Appunti sulla psico-regione del far-libri-di-carta

[Editoriale II/2016]

Recentemente un noto analista editoriale ha constatato la cesura creatasi tra il mercato editoriale di stampa e quello elettronico, per capirci tra libri di carta e ebooks. Dall’analisi dei dati risulta che il mercato editoriale, forte di titoli e autori capaci d’assicurare ottime vendite, prosegua la sua marcia come prima o quasi. Il mondo del libro digitale sembrerebbe invece alimentato dal lavoro di scrittori e editori indipendenti, con isolati successi commerciali e con una capacità di progresso un po’ inferiore alle aspettative degli scorsi anni. Le due correnti non sarebbero più capaci d’influenzarsi e comunicare tra loro, ovviamente con grave danno per entrambe le parti.

Preso atto di ciò, m’è venuto da dire “Buongiorno!”. Una situazione del genere era ipotizzabile già da tempo.
Molte case editrici, la nostra compresa, si sono dedicate agli ebook cercando di cavalcare ciò che viene presentato come irreversibile, per poi rallentare in attesa di riscontri mai giunti o mai abbastanza evidenti.
Si pensava forse che i grandi e piccoli editori, specie in Italia, mollassero improvvisamente la sostanza del loro tradizionale business (un libro di carta rappresenta comunque un giro di denaro sensibile) per investire nell’editoria digitale, solo perché un mondo impazzito ha fornito tutti i lettori, collaboratori e concorrenti, amici e parenti, mamme e nonni, di tablet e smartphone? C’è un oceano tra il possedere un tablet e il comprare un ebook. E c’è un oceano tra i motivi che spingono a comprare un libro e quelli che spingono a comprare un ebook. Temo che questa situazione non cambierà ancora per un po’, siamo solo all’inizio di una lunga fase di cambiamento.

Ma stoppiamo subito le banalità che favorirebbero la solita rimuginazione, se non il mero elenco delle differenze tra carta e files (passatempo dal sapore positivista che non par cogliere l’essenza del problema, localizzabile ben al di là del formato). Ciò che invece c’interessa notare è la complessità psicologica di quella parte dell’editoria che è appunto legata, sempre più, al formato cartaceo. Complessità che si manifesta anzitutto in una serie di livelli di rimozione, a partire dal dato della probabile fine (è un fatto antropologico) del business-del-libro-di-carta, o almeno dal rischio acuto che tale fine sia tutto sommato prossima. Le risposte che gli editori, specie in Italia, riescono a darsi, tra se e sé, a tal proposito, credo potrebbero sorprenderci. Ma non esistono ovviamente studi esaustivi né tanto meno statistiche: l’anima rilascia dati con avarizia assai maggiore di Amazon.

Sondiamo dunque, per ipotesi, la suddetta complessità.
Sorvoliamo subito le risposte semplicistiche degli ottimisti e ignoriamo quelle, furbesche, di coloro che vivono l’editoria come un espediente del momento (legato magari al soggetto-business capitatogli tra le mani quasi per caso). Nella zona intermedia di questa psico-regione, è certo che molti credano in una transizione sfumata e indolore durante la quale ci sarà modo d’organizzarsi con calma, valutare i cambiamenti, sviluppare strategie.
A tal proposito non mi sento d’essere ottimista, anzitutto perché non è chiaro dove stiamo andando e, se il problema non è nel formato ma negli orizzonti, può darsi che l’editoria, o quel che ne rimarrà, muterà lentamente in altro che, semplicemente, potrebbe non interessarci in quanto spiriti lucidi, né gratificarci come professionisti. O, peggio, la lenta e sfumata transizione potrebbe tendere verso il nulla, la semplice fine del fenomeno editoriale per come lo conosciamo.

Scavallati quindi gli ottimisti e i moderatamente-tali, non sarà possibile non avvicinarsi lentamente all’abisso dei pessimisti-cosmici, di cui sento maliziosamente di far spesso parte. Ma non pensi l’esploratore, nelle lande esistenziali precedenti a quella sorta di Białowieża che si stende intorno al baratro, di trovar chissà quale fauna.
Molti infatti sono coloro che, forse vedendoci “lungo”, hanno chiuso già da tempo i battenti o mollato o quasi le loro attività per dedicarsi prevalentemente ad altro. Un’infinità i librai arresi e chiusi mentre altri, tra cui senz’altro freme qualche zombi, continuano a commerciare libri ammascandoli tra una portata e l’altra d’improbabili bistrot. Molte le case editrici concluse e quelle arenate prima d’essere giunte a velocità di crociera. Io stesso ho avuto serie esitazioni nel continuare a editare e non lo nego: ho corteggiato la possibilità della chiusura per molti mesi, e c’è stato anche qualche brivido di piacere nell’immaginare cos’altro sarei potuto diventare, i.c.a.t. (i toscani comprenderanno l’acronimo).

