Per un Libro che sappia "vivere della sua stessa fine"

§4/7/2016

In un recente articolo ho accennato al “libro che vive della sua stessa fine” e ho salutato positivamente la possibilità della persistenza della fine o “morte del libro”; ma in seguito ho constatato che, contrariamente, esso tende a non morire né come formato (le vendite dei libri di carta, dopo anni di flessione, sembra siano tornate stabili) né in senso più “altamente” simbolico. Dove volevo andare a parare?

Parlare di qualcosa che “vive della sua stessa morte” significa aprire ad una serie di suggestioni, ad un “ambito d’azione” metaforico approcciabile su più livelli.
Anzitutto quest’idea rimanda al fuoco che è visibile e sensibile proprio nel momento in cui si dilegua (Eraclito). Per quanto ci riguarda il fuoco è quello della passione esistenziale e, nello specifico della prospettiva del Libro, la passione per l’interrogazione esistenziale (indipendentemente dal fatto che essa avvenga attraverso non-fiction o fiction).

Forse potremmo fermarci qui poiché è evidente come gli attuali libroidi (concetto espanso), anche quelli che promettono qualche forma d’approfondimento, evitino in realtà, nella maggioranza dei casi, d’affrontare in modo diretto e necessariamente irriverente la questione della finitezza, della stessa “morte” e delle problematiche “ultime”; se non con risposte che chiudono e concludono la questione anzichè aprire all’attualità del fenomeno (viene da sorridere ma parlo proprio di questo: un’attualità della morte, che appare invece come un fuori-moda abissale).

Ma torniamo al Libro come concetto nel senso più alto. Molto in esso, sia ad un livello idealistico-contenutistico sia a quelo estetico-essenziale della cognizione dell’oggetto-libro, si rafforzava attorno alle problematiche della finitezza dell’essere.
A leggere, si potrà intender quel che dico in modi diversi: c’è chi vedrà in questa morte una prospettiva psichica, “sempre viva”, il mondo delle immagini collettive ecc. ecc.; chi vi riconoscerà un veicolo di quei malcelati “desideri di morte” ecc. ecc.; chi intuirà riferimenti storico-critici al libro come operazione artistica-contemporanea ecc. ecc.; chi invece, riconoscendo come il Libro nel senso più alto sia stato il luogo in cui l’io corteggiava qualche ipotesi di mutazione, riforma, rivoluzione, constaterà l’esistenza della reciproca impronta di un annullamento o disastro… Può darsi che quest’ultimi mi restino più simpatici…ma guardiamo “semplicemente” a quel che succede nell’ambito del “sistema libro-lettore”.

Diciamo ad esempio che il libro si afferma in senso collettivo-popolare in un’epoca in cui i vincoli sociali non permettono di superare certi limiti etici e morali e quindi, non avendo altre valvole di sfogo per corteggiare la fiamma e quindi la possibilità dell’affermarsi de «l’inferno, o la riforma» (Cioran), non si può far altro che leggere. Persino I tre moschettieri, letto nelle sue prime frasi dalla balbettante protagonista di Una giornata particolare di Monicelli, diventa una sorta di formula sovversiva, contenitore di pulsioni, veicolo di mutazione: qui la rivoluzione stava nel gesto del leggere in sé.

In breve, crescendo e procedendo nella costruzione della propria realtà sociale, un insieme di libri e proprio quelle copie di quei libri, concretizzavano l’evoluzione di un’esistenza parallela che corteggiava costantemente il fuoco e il sublime rischio del soggiacente fallimento (come fatto “tecnico” relativo all’io): una storia allo specchio, quella del rapporto con la propria finitezza, quella di una collezione di timide o temerarie aperture al nulla o, talvolta, semplici brividi di semplici, care “persone di popolo”.

Così questo “ardere” faceva parte di noi, ci accompagnava negli anni, invecchiavamo assaporando la dolcezza del rischio delle relative “aperture”, sempre insieme ai nostri libri, proprio quelli: l’ingiallimento della carta e l’avanzamento delle rughe; il cedimento delle pagine brossurate e l’indebolimento dei nostri tendini; le cicatrici o i tatuaggi come le sottolineature e gli appunti incisi sulle pagine; l’impossibilità di comprendere, a distanza di anni, queste tracce dei nostri vecchi io, attoniti innanzi all’enigma dello scorrere del tempo. Lo stesso enigma che le parole lette, le loro catene di concetti, cercavano d’ingabbiare e quindi determinare, srotolando e al contempo dissacrando le reciproche normali convenzioni.
Questa collezione di libri è la storia di una sorta di non-io che ci accompagna e attraverso il quale, con la scusa di un pensiero o di un rinnovamento, abbiamo corteggiato il nostro fuoco.

