Scongiuri, magia, preghiere e maledizioni dagli etruschi ai romani

Abbiamo già trattato precedentemente, e sempre in questa sede, di quale fosse l’approccio alla vita civile e alla quotidianità degli etruschi. Ma un detto latino recita: “Indocti discant et ament meminisse periti”, ovvero imparino i non dotti e all’erudito ravvivar la memoria sia gradito.

Il popolo etrusco, all’apparenza così raffinato ed elegante nell’abbigliamento, così imponente e altero nel portamento e nelle insegne del potere, come ci è stato tramandato dagli storici e dall’iconografia sia pittorica sia fittile, era in realtà intimamente fragile, fatalista e incline al pessimismo. Tutto era già scritto e determinato, solo in parte e in modo limitato si poteva modificare il proprio destino ricorrendo ai “presagi”, rigorosamente effettuati con rituali che facevano parte dell’Etrusca Disciplina. Ed ecco che auguri, interpreti del volo degli uccelli, aruspici, interpreti delle viscere animali e fulgurales, interpreti dei fulmini, divennero la classe sacerdotale più richiesta e dominante del mondo etrusco. Le loro “divinazioni” permettevano, in qualche modo, di deviare dalle insidie e dai pericoli della strada già segnata. Tutto dipendeva, ovviamente, dalla capacità di saper cogliere nel modo giusto i segnali inviati dagli dei per volgere a proprio vantaggio le negatività che ogni individuo, prima o poi, trova sul proprio cammino. L’Etrusca Disciplina era la “Bibbia” in cui erano trascritti i sacri rituali della divinazione, ai quali si faceva ricorso non solo nelle occasioni più importanti, come alla vigilia di una battaglia o per l’elezione di un magistrato, o ancora per la fondazione di una città, ecc., ma anche per questioni più banali che riguardavano la quotidianità.

 Tratteremo ora di ciò che è complementare alla divinazione, al comportamento consequenziale di un siffatto modo di concepire il proprio destino: modus vivendi et operandi trasmesso anche al popolo romano, che in fatto di superstizione non era da meno a nessuno.

augure-GabiiAugure

cicero1Cicerone

Il termine superstizione pare sia stato creato da Cicerone che, nel De Natura Deorum, definisce superstizioso chi sacrifica agli dei o prega ossessivamente affinchè i figli gli sopravvivano. Quindi superstizioso è connesso al verbo superstare, cioè sopravvivere, e superstes dà anche origine al termine superstite, nonché a superteste, ovvero testimone, termine usato soprattutto in questioni di leggi e tribunali, perché chi è sopravvissuto ad un fatto, è in grado di narrarlo con veridicità. In seguito, a partire dal III secolo, la parola superstizione cambierà significato, prendendo quello che oggi conosciamo.

Gli etruschi, ad ogni movimento o sussulto involontario fuori norma di esseri umani, animali e anche piante, si prodigavano in formule benefiche o malefiche a seconda dei casi, si munivano di amuleti portafortuna, offrivano ex voto agli dei, recitavano scongiuri e filastrocche allo scopo di allontanare ogni maleficio, e spesso anche il malocchio, dalla propria persona e dai propri cari. La superstizione, insomma, imperava costante e vi era una grande fiducia, in particolar modo nel mondo romano, nella magia e negli incantesimi, nelle formule spesso composte da parole incomprensibili, capaci di sovvertire l’ordine delle cose.

Nel periodo greco romano forme di magia e riti apotropaici furono adottati per allontanare il malocchio o indirizzarlo ad altre persone. Scrive Plinio il Vecchio: “Secondo molti autori le formule hanno la facoltà di cambiare il corso di grandi avvenimenti stabiliti dal fato ed annunciati dai presagi”. L’opera “L’asino d’oro” di Apuleio, in altre parole “Le metamorfosi”, era basato sulla varietà di episodi che avevano un collegamento diretto con la magia. E nell’ottava egloga delle “Bucoliche”, dal titolo Pharmaceutria (La Maga), Virgilio descrive il rituale usato dalla maga per far ritornare Dafni da Amarillide, l’amante abbandonata: “Porta fuori l’acqua e cingi di morbida lana gli altari, brucia verbene oleose e grani d’incenso maschio […] lega i fili di tre diversi colori a tre a tre con tre nodi […] io, intanto, circondo tre volte l’effigie (di Dafni) con tre fili di diverso colore e conduco tre volte l’immagine intorno all’altare. Il dio ama i numeri dispari”. Oltre ai numeri dispari, specialmente il tre e i suoi multipli, il rituale ci conferma che l’incenso e il profumo della verbena erano particolarmente graditi agli dei, queste piante, infatti, venivano adoperate per adornare gli altari nelle cerimonie religiose.

