Vasco Pratolini, centenario della nascita

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Pratolini nacque a Firenze il 19 Ottobre 1913. Il padre, cameriere di caffè, due anni dopo la nascita del figlio parte per la guerra, ritornando poi ferito; la mamma, che faceva la sarta, muore nel 1918 in seguito a complicazioni nel dare alla luce il fratello Dante (in seguito chiamato Ferruccio). Dopo qualche tempo il babbo si risposa ma Vasco resta ad abitare con i nonni in Via de’ Magazzini; dopo la morte del nonno, in Via del Corno.
Qui, in quello che sarà il microcosmo di alcune delle sue opere, nella stradina sempre in ombra che si apre alle spalle di Palazzo Vecchio, lui e la nonna vivono in solitudine un’esistenza di miseria.

A dodici anni Vasco comincia a lavorare. Fa il garzone di bottega, il venditore di caramelle nei cinema, il fattorino d’albergo, l’impiegato dell’agenzia italiana di un sapone di Marsiglia, il tipografo e l’operaio di fabbrica.
Divora tutto quanto sia possibile studiando da autodidatta, cresce nell’amicizia di Ottone Rosai e di Romano Bilenchi, si documenta instancabilmente, senza pensare a nutrirsi. Dalla primavera del ’35 all’autunno del ’36 la tubercolosi lo costringe a due lunghi periodi in sanatorio in alta Italia.

Fra il 1932 e il 1939 collabora al periodico fiorentino “Il Bargello” (organo dei giovani fascisti), partecipa poi a Letteratura con il racconto “Prima vita di Sapienza”e a l’Incontro; nel 1938 fonda insieme al poeta Alfonso Gatto la rivista “Campo di Marte”. Tra le due degenze in sanatorio, Elio Vittorini, lo apre a nuove letture e lo coinvolge nel comunismo, spingendolo a collaborare al leggendario “Politecnico”.

Campo di Marte

Dopo le esperienze nelle riviste fiorentine si dedica alla narrativa. Nacquono così Il tappeto verde (1941), Via de’ Magazzini, Le amiche, riuniti poi con altri in Diario Sentimentale, che rievocano in chiave più o meno autobiografica, l’umile Firenze della sua giovinezza popolana, ricordi marcati di caldo interesse per i poveri e per la loro vita nell’ambito della città e del quartiere.
Prstolini partecipa alla Resistenza e nel dopoguerra è giornalista a Milano. Nominato insegnante negli istituti d’arte per qualche tempo lavora a Torino e Napoli. Nel 1951 si trasferisce a Roma con la famiglia.

Cronaca familiare, 1947 e Diario sentimentale, 1957 che raccoglie scritti del periodo 1935-43, scandiscono anch’essi i tempi della sua fanciullezza ed esprimono una delicata confessione per la morte del fratello, ritraendo figure femminili con la tenera arrendevolezza di chi ha sofferto le carenze affettive dell’infanzia.
Il Quartiere (1943) affronta in un contesto corale il formarsi della coscienza politica di individui appartenenti a nuclei del sottoproletariato urbano; il raggiunto realismo obiettivo della rappresentazione consentirà allo scrittore di riprodurre in allegra chiave satirica la vitalità elementare e perciò labile di Le ragazze di SanFrediano (1948) (si dice tutte modelle dell’amico Pietro Annigoni); di sapere osservare con rigore morale gli errori ideologici di Un eroe del nostro tempo (1947), e si esprimerà compiutamente in Cronache di poveri amanti (1946): le voci, i canti, le imprecazioni, il grido dei venditori di povere cose, le speranze che si “affacciano” dalle persiane sconnesse, sono i “personaggi” del repertorio pratoliniano.

cronache di poveri amanti

Un eroe del nostro tempo

Questi personaggi che nell’ambiguità delle esperienze sentimentali e nella durezza della loro condizione sociale imparano a conquistarsi dietro le barricate, insieme all’aria e al sole (dal finale del Il Quartiere) anche la libertà contro la violenza dello squadrismo fascista.
La perfetta tecnica narrativa di questo periodo è dovuta all’apporto di certe consonanze stilistiche e tematiche acquisite dallo scrittore francese Charles-Louis Philippe, di cui Pratolini, nel 1944, aveva tradotto Bubu de Montparnasse.

