Ricomincia la “fine del libro”?


Quando anni fa decisi di estendere la mia attività di produzione all’editoria, pensavo che la decadenza o fine del Libro – forse il fattore più interessante nella spiritualità dell’attuale imprenditoria editoriale – sarebbe stata dirompente, impossibile da rimuovere e quindi vissuta con piena consapevolezza.
Pensavo insomma che il libro avrebbe preso a morire di più e prima e che questa morte si sarebbe rivelata (a chi voleva e poteva cogliere tale aspetto) come un’occasione di riflessione sul modo in cui è e potrà esser gestita, o meglio contenuta, la problematica della condizione umana. Difatti il libro ha sempre avuto un ruolo essenziale nell’intervento sugli assetti esistenziali individuali quanto talvolta collettivi.
Ma negli ultimi anni il mondo dell’editoria si è mostrato assai più refrattario di quanto pensassi ad accettare la crisi concettuale/funzionale, figuriamoci quella materialistica/strutturale (il formato non è poi così in crisi e siamo sommersi dai libroidi).

Così in un articolo di qualche mese fa, quando fu registrata (anche a livello internazionale) una lieve “crescita” dell’editoria cartacea e addirittura una flessione delle vendite dei libri elettronici, osai provocatoriamente preoccuparmi del fatto che questo libro “non voleva saperne di morire” rallentando ulteriormente un processo di presa di coscienza che, per la verità, pareva già utopico. E una sottile ironia pervase forse i miei scritti.
Denunciai il fatto che il libro che stavamo salvando, al quale ci stavamo “attaccando” pur di continuare a vendere e provare il brivido dell’editoria, era spesso uno zombie, un “libroide espanso”. E ho preso a parlare del possibile restauro di una “direzione esistenziale”, di un libro che sapesse “vivere della sua stessa fine” e così via.
Oggi, dopo un Natale in cui i cali nelle vendite sono tornati sensibili (almeno nei settori che mi competono), anche questa morte (filosoficamente intesa) potrebbe riprendere il suo corso.

I dati forse sono ancora vaghi ma credo di poter dire, con moderata amarezza, che molti librai, editori, autori, promotori, sono tornati a tremare (e io stesso, almeno a tratti, con loro). Tra questi vi sono gli stessi che per mesi, forse anni, si sono mantenuti in uno stato d’eccitazione subliminale – pervaso talvolta da atteggiamenti un po’ snob – dandosi totalmente ad un ideale operativo che nel frattempo perdeva il contatto con autentiche evoluzioni e rivoluzioni interiori.
Credo infine che in tanti passeranno semplicemente da questo stato d’eccitazione ad un altro legato ad altri ambiti lavorativi (non so quali, ma probabilmente ne hanno già in mente alcuni), senza aver meditato sull’autenticità di questa fase di decadenza che può divenire un valore di per sé (anche commerciale, oso dire).
Molti altri, in preda ai flussi dell’ego e incatenati alla trattazione di soggetti funzionali quanto convenienti, non si fermeranno mai; ma di certo ancora una volta si compirà una cernita.

La lenta fine del libro come concetto è la fine di un certo modo di veicolare e render cosciente la nostra più autentica vitalità. Come cambierà quella perenne tensione, il modo in cui riusciamo a conferirgli un senso, poetico e letterale – insomma a renderla sacra -? A morire non sarà quel formato, ma una formattazione che fu applicata alle nostre anime.
La nostra casa editrice, nel pieno del suo inesauribile (e orgogliosamente sofferto) innamoramento per il libro (vecchio o nuovo che sia), valuterà con gioia la pubblicazione di testi che si occupino dell’argomento libro, della sua “forza” (archeos) e del modo in cui la sua stessa strutturazione può agire su di noi.

 

LP

shares