Per i romani portava sventura se un cane nero entrava in casa, una serpe cadeva dal tetto nel cortile, se una trave di casa si spaccava, se si rovesciava vino, olio, acqua; se si incontravano muli carichi di ipposelino, erba che ornava i sepolcri; se un topo rosicchiava un sacco di farina, se un simulacro divino sudava sangue, se dei corvi beccavano l’immagine di un Dio, se i pesci in salamoia, arrostendo, guizzassero come fossero vivi, se un toro in corsa infilava le scale di un caseggiato e si fermava solo al terzo piano.  E ancora, evitavano di sposarsi in certi giorni e in certi mesi; badavano a non varcare la soglia col piede sinistro. Durante il banchetto se a un commensale cadeva in terra del cibo che teneva in mano, il cibo doveva esser subito restituito al convitato che non doveva ripulirlo nè soffiarci sopra. Se il cibo cadeva di mano al Pontefice durante una cena rituale, si riponeva il cibo sulla mensa e si bruciava come sacrificio ai Lari. Era di cattivo augurio che a uno venisse uno starnuto nel momento in cui gli si porgeva il vassoio; l’unico rimedio era che cominciasse subito a mangiare.

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Molti ricorrevano a scongiuri contro la sfortuna, anche personaggi insospettabili, come ci dice Plinio il Vecchio nella “Naturalis Historia”: “Riportano che il dittatore Cesare, dopo una pericolosa caduta da un carro, non appena vi fosse montato sopra, usava sempre ripetere per tre volte un certo scongiuro, per allontanare da sè tale pericolo; cosa che vediamo ancora oggi fare da molti Romani”.

Il potere “magico” delle parole appariva tale da risolvere ogni problema, anche quelli relativi alla salute. Catone scrive che la funzionalità ossea, alterata da una lussazione, poteva essere ripristinata tenendo una canna rotta in mano e recitando la formula: “Huat, huat, huat! Ista pista, sista! Damnabo, damnausta!” Mentre Varrone dichiara di aver tratto dal testo di agronomia dell’etrusco Saserna, la seguente frase che doveva essere cantata a digiuno dal praticante per 27 volte (nove volte tre): “La terra si prenda la malattia, la salute rimanga nei miei piedi”. Dopodichè doveva sputare in terra, gesto ritenuto di grande efficacia, perché la saliva era considerata capace di allontanare demoni e malanni a causa della repulsione che provoca la sua vista. Anche Tibullo scrive: “Pronuncia i carmi (formule magiche) tre volte e tre volte sputa dopo averli pronunciati”. Ancora Plinio il Vecchio aggiunge: “Sputiamo sugli epilettici durante gli attacchi: così rigettiamo il contagio. […] Chiediamo anche venia agli dei di qualche progetto troppo audace sputandoci in grembo; per la stessa ragione è usanza sputare e fare tre volte gli scongiuri tutte le volte che adoperiamo una medicina, potenziandone gli effetti”.

Secondo Plinio, l’ambra era un rimedio contro gonfiori delle tonsille e del collo; l’ametista, come lo smeraldo, preservavano dall’ubriachezza, allontanavano addirittura le tempeste ed erano un antidoto contro i veleni! Mentre l’agata era efficace contro i morsi di ragni e scorpioni.

Per capodanno, come portafortuna, i romani si scambiavano un vaso bianco riempito con datteri, fichi e miele, inghirlandato di foglie d’alloro, e in casa si usava tenere un rametto di ruta per evitare incidenti domestici. All’interno, dietro la porta, si appendeva anche un ferro di cavallo contro la malasorte. Al collo dei bambini, per tenere lontani i demoni col loro suono, si mettevano collanine con medaglioni a sonagli in numero dispari detti crepundia e, sempre come ciondolo, era molto usato anche il corno di corallo. Un altro importante scongiuro era dato dalla raffigurazione, spesso in materiali preziosi, del pugno chiuso, col pollice in alto stretto tra l’indice e il medio, simbolo della vagina e della penetrazione, usata anche per favorire l’amore e le nascite, ma che in seguito divenne solamente un simbolo triviale senza alcuna valenza benefica.

