Matteo Villani e la peste del 1348 a Firenze

La peste del 1348 fu uno dei momenti più tragici per la municipalità fiorentina, un dramma che riviviamo in una descrizione che si affianca a quella altrettanto famosa resa alla storia dal Boccaccio nel proemio del Decamerone. Nel brano del fiorentino Matteo Villani (1280 ca-1363) emergono con profonda drammaticità tutti gli aspetti di questa terribile pestilenza, dall’indignazione per l’irrazionale comportamento dimostrato dagli uomini alla caduta dei vincoli familiari e dei valori sociali fino a giungere ad un dilagante ed inarrestabile senso di impotenza che si manifesta davanti all’epidemia, le cui cause vengono attribuite a castighi divini, non propizie congiunzioni astrali se non in una presenza del demonio.

Enrico Baccarini

Quanto durava il tempo della moría in catuno [ciascuno] paese.

Avendo per cominciamento nel nostro principio a raccontare lo sterminio della generazione [razza] umana e convenendone divisare [indicare] il tempo e il modo, la qualità e la quantità di quella, stupidisce la mente appressandosi a scrivere la sentenzia che la divina giustizia con molta misericordia mandò sopra gli uomini, degni per la corruzione del peccato di final giudizio. Ma pensando l’utilità salutevole che di questa memoria puotte addivenire alle nazioni [generazioni] che dopo noi seguiranno, con più sicurtà del nostro animo cosi cominciamo. Videsi negli anni di Cristo, dalla sua salutevole incarnazione [il 25 marzo, giorno nel quale cominciava l’anno a Firenze], 1346 la congiunzione di tre superiori pianeti nel segno dell’Acquario, della quale congiunzione si disse per gli astrologhi che Saturno fu signore: onde pronosticarono al mondo grandi e gravi novitadi; ma simile congiunzione per li tempi passati molte altre volte stata e mostrata, la influenzia pealtri particulari accidenti non parve cagione di questa, ma piuttosto divino giudicio secondo la disposizione dell’assoluta volontà di Dio. Cominciossi nelle parti d’Oriente, nel detto anno, inverso il Cattai e l’India superiore e nelle altre provincie circustanti a quelle marine dell’Oceano, una pestilenzia tra gli uomini d’ogni condizione di catuna età e sesso: che cominciavano a sputare sangue e morivano chi di subito, chi in due o in tre dí, e alquanti sostenevano più al morire. E avveniva che chi era a servire questi malati, appiccandosi quella malattia, o infetti, di quella medesima corruzione incontanente malavano, e morivano per somigliante modo; e a’ più ingrossava l’anguinaia [l’inguine], e a molti sotto le ditella [ascelle] delle braccia a destra e a sinistra, e altri in altre parti del corpo, che quasi generalmente alcuna enfiatura singulare nel corpo infetto si dimostrava. Questa pestilenzia si venne di tempo in tempo e di gente in gente apprendendo: compresse infra il termine d’uno anno la terza parte del mondo che si chiama Asia. E nell’ultimo di questo tempo s’aggiunse alle nazioni del Mare Maggiore [mar Nero] e alle ripe del Mare Tirreno, nella Soria e Turchia, e in verso lo Egitto e la riviera del Mar Rosso, e dalla parte settentrionale la Russia e la Grecia, e l’Erminia [Armenia] e l’altre conseguenti provincie. E in quello tempo galee d’Italiani si partirono del Mare Maggiore e della Soria e di Romania per fuggire la morte e recare le loro mercatanzie in Italia: e’ non poterono cansare [evitare] che gran parte di loro non morisse in mare di quella infermità. E arrivati in Cicilia conversaro co’ paesani e lasciàrvi di loro malati, onde incontanente si cominciò quella pestilenzia ne’ Ciciliani. E venendo le dette galee a Pisa e poi a Genova, per la conversazione di quegli uomini cominciò la mortalità ne’ detti luoghi, ma non generale. Poi conseguendo il tempo ordinato da Dio a’ paesi, la Cicilia tutta fu involta in questa mortale pestilenzia. E l’Africa nelle marine e nelle sue provincie di verso levante, e le rive del nostro Mare Tirreno. E venendo di tempo in tempo verso il ponente, comprese la Sardigna e la Corsica e l’altre isole di questo mare; e dall’altra parte, ch’è detta Europa, per simigliante modo aggiunse alle parti vicine verso il ponente, volgendosi verso il mezzogiorno con più aspro assalimento che sotto le parti settentrionali. E negli anni di Cristo 1348 ebbe infetta tutta Italia, salvo che la città di Milano e certi [luoghi] circustanti all’Alpi che dividono l’Italia dall’Alamagna, ove gravò poco. E in questo medesimo anno cominciò