Là dove esiste un’interrogazione sulla finitezza e quindi sull’essere, che si sia nella Schwarzwald come in Chianti, a Manhattan come a Sanpietroburgo, mantener vivo il proprio rapporto con una possibilità di fallimento ampia e suggestiva, luminosa e numinosa, è cosa da filosofi, da Grandi; ma più semplicemente fu cosa da Lettori, poiché quest’ultimi accettavano, certo spesso implicitamente, il senso del loro progetto di “morte simbolica” e lo facevano restando, rispetto ai primi, assai meno deteriorati dai paradossi del successo.

Chiudendo il cerchio: oggi, la “morte del libro” di cui si è parlato e straparlato, colta nel senso più generale e generalista, dovrebbe esser vista dallo stesso Libro (idealmente inteso) come un’occasione per “corteggiare il fuoco”, assaporando l’apertura al nulla evocata da tale possibilità di fallimento.
In questo senso il Libro, oggi, può vivere della sua stessa morte.

Ora, il punto è che questo stesso interesse per le problematiche della finitezza è praticamente estinto, perché la crisi d’identità che ci è indotta quotidianamente dai social networks spinge tutti, lettori per primi, a comportarsi in modo egoico, da ii immersi nel proprio io.
Viviamo in un sistema pensato e costruito per darci continue opportunità di distanziarci dalla prospettiva tecnica del fallimento e, perdendola di vista, perdiamo una via maestra per il Nulla (che, volenti o nolenti, si cela dietro la suggestione del crollo dell’io). E si resta prigionieri di un giogo-giostra, con l’occasione di cliccare qualche inserzione aiutando altri, dolci anime, a distanziarsi dalla voragine.

Così se esiste un fuoco, esso brucia delle cose e delle persone, e non del loro essere, sviluppandosi orizzontalmente o solo lievemente, in tralìce.

Ancora un esempio: oggi, con FB, siamo tutti vip o possiamo comportarci come tali nell’ambito di una strategia d’affermazione esistenziale. Non esistono più limiti imposti e dobbiamo gestire un presunto potere-libertà. In questo siamo spinti a mantenere una distanza politica da noi stessi, cioè dal nostro non-io, da quel costrutto coerente di affascinanti dubbi che lasciano aperto un collegamento con la totalità del Sé.
Questa scelta politica o di marketing (che differenza c’è?) ha in realtà profonde ripercussioni sulla nostra lucidità: il sacrificio della propria “voragine” non è infatti compensato da un’affermazione degna di nota perché, anche se all’anima pare di esserlo, in realtà non siamo politici, non siamo vip, non siamo “importanti” e corriamo tutti come schiavetti per qualche clic in più.

Così quella terra fertile compresa, per così dire, tra io e anima, che eravamo ed aravamo grazie anche al Libro, si rinsecchisce; e in quel Montis Sicco rischieremo di ritrovarci, eremiti farneticanti, per poi morire assetati; dunque faremo tutto il possibile per evitare questo rischio blaterando ancora attorno al nostro io, aggiungendo immagini ad immagini, iità ad iiezza. E scrivendo e leggendo ancora altri libroidi, articoloidi e postoidi finché la nostra gola interiore sarà altrettanto sicca.
Nel frattempo nuove muraglie filosofiche saranno state organizzate per tracciare inquietanti ponti tra marketing e spiritualità – ma questo in fondo è un fatto secondario -.

Infine, mi scuso d’aver ancora una volta scritto un po’ di getto, senz’altro con qualche approssimazione concettuale; e mi scuso, anzitutto con me stesso, per apparire quel romantico che in realtà non sono (caro vecchio Pole, tu lo sai e sai anche che l’importante era esser qui, anche questo lunedì sera, per restaurare la direzione. NdAnima).
E penso che, nei prossimi tempi, dovremmo interrogarci su come quella “terra di mezzo” sia ancora frequentabile, per accendere ancora quel fuoco…o per lo meno per il nostro spasso!

LP

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