Per liberare le case dagli spettri, una volta all’anno, il 9 di maggio, il pater familias di notte si purificava le mani con l’acqua, lanciava dietro di sé per nove volte delle fave nere dicendo: “con queste fave riscatto me e i miei; ombre dei miei antenati andatevene.” Dopo una nuova purificazione con l’acqua poteva finalmente voltarsi; si pensava, infatti, che i lemures, ovvero le anime dei morti, seguissero l’officiante raccogliendo, senza farsi vedere, le fave, ritenute il loro cibo preferito e per questo usate frequentemente nei riti funebri.

La superstizione, come abbiamo visto, generava scongiuri e un’infinità di preghiere agli dei per ottenere favori e buona sorte. Ecco una serie di suppliche tramandateci dagli storici romani.

O dei e dee, che i mari e le terre abitate, vi prego e scongiuro, deh, quello, che sotto il mio imperio si è compiuto, si compie e si compirà, quello per me, per il popolo e la plebe romana, per i socii e per la nazione latina e per quelli che in terra, in mare e sui fiumi seguono il mio esempio, i miei ordini e i miei auspici, abbia buon esito; e tutto quello voi bene aiutate, con buoni incrementi accrescete; e salvi ed incolumi, vincitori, dopo avere vinto i nemici, adorni di spoglie, carichi di preda e trionfanti meco reduci riportate in patria; concedeteci di punire gli avversari ed i nemici; e quello, che il popolo cartaginese ha cercato di fare contro la nostra città, date a me ed al popolo romano la facoltà di fare contro la città cartaginese, così da dare un esempio.” Scipione l’Africano.

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Tu Giove, con gli auspici con i quali questa città è stata fondata, fosti stabilito da Romolo che chiamano protettore di questa città e giustamente anche dell’impero, tieni lontani costui e i suoi compagni dai tuoi templi e da quelli degli altri dei, dalle case e dalle mura della città, dalla vita e dai beni di tutti i cittadini e gli uomini avversi ai buoni, nemici e predatori della patria, uniti da un patto di scelleratezze tra di loro e da una nefasta amicizia, punisci vivi e morti con eterni supplizi.”
Cicerone.

O dei, se l’avere pietà è cosa vostra, o se mai avete portato l’estremo soccorso a qualcuno ormai nella stessa morte, volgete lo sguardo su me infelice, e, se ho vissuto senza colpa, strappate da me questo morbo rovinoso che insinuandosi, strisciando come un torpore nelle membra, mi ha strappato ogni gioia dal cuore. Ormai non chiedo questo, che ella contraccambi il mio amore, o, cosa che non è possibile, che ella voglia essere casta, sono io che voglio guarire e liberarmi da questa tetra malattia. O dei concedetemi questo in cambio della mia pietas.” Catullo.

Giunone, dea della nascita, accogli i mucchi d’incenso che ti offre con la sua tenera mano la dotta fanciulla. Oggi è tutta tua, per te si è adornata lietamente, per essere bella davanti al tuo focolare. Lei dedica a te i motivi del suo ornamento, dea, e tuttavia c’è qualcuno segreto a cui vuol piacere. Ma tu, dea, sii propizia e nessuno separi gli amanti, ma ti prego, prepara anche al giovane un solido vincolo. Sarà una bella coppia: non c’è nessuna ragazza a cui sia più degno lui di servire, e lei a nessun uomo. […] Acconsenti e vieni, bellissima, col mantello di porpora: tre volte ti offrono, casta dea, vino e focacce…” Tibullo.

O Marte padre, ti prego e ti scongiuro, sii benevolo e propizio a me, alla casa e alla famiglia nostra; in considerazione di ciò ho fatto condurre porci, montoni e tori intorno al campo, alla terra ed al fondo mio; deh, tieni tu lontano, respingi, spazza via i morbi visibili ed invisibili, la sterilità e la devastazione, il maltempo e le bufere.” Catone il Censore.

