Libri di Toscana: le risate, la carne, il diavolo.

Diario della Fine del libro
2017/VIII

Mi ero promesso di riprendere le osservazioni sulla “fine del libro” rivolgendo il mio “diario” alla cronaca dei fatti sociali ed esistenziali che colorano il corso di questa crisi.
Ma ancora una volta, nel riprendere le redini di una così ampia tematica, non posso non ripartire dalla messa a fuoco della realtà specifica in cui mi trovo ad operare – e che più mi compete – per valutare quelle certezze e incertezze fondamentali alla costruzione di un’opinione.
Devo quindi constatare come, al di là della crisi del libro o proprio del libro di storia, quella che può riguardarmi sia anzitutto la crisi del libro di Toscana: dedicato a qualsiasi tematica attinente alla regione, alla sua storia, ai suoi abitanti, alle loro tradizioni, alla loro maledetta cucina.
Sarà che in questi giorni mi accingo a ristampare centinaia di copie di un libro dedicato a Firenze, per un’uscita in un’importante catena di supermercati, che coprirà a malapena le spese di stampa. Quanto tempo ancora operazioni del genere avranno senso, fosse semplicemente a scopo pubblicitario?

Spero per molto. Intendiamoci, la Toscana è sempre la Toscana. Ma forse negli ultimi anni qualcosa è cambiato.
Oggi l’interesse esistente per alcuni argomenti e personaggi, come i fatidici Medici o certi grandi artisti e inventori, è plasmato a livello internazionale e i valori sono riproiettati su altri generi di collettività (talvolta con qualche mostruosità concettuale, ad esempio Medici>libertà imprenditoriale>sogno americano).
In altri sensi, l’interesse dedicato al territorio non è più “storicistico” e non produce riverberi editoriali fuori dalla regione, se non per prodotti finalizzati al consumo agrituristico, eno-gastronomico, ecc.
Non basta dire che “di storia toscana si è scritto anche troppo” (in effetti veniamo da ben 5 secoli di storiografia) o che nel frattempo è diminuito l’interesse per le prospettive umanistiche (magari nelle “nuove generazioni”). Difatti altri fattori decisamente reali hanno livellato fortemente la reputazione della Toscana, soprattutto agli occhi del resto d’Italia.

Anzitutto una serie di situazioni e personaggi legati al mondo dello spettacolo che hanno reiterato senza sosta la solita immagine del toscano e della Toscana, un po’ comica e non sempre arguta. Inutile scendere nel dettaglio, poiché i limiti di quel fenomeno che ha avuto una sua ragione e un suo corso, sono immediatamente chiari. Il punto è che quel barlume di “simpatia” si è misteriosamente traslato, a livello immaginario, ad un altro manipolo di personaggi: alcuni i politici toscani. Ma anche qui, tutto sommato, non c’è bisogno d’entrare troppo nel dettaglio.

D’altronde esistono problemi più profondi che riguardano “grandi cambiamenti” antropologici. Penso soprattutto all’affermarsi dello stile di vita vegetariano e/o vegano, e di un generale “salutismo”.
La Toscana è percepita come la terra dei carnivori e degli avvinazzati ed oggi è difficile portare fuori dalla regione prodotti che cerchino di trattare in modo originale l’argomento della cucina toscana – così legata alla sua cultura stessa -.

Ad esempio in ambito newage e nelle librerie dedicate al benessere, dov’è più sentita la necessità di un consumo critico, le tradizioni toscane vengono talvolta percepite come antiquate e sanguinarie. Spesso questo pregiudizio è ingiusto ma è reale il pericolo di rimanere un po’ indietro, o un po’ antipatici.
La regione si sta lentamente “svegliando” ma ancora, molto spesso, non ci facciamo una bella pubblicità con chi viene da fuori e, come al solito, la televisione ed altri media non ci aiutano.

Questi sono solo tre o quattro spunti per mettere a fuoco le basi anche “locali” di una potenziale crisi, non del tutto manifesta ma probabile, che nasce da fatti macro-sociali come nelle scelte di tutti i giorni, persino in una realtà provinciale e addirittura “poderale”.
Ma da quel podere resta comunque necessario ripartire se si vuol far davvero editoria e comunicazione sulla Toscana….e ancor più nel caso di un’onto-editoria personale.* Perchè la radicazione in un mondo esistenzialmente inteso ci dà, insieme agli obiettivi, il senso di una direzione orientando i gesti che possono accomunarci. Ed eccomi qui ad esporre ed espormi, con l’intenzione non tanto di compiangersi sulle cause, quanto di denunciare un rischio o, viceversa, una possibilità di miglioramento.

Affermiamo mai, noi Toscani, con forza, che non c’entriamo una sega con certa gente?
Dichiariamo mai con forza e con sincerità le profonde e spesso complesse motivazioni del nostro rapporto con la carne? Siamo capaci di delineare il sogno fiorentino distinguendolo da quello di altre collettività?
…E così via.
Questa sotto-crisi esiste per ragioni tangibili, ha una sua ragion d’essere. Prendiamone atto, interroghiamoci sulla forza della nostra identità e smettiamola di sbatterla irriverenti in faccia al mondo, dove ci sono un infinità di posti e di popoli belli come e più del nostro.
Guardiamo fuori, parliamo d’altro, sì; ma che non sia una fuga. Che non si osi, in quanto noialtri, occuparsi d’altro da noi senza prima aver passato un momento di raccoglimento, in quella chiesetta interiore, nascosta tra qualche colle incipressito, riarrotolando tra le mani il sottile e robusto filo conduttore della toscanità.
Lasciandoci in qualche modo pervadere, ancora e sempre, dalla grandezza di tutto questo. Per poi, nel caso – ed è il caso – partire o ripartire.

 

*Si veda D.F.L., 2017/VII

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