a passare le montagne e stendersi in Proenza e in Savoia e nel Dalfinato e in Borgogna e per la marina di Marsilia e d’Acquamorta [Marsiglia e Aigues-Mortes], e per la Catalogna e nell’isola di Maiolica e in Ispagna e in Granata. E nel 1339 ebbe compreso fino nel ponente, le rive del Mare Oceano, d’Europa e d’Africa e d’Irlanda, e l’isola d’Inghilterra e di Scozia, e l’altre isole di ponente e tutto infra terra [le regioni interne] con quasi eguale mortalità, salvo in Brabante ove poco offese. E nel 1350 premette gli Alamanni e gli Ungheri, Frigia [Frisia, cioè Paesi Bassi], Danesmarche, Gotti [abitanti della Svezia meridionale] e Vandali e gli altri popoli e nazioni settentrionali. E la successione di questa pestilenzia durava nel paese ove s’apprendeva cinque mesi continovi, ovvero cinque lunari: e questo avemmo per isperienza certa di molti paesi. Avvenne, perché parea che questa pestifera infezione s’appiccasse per la veduta e per lo toccamento, che, come l’uomo o la femmina o i fanciulli si conoscevano malati di quella enfiatura, molti n’abbandonavano: e innumerabile quantità ne morirono che sarebbono campati se fossono stati aiutati delle cose bisognevoli. Tra gl’infedeli cominciò questa inumanità crudele, che le madri e’ padri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e’ padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti: cosa crudele e maravigliosa [spaventosa] e molto strana [aliena] alla umana natura, detestata tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le nazioni barbare, questa crudeltà si trovò. Essendo cominciata nella nostra città di Firenze, fu biasimata da’ discreti [saggi] la sperienza veduta di molti, i quali si provvidono e rinchiusono in luoghi solitari e di sana aria, forniti d’ogni buona cosa da vivere, ove non era sospetto di gente infetta; in diverse contrade il divino giudicio (a cui non si può serrare le porti) gli abbatté come gli altri che non s’erano provveduti. E molti altri, i quali si dispuosero alla morte per servire i loro parenti e amici malati, camparono avendo male, e assai non l’ebbono continovando quello servigio; per la qual cosa ciascuno si ravvide, e cominciarono senza sospetto ad aiutare e servire l’uno l’altro: onde molti guarirono, ed erano più sicuri a servire gli altri. Nella nostra città cominciò generale all’entrare del mese d’aprile gli anni Domini 1348, e durò fino al cominciamento del mese di settembre del detto anno. E morì, tra nella città, contado e distretto di Firenze, d’ogni sesso e di catuna età de’ cinque i tre e più, compensando il minuto popolo e i mezzani e’ maggiori, perché alquanto fu più menomato, perché cominciò prima ed ebbe meno aiuto e più disagi e difetti. E nel generale per tutto il mondo mancò la generazione umana per simigliante numero e modo, secondo le novelle che avemmo di molti paesi strani e di molte provincie del mondo. Ben furono provincie nel Levante dove vie più ne moriro. Di questa pestifera infermità i medici in catuna parte del mondo, per filosofia naturale o per fisica o per arte d’astrologia, non ebbono argomento né vera cura. Alquanti per guadagnare andarono visitando e dando loro argomenti, li quali per la loro morte mostrarono l’arte essere fitta [falsa] e non vera: e assai per coscienza lasciarono a ristituire i danari che di ciò aveano presi indebitamente.

Avemmo da mercatanti genovesi, uomini degni di fede, che aveano avute novelle di què paesi, che alquanto tempo innanzi a questa pestilenzia, nelle parti dell’Asia superiore uscì della terra ovvero cadde dal cielo un fuoco grandissimo, il quale stendendosi verso il ponente, arse e consumò grandissimo [gran parte del] paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono che del puzzo di questo fuoco si generò la materia corruttibile della generale pestilenzia: ma questo non possiamo accertare. Appresso sapemmo da uno venerabile frate minore di Firenze vescovo di … del Regno, uomo degno di fede, che s’era trovato in quelle parti dov’è la città di Lamech [la Mecca, in Arabia] ne’ tempi della mortalità, che tre dí e tre notti piovvono in quello paese biscie con sangue che appuzzarono e corruppono tutte le contrade: e in quella tempesta fu abbattuto parte del tempio di Maometto e alquanto della sua sepoltura.

Tratto da – G. Villani, Cronica. Con le continuazioni di Matteo e Filippo, a cura di G. Aquilecchia, Einaudi, Torino, 1979

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