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Con qualsiasi nome, Iside, con qualsiasi rito, sotto qualunque aspetto è lecito invocarti: concedimi il tuo aiuto nell’ora delle estreme tribolazioni, rinsalda la mia afflitta fortuna, e dopo tante disgrazie che ho sofferto dammi pace e riposo.”
Apuleio.

Proteggi il gregge e insieme al gregge i pastori e fuggano i malanni, scacciati dalle mie stalle. Se pascolai in sacro suolo, o sedetti sotto un albero sacro, o una mia pecora ignara brucò erba da una tomba, se entrai in un bosco proibito, e furono dal mio sguardo messe in fuga le ninfe o il dio capro a metà, se la mia falce spogliò d’ombroso ramo una selva sacra, le cui foglie offrii in un cestello a una pecora malata, perdona la mia colpa, e non mi noccia l’aver messo al riparo in un agreste tempio il mio gregge mentre grandinava. […]
Fa’ che possa non vedere le Driadi, né Diana che si bagna, né Fauno quando a mezzogiorno giace sdraiato nei campi. Scaccia lontano le malattie, godano buona salute gli uomini e le greggi, e anch’essi i cani, provvida turba […] Stia lontana l’iniqua fame, e abbondino erbe e fronde, e acque per lavarsi e per bere. […]
Accada quanto io prego, e noi anno per anno offriremo grandi focacce a Pale, signora dei pastori.“
Ovidio

Preghiere anonime:

O Vesta, Madre antica e feconda, fai scendere sulla nostra Gens la tua benedizione, che il tuo sacro fuoco bruci anche per noi, come l’hai fatto ardere per Roma. Accogli la nostra offerta fatta col cuore e in cambio concedi alla nostra casa, e alla nostra famiglia con liberti e schiavi, pace e armonia, ricchezza e salute.”

Salve Priapo, Padre fecondo, di orti custode, violatore. Ti invoco, rubizzo, dissipatore, spermatico. Tu che semini la vita. Defloratore, sgomento di vergini, igneo, fallopodo, fugatore di ladri e di uccelli, signore del fico, magmatico. Vieni a noi, possiedici col calore del tuo fuoco, dacci l’ardore che ti pervade, o comburente. Svela i misteri del fallo nascosti dal ricurvo falcetto, ambidestro, flagello di cinedi. Irrumatore, rostro marino, muto, ematico, signore dell’asino, vieni ai nostri santi spasmi. Signore dell’Orgia, sacrifica i nostri atti, vivifica le nostre menti. Osceno, Itifallo, Iectatore, Salvatore!”

Dalle preghiere “ordinarie”, si distinguono le cosiddette supplicationes usate dai romani durante le Guerre Puniche. Dopo il disastro di Canne (216 a.C.), fu deciso di inviare a Delfi, per consultare l’Oracolo di Apollo, lo storico Quinto Fabio Pittore che, al suo ritorno, riferì dovessero essere fatte delle suppliche a carattere espiatorio. Nonostante queste, l’ira degli dei, evidentemente non placata, si manifestò con fatti straordinari: l’anno 214 accaddero prodigi fuori del comune, alcuni incredibili, sicuramente frutto della fantasia popolare, tuttavia suscettibili di essere raccontati. Si parlava di corvi che avevano nidificato nel tempio di Giunone Sospita a Lanuvio, di una palma verde arsa in Puglia, di uno stagno di sangue uscito dal Mincio a Mantova, di creta piovuta a Cales, di sangue piovuto a Roma, di un torrente d’acqua sgorgato a Roma nel rione Isteo, di un fulmine che aveva colpito l’atrio pubblico sul Campidoglio, un altro tempio nel campo di Vulcano, pure un’arce in Sabina ed ancora il muro e la porta a Gabii; di un’asta mossasi a Preneste, di un bue che avrebbe parlato in Sicilia, di un feto che avrebbe gridato nel grembo materno, di una donna diventata uomo a Spoleto, di un’ara con uomini biancovestiti intorno apparsa ad Adria, di un secondo sciame d’api calato a Roma nel Foro, di legioni armate viste sul Gianicolo. Questo impressionante elenco di prodigi funesti ci fa capire a qual punto fosse arrivato il timor panico dei romani, presi da un senso drammatico di imminente catastrofe, per cui continuarono le supplicationes fino alla vittoriosa battaglia del Metauro che significò l’agognata pace degli dei.

