La galleria ovest ad un acquedotto, mente quella est, più profonda, era destinata al deflusso nell’Adige. Il bacino di Merida era ancora meno profondo di quello di Verona, avendo un’altezza di soli 1,5 mt, assolutamente non sufficiente ad ospitare navi, inoltre, misurava appena 18,5 mt di lunghezza x 3,7 mt di larghezza.
Al di fuori degli edifici appositi o modificati, si sa che Sesto Pompeo, nel 40 a.C., diede una naumachia di prigionieri di guerra in mare, e precisamente nello stretto di Messina.
Ma la più grandiosa battaglia navale fu tenuta nel 52 d.C. da Claudio sul lago del Fucino, per celebrare il termine dei lavori di costruzione dell’emissario del Liri. La galleria, che funzionò fino al IV secolo, doveva operare la bonifica del luogo. L’inizio dei combattimenti fra Rodiesi e Siciliani fu dato dal suono di una bucina tenuta da un enorme Tritone argenteo sorto, per mezzo di un congegno speciale, dalle acque del lago. Ma vediamo cosa racconta Tacito (Annal. 1,XIII) a tal proposito. La descrizione meraviglia e stupisce, come genere di spettacolo, anche noi: “…Per tal cosa egli armò molte triremi e quadriremi con 19mila uomini, circondando con navi la periferia destinata allo spettacolo per togliere ai combattenti ogni modo di sfuggirne: con tutto ciò abbracciò lo spazio per costringere i remiganti delle navi alle arti tutte, ed agli assalti navali come nelle battaglie costumansi. In esse navi, le compagnie e i manipoli delle coorti pretoriane eranvi collocate, tenendo avanti di loro i ripari nei quali erano disposte macchine da guerra, catapulte e balliste. Il rimanente del lago veniva sorvegliato da soldati di marina disposti su navi coperte. Una immensa moltitudine accorsavi dai vicini municipi e dalla stessa Roma, chi per il desiderio di vedere, e chi per corteggiare l’imperatore, occupò a guisa di teatro le alture delle rive, delle colline e dei monti. Egli (Claudio), ornato di nobile veste imperiale, standogli al fianco Agrippina in clamide tessuto d’oro, vi assisteva. Benchè tra delinquenti si combattesse, nonostante pugnarono da uomini generosi, e solo dopo molte uccisioni e ferimenti, ai superstiti fu concessa la vita”.
Anche Svetonio descrive la naumachia di Claudio, svelandoci un particolare che è sempre stato prerogativa dei gladiatori nelle arene; fu infatti solo in quell’occasione che i combattenti, prima della battaglia, pronunciarono la famosa frase “morituri te salutant”, parole che furono poi tradizionalmente, ma erroneamente attribuite, come abbiamo detto, ai gladiatori. Del resto, se vogliamo, anch’essi erano gladiatori d’acqua.
L’introduzione di nuove tecnologie portò inizialmente ad un incremento delle naumachie; delle circa venti che sono state rappresentate iconograficamente, quasi tutte appartengono all’epoca di Nerone e dei Flavi. Dopodichè scompaiono quasi del tutto. Fa eccezione quella di Traiano nel 109, perché scavi archeologici hanno effettivamente trovato nel territorio tra S. Pietro e Castel S. Angelo, la presenza di una costruzione con gradinate e tribune scoperte, la cui superficie era circa un sesto di quella della naumachia di Augusto. Inoltre, la presenza ancora nel medioevo dei toponimi “Naumachia” e “Dalmachia” nel luogo, ci attesta che vi si tenevano sicuramente spettacoli, anche se di portata molto limitata rispetto alle grandiose battaglie navali precedenti.
La caduta dell’impero romano non determinò, tuttavia, la fine totale di questo genere d’intrattenimento cruento. Si sa per certo che si tennero naumachie nel 1550 a Rouen per il re Enrico II di Francia e nel 1807 a Milano per l’imperatore Napoleone Bonaparte.
Infine, ma di tutt’altro genere, una naumachia incruenta fu offerta al popolo da papa Alessandro VII il I° giugno 1656, riproducendo un combattimento tra feluche e bombarde nel lago di Castel Gandolfo.
G. Spini



