Dante, Cecco, le donne. Oltre i velami della suggestione esoterica


Tratto da Fiorendipità
2 giugno 2026

Cecco

Non sapremo mai quali pensieri si affollarono nella mente di Cecco d’Ascoli il 16 settembre 1327, durante il suo ultimo percorso attraverso il quartiere del Tempio, tra il convento di Santa Croce e il prato di Giustizia, dove lo attendeva il rogo. Francesco Stabili – questo il suo vero nome – era poeta, medico, insegnante, filosofo e astronomo; fu arso vivo dall’Inquisizione per il suo pensiero ritenuto eretico (1).

Era giunto a Firenze qualche tempo prima, chiamato da Carlo di Calabria come medico e astrologo di corte. Si dice che finì per rendersi antipatico al suo stesso protettore, a causa di previsioni astrologiche troppo “schiette” sul futuro della figlia di lui.
L’inquisitore francescano Accursio Bonfantini acquisì tutti gli scritti del filosofo e gli atti del precedente processo bolognese, concludendo che l’Acerba era “piena di acerbità eretiche”. Il processo subì poi una rapida accelerazione, quasi certamente vi fu una congiura: sembra che gli atti contabili registrino persino le spese di una cena, consumata dal frate inquisitore e dal cancelliere, la sera prima della condanna (2).

Di fronte ai giudici, per ogni domanda Cecco aveva risposto: «L’ho detto, l’ho insegnato e lo credo» (3). Era la risposta di un uomo che alle stelle ci credeva davvero, forse convinto fino all’ultimo, di aver “letto” in esse anche la propria salvezza.


L’Anti-Commedia, ovvero il duello con Dante

Si dice che la figura di Cecco non sia comprensibile senza la sua contrapposizione a Dante. I due personaggi sono coinvolti in analoghe questioni, ma anche in  appartenenze – ipotetiche o immaginarie – che forse non si verificarono mai.

Forse l’asprezza dell’ascolano nei confondi dell’Alighieri non fu ispirata da invidia, come si è creduto in passato, ma da una diversa impostazione di pensiero e dal bisogno di difendere l’astrologia dalle limitazioni cui i poeti, in un certo senso, la sottoponevano.
Cecco organizzò i capitoli dell’Acerba con la stessa forma metrica della Commedia, scegliendo però uno schema che ne fa, secondo la definizione di Contini, l'”Anti-Commedia” nei contenuti e nella forma (4). Alcuni versi espliciti: «Qui non se canta al modo delle rane, / qui non se canta al modo del poeta / che finge imaginando cose vane»; e ancora: «Lasso le ciance e torno sul vero: / le fabule me fur sempre nimiche».

Il punto di maggior attrito riguarda la figura della donna, o “donna d’amore”. In Dante, Beatrice è tramite di grazia, figura mistica, guida verso Dio. Cecco non accetta questa elevazione, e la differenza è, in fondo, quella tra misticismo e alchimia operativa. Per Cecco la donna non può essere elevata a simbolo del divino senza falsificare la scienza e l’influsso degli astri. Eppure – ed è qui la tensione più viva – nell’Acerba convivono l’idea di una donna alchemistica, «generatrice e custode di ogni virtù e beatitudine», e un certo disprezzo per le donne generalmente intese (5). Due poli inconciliabili che rispecchiano una visione del mondo irrisolta … ma forse proprio per questo autentica.

È possibile che quella tensione fosse al contempo l’eredità di una certa formazione intellettuale. Cecco studiò giovanissimo ad Ascoli, in un ambiente ricco d’influenze, alcune delle quali definiremmo oggi “esoteriche”. Certamente incontrò uno o più maestri che improntarono la sua visione del mondo, orientandone l’opera successiva. 


Si legge un po’ ovunque che Cecco frequentasse in Ascoli il monastero di Santa Croce ad Templum, ritenuto di matrice templare; ma questa attribuzione è priva di qualsiasi appiglio documentario, come hanno fatto notare ricercatori locali nel tentativo di rintracciarne le fonti originali (6).
O forse templum non sta per templari, ed è probabile che ciò valga per vari casi storici. Come a proposito di un’altra Santa Croce, quella presso il Tempio di Firenze, luogo dove è cominciato il racconto espresso in questo articolo.

E insomma, tornando a Cecco, se vi fu un convento e se lì studiò – e se quel convento manco appartenne a un ordine in odor d’eresia … allora il paradosso magico/religioso appare ulteriormente insondabile.


Frequentazioni esoteriche

Anche e soprattutto per la figura di Dante, il legame con l’universo templare è tema ricorrente nell’esegesi esoterica. Nella Vita Nova Dante definisce «Fedeli d’Amore» coloro ai quali sono destinati i suoi versi, e secondo alcune tesi questi non sarebbero semplicemente i poeti, ma una confraternita vicina idealmente all’ordine del Tempio, che usava un linguaggio simbolico (e quindi anche il simbolo della Donna) analogo a quello delle confraternite iniziatiche dei Sufi e dei mistici ebraici (7).

René Guénon nel suo L’esoterismo di Dante (1925) ha sostenuto i contatti tra gli Stilnovisti e i Templari; molti altri hanno costruito le loro tesi, persino le proprie personalità di ricercatori, su questo aspetto.

Franco Cardini ha argomentato che la supposta appartenenza di Dante a tale gruppo è frutto di una mistificazione ottocentesca-novecentesca (8).

L’idea di un “Dante templare” e tutta la letteratura che ne deriva, è certo d’importanza primaria se si vuol comprendere antropologicamente il “fossile” neo-templare e la storia dell’esoterismo degli ultimi secoli. Ma non saprei cosa potesse importare di tutto questo a Dante, e quindi, a chi cerca di comprendere umilmente la sua esistenza.

Pure in questo caso, e in modo poderoso, il velame dell’esoterismo è steso a forza quanto a ratio, creando l’idea di un preteso segreto e quindi di una rivelazione possibile. 
Tradendo anche qualche rimozione, e su questo anzitutto dovremmo riflettere più a fondo.

Cecco d'Ascoli a Firenze


Il Tempio interiore

Cosa balenò dunque nella mente di Cecco in quell’ultimo settembre, mentre si preparava la pira nei pressi del Tempio?
E Dante – che fu anch’esso condannato al rogo – in quali pensieri cercò rifugio, nei momenti peggiori dell’esilio, trascinato di città in città per esser poi colto da malaria?

Pensarono forse ai loro rivali e detrattori, come capita talvolta in giornate febbrili? O forse ai loro maestri filosofi, che indicarono le strade da percorrere? O ai loro figli e ai loro soldi? O meglio a Dio, padre e salvatore, pronto ad accoglierli? 

Ma poi emerge un dubbio più fecondo: che forse né Cecco né Dante stessero davvero pensando ad altri uomini o dei, né a loro consanguinei, soci o rivali; né tantomeno a chissà quali maestri occulti o tantomeno “templari”.

Che in istanti estremi si lasciassero riempire l’animo dall’immagine-pensiero di una figura femminile. Quella di Cecco, arcana, astrale, celata. Quella di Dante, mistica e reale al contempo. Due figure di donna diversissime, elementale l’una,sacrale l’altra, ma quasi certamente entrambe legate, nel volto e nello sguardo, a donne concrete ed esistite.
Perché i grandi archetipi dell’anima hanno sempre una faccia precisa, che è colta dal nostro vissuto personale – e quel vissuto continua a parlare, danzare,esercitarsi con l’archetipo, declinandolo in qualche misura a sé. (…)

(… continua su Fiorendipità)