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Nel settembre del 1908, in una tomba della necropoli di Sovana, furono rinvenute due statuette in piombo, risalenti al III sec. a.C., che raffiguravano un uomo e una donna nudi con le mani legate dietro la schiena. Lungo i corpi si leggevano i loro nomi: Zertur Cecnas e Velia Satnea. L’ipotesi più probabile è quella di una maledizione che avrebbe colpito i due personaggi, probabilmente due amanti. Chi subisce la maledizione, infatti, non è più libero delle sue azioni, ma sarebbe prigioniero della medesima.

Affidare al piombo, minerale duttile, i sortilegi o terribili sciagure era cosa comune nella Roma imperiale. La recente scoperta della lamina di piombo a nome Antonius, reca inciso il sortilegio: “Strappate l’occhio destro e sinistro dell’arbitro Sura, qui natus est de vulva maledicta” (e non importa tradurre). Il termine greco katadesmos tradotto in latino defixiones è impiegato dagli epigrafisti per indicare le lamine di piombo forate da chiodi con iscrizioni di maledizioni a carattere privato, da utilizzare contro chi si appresta a compiere un crimine o l’ha già commesso.

Nell’antica fonte romana cosiddetta di Anna Perenna, sono stati messi in luce una serie di oggetti di varia forma, classificati come testimonianze di riti magici, praticati dal popolo romano soprattutto nel mese di marzo in occasione dell’inizio dell’anno. Tra questi, una figurina impastata di miele, acqua e farina e introdotta a testa in giù in un cofanetto di piombo, che presenta su tutto il corpo lettere e simboli magici, mantenutasi grazie alla triplice sigillatura dei contenitori archeologici. Rivolte ad avversari in amore, rivali in campo sportivo, giudiziario e soprattutto ai ladri e malfattori, le maledizioni potevano colpire anche un singolo individuo o parti del corpo come la lingua, gli organi genitali, gli arti ecc. Le defixiones, venivano preparate da professionisti che seguivano delle particolari norme e che dietro compenso avrebbero poi scritto essi stessi i testi. Frequentemente, il manufatto da maledire era sepolto nel terreno assieme ad altri particolari oggetti, i quali servivano ad aumentare la loro efficacia. Curiose e singolari sono alcune figure di bamboline che probabilmente rappresentavano il destinatario della maledizione, spesso raffigurato con le mani legate dietro la schiena e il corpo trafitto da chiodi. Su una lamina di piombo rinvenuta a Morgantina (Sicilia), presso il santuario delle divinità infere (I sec. a.C.), si legge: “Gea, Ermete, degli Inferi, accogliete Venusta figlia di Rufo, la schiava, e fatela morire.” Altri ritrovamenti, sempre incisi su lamine metalliche, ci parlano di un ex innamorato che chiedeva vendetta alle divinità infere con queste parole: “… come il morto che qui è sepolto non può parlare e discorrere, allo stesso modo Rhodine in casa di M. Licinius Faustus sia morta […] Padre Dis ti raccomando Rhodine.” E Apuleio scrive: “ Ho sentito dire che neppure i morti possono stare più tranquilli nel loro sepolcro, ma che si va a caccia […] nelle tombe di avanzi e frammenti di cadaveri per farne funesti strumenti di sventura contri i vivi.”

Numerose sono le maledizioni riportate dagli storici, sia lanciate nel chiuso della propria casa, sia nella pubblica piazza, sia nei versi di famosi poeti romani afflitti da pene amorose. Scrive Tibullo a proposito di una mezzana: “Possa costei mangiare vivande sanguinolente e bere con la bocca insanguinata amare coppe insieme a molto fiele, e intorno a lei svolazzino sempre le anime lamentandosi del proprio destino e dai tetti ululi la terribile strige; essa stessa, stimolata dalla fame, cerchi furente in mezzo ai sepolcri le erbe e le ossa abbandonate dai lupi crudeli e corra col ventre nudo ululando per la città, e dietro la incalzi dai trivi una rabbiosa muta di cani.” E Properzio non è da meno con la sua maledizione: “Possa la terra ricoprire di spine il tuo sepolcro, o mezzana, e la tua ombra sentire ciò che non vuoi, la sete, e non siedano i Mani accanto alle tue ceneri, e Cerbero vendicatore atterrisca le tue turpi ossa col suo lamento di cane digiuno! […] Sia tumulo per la mezzana una vecchia anfora col collo mozzato; e su di esso prema la tua forza o caprifico. E voi tutti che amate colpite questa tomba con sassi appuntiti e, insieme ai sassi, lanciate parole di maledizione.”