Metello (terminato nel 1952 e pubblicato nel 1955), primo valido romanzo della trilogia Una storia italiana, che si completa con Lo scialo (1960) e Allegoria e derisione (1966), provoca al suo apparire vivaci polemiche e utili messe a punto sui problemi del “neorealismo”. In questo ciclo autonomo di narrazioni Firenze è il microcosmo emblematico in cui si muovono personaggi del popolo e della borghesia, attori e vittime di eventi storici, di crisi sentimentali e ideologiche, di ossessioni e anomalie sessuali, che Pratolini scandaglia con sottigliezza e con dolente affettuosa comprensione, soprattutto per certi aspetti introversi della psicologia femminile.

Pratolini  1

Il “rifredino” La costanza dellaragione (1963), sembrava interrompere il motivo intessuto di cronaca e storia ideato per la trilogia, con un ritorno ai fantasmi dell’adolescenza e alla ricomposizione di paesaggi fiorentini cari a Pratolini, mentre invece stavano maturando, con ansia metafisica e con una riscoperta vocazione dell’ermetismo le pagine di Allegoria e derisione (1966).
Oltre a esperimenti di teatro (La domenica della povera gente, 1952; Lungo viaggio di Natale, 1954), Pratolini ha dedicato a Firenze sentite note di poesia in La città ha i miei trent’anni (1967); per terminare con l’ultima uscita, frammenti di versi del Mannello di Natascia (1985).

Un eroe del nostro tempo del 1947, Mestiere divagabondo e le prose de Il miocuore a ponte Milvio, sono pagine di minor impegno ma sempre significative.
Pratolini non è stato soltanto “oggetto di cinema”, nel senso che alcuni tra i suoi romanzi più fortunati sono stati trasportati sullo schermo, ma anche un autore “di cinema”, sia come sceneggiatore sia come soggettista. Scrisse la sceneggiatura del film Paisà di Roberto Rossellini dove tra l’altro è descritta una pagina memorabile della storia di Firenze durante la Liberazione del 1944; partecipò alla sceneggiatura di Rocco e i suoi fratelli di Visconti.
Quando i registi utilizzavano le sue opere, non sbagliavano mai, infatti, con Cronaca Familiare Zurlini vinse al Festival di Venezia.

Pratolini condivise l’impegno politico dentro o accanto ai democratici di sinistra: amò con infantile passione gli sport più popolari; sono leggendarie le sue cronache sui quotidiani insieme al poeta Alfonso Gatto, di alcuni eroici Giri d’Italia; infatti, fu anche eccellente giornalista a “Il Nuovo Corriere” di Romano Bilenchi.
Definito “Lo scrittore della simpatia umana” da Geno Pampaloni, scrittore “populista” da Asor Rosa, fu un raccontatore disinvolto, capace di cucire storie importanti sulle piccole cose d’ogni giorno. Lo scrittore Pratolini è stato un personaggio che ha rappresentato la sua città e il suo tempo come forse nessun altro nel panorama novecentesco, quello scorcio del novecento durante il quale Firenze dominava sulla cultura italiana, prima di abdicare su tutto e sprofondare quasi nell’indifferenza, se non ci fossero il turismo, le sfilate di Pitti e l’ultimo slancio di Matteo Renzi.

Letteratura

A Pratolini non fu assegnato il premio Nobel per la letteratura, forse perché i suoi detrattori fecero pesare i suoi travagli per il passaggio dal fascismo al comunismo. Per queste vicende lo scrittore pagò i piccoli compromessi con la politica, che uno scrittore che doveva lavorare per vivere era costretto ad accettare.
Vasco Pratolini, ci ha lasciato di Firenze un ritratto che poche altre città dell’Italia contemporanea possiedono.
Pratolini è morto a Roma il 12 Gennaio 1991; la camera ardente fu allestita in Campidoglio, quindi la salma fu portata a Firenze e tumulata nel cimitero delle Porte Sante.
Vasco Pratolini rimane il più grande scrittore fiorentino degli ultimi due secoli e merita dunque di essere riproposto alle nuove generazioni.
Purtroppo in questi tempi digitali, e un po’ alla Dan Brown, pochi, specialmente tra i giovani, lo conoscono e il nome Metello è diventato una rarità in riva all’Arno…

Enio Pecchioni

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