Settant'anni dai bombardamenti di San Jacopino

A 70 esatti dai bombardamenti che colpirono Firenze e in particolare il quartiere di San Jacopino, inoltriamo una testimonianza diretta di quell’evento da parte di chi, ancora bambino, visse la violenza in prima persona.

 

11 MARZO 1944 (Ricordi)
di Enio Pecchioni

Il ricordo nebuloso di quei giorni lontani così tragici per Firenze è ancora vivo nella mia mente come degli spezzoni di immagini di vecchie foto ottocentesche.
Avevo poco più di tre anni e mezzo, il bombardamento dell’11 Marzo 1944 ci colse all’improvviso in via Bartolomeo Cristofori a San Jacopiono, io la mamma e la nonna, gli altri della mia famiglia erano a lavorare, il babbo in Germania. Ci rifugiammo in fondo al giardino nel casotto per i conigli che lo zio Ilario aveva costruito in cemento dopo che erano venuti ad abitare a San Jacopino da via Madonna della Tosse.
L’allarme risuonò con il suo sibilo antipatico, la mamma prese la solita coperta e mi avvolse dentro. Il rombo dei motori degli aerei si fece sentire spaventoso e le bombe vennero giù a grappoli emettendo fischi terrificanti e scoppi indescrivibili seminando morte e distruzione.

Una bomba cascò lì vicino e con la sua violenza sventrò la casa dove abitavamo spazzando via il tetto e gli infissi delle finestre. Alcune travi e grossi sassi vennero proiettati sul casotto dove eravamo rifugiati sfondandolo.
La mamma che mi salvò proteggendomi con il suo corpo rimase ferita gravemente tra i detriti, io e la nonna solo pochi graffi. Arrivarono i Fratelli della Misericordia che ci tirarono fuori dalle rovine; arrivò nella polvere, mi ricordo spessa e immobile come la nebbia, lo zio Ilario che disperato pianse sulle macerie.
Fu un giorno triste per San Jacopino e Rifredi perché le “bombe alleate” fecero circa 120 morti. Fu una spaventosa tragedia un colpo durissimo per Firenze.

Così io e i miei ci trovammo sinistrati alla Villa Passigli in via delle Panche con altre sedici famiglie di Rifredi e San Jacopino (1) e molti sanno poi quanto fu difficile per tutti “resuscitare” dalla catastrofe della guerra, fu necessario il sacrificio di quasi una generazione.
Della Villa Passigli mi ricordo che poco prima del passaggio del fronte i tedeschi entrarono in casa, buttarono all’aria tutto e con le pistole puntate ci intimarono di stare fermi. Cercavano i partigiani ma portarono via alcuni civili tra i quali lo zio Ilario che riuscì poi, per sua fortuna, a eludere il loro controllo mentre stava scavando insieme ad altri delle trincee sulla Futa per la Linea Gotica; si rifugiò grazie a Franco Cinti, parente di Pietramala, per mesi insieme a quelli del paese in un abbaraccamento formidabilmente nascosto da grossi castagni in una recessa gola del fiume Diaterna di fronte al Monte Coloreta.

Accenno adesso brevemente a quella che fu la Liberazione di Rifredi come riferitomi da Eugenio Dini.
Qualche giorno prima dell’ 11 Agosto 1944, giorno della Liberazione del centro, ci rifugiammo tutti dalla zia Olga in via de’ Ginori. La mattina del 18 Agosto i tedeschi si erano attestati sulla terza linea di difesa, quella che andava dal Ponte di Mezzo alla Piazza Dalmazia, da Careggi a via Bolognese.

Quello stesso giorno verso mezzogiorno, finalmente, gli uomini della Wermarcht abbandonarono Piazza Dalmazia incalzati dal fuoco violento dei partigiani, portandosi via a braccia i loro caduti.
I tedeschi ritornarono nelle ore successive quando il buio della notte copriva Rifredi ma trovarono i patrioti decisi a tutto, perché furono ancora i partigiani a inchiodarli all’imbocco di via Vittorio Emanuele.
Dalla Società di Mutuo Soccorso, dove era installato il comando partigiano partivano ordini perentori per le operazioni belliche da attuare, che durarono quasi due settimane.
Furono giorni durissimi per Rifredi purtroppo costellati dalla violenza dei nazisti con fucilazioni e deportazioni.

I tedeschi lasciata poi Piazza Dalmazia si attestarono nella Pieve di S. Stefano e nei locali dell’Opera Madonnina del Grappa; a cento metri di distanza oltre il Terzolle le linee partigiane; ci furono sparatorie furibonde notte e giorno. I tedeschi facevano fuoco anche dal campanile della Pieve.
Il 31 Agosto, finalmente, i tedeschi si ritirarono da Rifredi. Frotte di persone uscirono esultanti dalle case e dall’Ospedale di Careggi incontro ai partigiani e agli alleati.
Finita la terribile odissea anche Don Giulio Facibeni potè rientrare nella sua pieve che era stata prima di quei giorni terribili e per un lungo periodo il rifugio dei perseguitati, degli sbandati, degli Ebrei.

Anche noi tornammo alle Panche, e ci restammo  fino al 23 maggio 1952.
Fu un periodo bellissimo della mia infanzia, pieno di giochi e avventure insieme a tanti amici dal cuore sincero.
Le piante, i prati odorosi e gli insetti svolazzanti nelle primavere passate li alla Villa, li sento ancora con tutta la sua fragranza non descrivibile, con nostalgia, ancora oggi, dopo tanti anni.
In quei campi intorno alla villa, per colpa delle nostre vagabondate, alcuni di noi rimasero danneggiati fisicamente per la vita, dalle mine lasciate dai tedeschi. Ed anche, quei giorni bellissimi furono funestati dalla morte della nonna Palmira nel 1947 e dalla morte del babbo nel Settembre del 1949, dopo che era ritornato dalla Germania malato di tubercolosi contratta nel campo di concentramento e non riconosciuto poi da chi “DOVEVA”.

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