Plutarco, nella Vita di Crasso, ci parla di una maledizione lanciata dal tribuno Ateo nei confronti di Crasso che si apprestava a partire per la guerra contro i Parti: “(Ateo)…alle porte della città pose un braciere ardente e, come giunse Crasso, versandovi sopra incenso e libagioni, pronunciò maledizioni atroci e spaventose per se stesse, aggravate dai nomi di certe divinità terribili e strane, che invocò. Dicono i romani che siffatte imprecazioni di misteriosa ed antica natura, posseggano tale forza da non lasciare più scampo a chi ne sia colpito e male incoglie anche a chi ne usa. Perciò pochi le adoprano e mai per motivi futili. Così Ateo fu biasimato, giacchè […] aveva coinvolto anche la città in maledizioni che incutevano sacro terrore.” Da questa descrizione, si desume che le divinità “strane e terribili” sono con ogni probabilità di antica origine etrusca, oscure e misteriose per i romani che, conoscendo la grande sapienza e l’insuperabile maestria nell’interpretazione dei presagi e delle cose divine espresse dal popolo che avevano soggiogato, non dubitavano minimamente della loro efficacia e ne erano oltremodo atterriti.

Scongiuri, preghiere e formule magiche, non erano sufficienti a sentirsi protetti dalle maledizioni e dal malocchio. Ecco che allora si ricorreva, sin dalla giovane età, a talismani ed amuleti. L’Amuleto aveva la funzione di proteggere e dare benessere a chi lo portava, il Talismano invece, mirava per lo più ad esaudire desideri difficilmente realizzabili, non lo tratteremo quindi in questa sede, dedicata solo alla difesa e all’offesa sia magica che scaramantica.


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Varrone, a proposito della parola scaeva, spiega che contro il malocchio si usava mettere al collo dei bambini un amuleto con le sembianze di una figura oscena, chiamata appunto scaevola, ovvero sinistra, in quanto gli auspici che venivano da sinistra, come riferivano i sacerdoti etruschi, erano ritenuti favorevoli (in seguito la sinistra, ritenuta la parte del diavolo, divenne di malaugurio).

A volte, l’amuleto aveva la forma di un fallo. A Roma il fallo veniva spesso raffigurato nelle piazze, agli angoli delle vie e all’ingresso di ville e abitazioni patrizie. Il pene eretto era un potente amuleto contro invidia e malocchio. Le matrone patrizie propiziavano la loro fecondità portando il fallo come monile al collo o al braccio. Ne abbiamo numerose rappresentazioni in bronzo, terracotta, in legno e piombo, ma anche in metalli preziosi. Un altro amuleto molto usato era la falce di luna crescente (lunatula) in oro o argento, simbolo di buona fortuna, ma anche l’ambra era efficace contro maledizioni e malocchio.

L’elenco degli amuleti che si portavano addosso o si tenevano nelle abitazioni per contrastare la sfortuna, le malattie, o per scongiurare malefici è lungo, e molti di questi oggetti sono stati tramandati nei secoli fino ai giorni nostri, per non parlare delle preghiere che, pur se rivolte in gran parte ad un solo dio, non hanno alterato il loro fine: l’allontanamento del male, di qualsiasi natura esso sia, dalla propria persona e da chi ci è caro, così come propiziarsi la fortuna e il benessere. Pure magie e incantesimi hanno attraversato la storia fino all’età moderna e molte persone ingenue o disperate ancora ne usufruiscono o ne sono vittime. E le maledizioni? Meglio non parlarne!

Giovanni Spini

(prima pubblicaz. 20/12/2013)

 

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