In questa fetta della psico-regione sarà forse facile imbattersi in qualche “pianista sull’oceano”; ma sarà certo raro imbattersi in qualcuno capace d’abbracciare con forza la consapevolezza del disastro in corso e gettarsi nel vortice con coraggio, gridando le sue convinzioni – non dico per collassare come un Enrico Toti che lancia gli ultimi tipi, ma almeno per compiere un sondaggio esplorativo, pur legato con una corda al nostro caro fantoccio di realtà, che seppur fantocciesca è comunque l’unica realtà disponibile -.
Tanta è infatti la paura nel sentirsi diversi, fuori-tempo più che fuori-luogo e da diversi punti di vista. Una paura che diviene angoscia cronica, un fenomeno che chiunque si sia imposto ad esempio di stare lontano, per mesi e mesi, dai social netowrks, credo conosca molto bene.
Ma quell’angoscia e la sua Apnea riportano alla mente possibilità insospettabili, possono far esplodere riserve d’energia dimenticate. E tutto, forse, grazie ad un misterioso fascino legato alla frequentazione, mai definitiva, con il Baratro. Ma qui baratro = è la fine della storia-cronologica, cioè dell’attualità e non del Darsi che si staglia all’orizzonte. O almeno questa è la mia impressione.

È poi così difficile ammettere che il libro in senso esistenziale rischi realmente di finire, con l’anima che vi è dietro, e proprio per questo alzare con più forza il proprio grido?
Trovare l’energia per ribaltare realmente la situazione o, se vogliamo, trovare l’energia e basta! Io sono qui, e mi riprendo la mia energia: lo sento, lo faccio, lo dico. E ho i miei pensieri, le mie teorie in proposito, i cari concetti che, attorcigliandosi tra loro, in continua formazione, col tempo diverranno forse più chiari e condivisibili.
A tal proposito viene ancora una volta in mio soccorso uno degli editoriali-fantasma che ho appuntato nei mesi della mia cara Apnea (il mio quaderno è pieno di schemetti, ne ho parlato lunedì scorso). Secondo quest’appunto, il problema starebbe anche in un eccesso d’egocentrismo e nella pretesa di stare-al-passo-coi-tempi e nel fatto d’intendere, nei termini di questi maledetti tempi, la stessa Storia.

Di fatto, così più o meno recita l’editoriale: …per un periodo ho pensato che noi-altri, che facciamo libri se non addirittura libri-di-ricerca-storica (mai andati così male!) e riferiamo a valori apparentemente desueti, avessimo imboccato una sorta di binario morto della Storia…
…chiunque in futuro studierà questo periodo, dovendone dare una sintesi o un’esposizione introduttiva finirà col blaterare dell’affermarsi dei nuovi media, nonché dei social-networks e di tante altre cose…ma non certo di libri di carta e di chi ancor li fa.
Noi siamo forse come una Olivetti che continua a far macchine da scrivere dopo l’avvento di Windows, o peggio siamo come un Benini che insiste col Flogisto nonostante Lavoisier…e così via.
Poi stamani, passeggiando ho pensato meglio, ero più lucido; ed ho dedotto che sbagliavo: proprio non è così.
 
Perché colui che, in un “futuro remoto”, studierà e darà una sintesi di questo periodo arriverà a farlo, da nativo digitale o cosa simile, con presupposti totalmente diversi che quasi certamente non annetteranno le specifiche motivazioni esistenziali del nostro esser qui-ora, a far-libri. E quelle sue motivazioni saranno lontane, dalle nostre, assai più di quanto le nostre possano esser lontane da quelle dei ricercatori di cento o duecento anni fa.
Perché un abisso si aprirà nell’arco di pochi anni, e già si sta facendo strada nelle nostre tasche.
Così, noi e quel ricercatore, resteremo alieni gli uni per l’altro, tanto che sarebbe inutile crucciarsi delle reciproche ignoranze.

Ne consegue che se il nostro percorso ha una dignità, se la ricerca è realmente una ricerca, allora la sua coerenza e il suo valore non verranno intaccati dall’esser stati condotti al di fuori delle grandi direttrici della storia, forse nel tratto nostalgico di un dignitosissimo binario morto o desueto; se non addirittura A PROPOSITO di quello stesso binario che, a pensarci, è un’idonea metafora della vita.
E dunque, se avrai coraggio di star fuori dalle lusinghe della Storia (come su intesa), il tuo lavoro avrà il giusto risalto sul piano degli orizzonti concettuali, che è e sarà vivido, prima di tutto e nonostante tutto.
Parole forse per qualcuno patetiche, se non folli e intrise di un qualche parossismo: anzitutto perché pessimistiche rispetto a qualcuno che verrà. Parole fidate e utilizzabili, se intese come esperimento concettuale, provocazione del contesto atta a suscitare qualche tipo di reazione…almeno in sé stessi.

LP

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