Le Pietre di San Iacopo

Qualcuno, agli albori del 1700, suggerì al granduca Cosimo III de’ Medici «sinistre informazioni» su una congregazione che possedeva, da oltre un secolo, lo splendido monastero fiorentino di San Iacopo e numerose proprietà in città e nei colli circostanti.

Marco Mochi, avvocato e ricercatore fiorentino, indaga da tempo su materiali d’archivio nel tentativo di ricostruire le complesse vicende che determinarono l’allontanamento di questi frati da Firenze. Il suo lavoro ricostruisce uno scenario sorprendente per la complessità degli intrighi e per alcuni risvolti che coinvolgono personaggi e questioni d’importanza primaria.

Il libro sarà pubblicato da Press & Archeos nei prossimi mesi e susciterà l’interesse dei conoscitori della storia cittadina, ma anche di coloro che cercano elementi per nuove ricerche e su qualche “mistero” insoluto.
Ne offriamo un piccolo estratto ai visitatori del nostro sito.

(…) È impossibile sapere se l’Abate di San Iacopo Sopr’Arno, il pomeriggio del 25 luglio del 1703 fosse già stato informato, mentre benediva in onore di San Giacomo (in fiorentino, San Iacopo) le acque dell’Arno per il tradizionale palio dei navicelli, che a Roma, quello stesso giorno, stava decretandosi la cacciata della sua congregazione, mediante la sottrazione definitiva del monastero, con la chiesa e tutti i beni e i privilegi ad esso connessi.
Quella sarebbe stata l’ultima volta che un Canonico Regolare di San Salvatore, già di San Donato a Scopeto, officiava la festa di San Iacopo a Firenze perpetrando l’antica tradizione fluviale.
Di sicuro l’abate non poteva essere al corrente, data la segretezza dell’operazione, che per malizioso dispetto qualcuno, nel Palazzo Apostolico, si era appellato a San Giacomo invocandolo affinché si concludesse con successo proprio lo spoglio coattivo del monastero fiorentino a lui dedicato:

(…) con tali capitoli dunque ho fatto istanza a M. Fabbroni che insinui la congregazione deputata il primo giorno dell’innanzi settimana, havendogli consignati a tal oggetto il foglio delle notizie trasmessemi dall’incomparabile benignità di V.A.R. che mi giunse insieme con la lettera per l’Ill.mo Card. Imperiali (…). La commissione insomma si riunirà il giorno dedicato a S. Giacomo Apostolo, alla maggior gloria del quale contribuirà non poco l’introduzione di questi buoni servi di Dio nella chiesa consacrata al suo nome (…). [n]

Il palio dei navicelli in Arno evocava la storia di San Giacomo, le cui spoglie mortali – inclusa la testa mozzatagli da Erode – furono portate, si narra, miracolosamente in navicello dalla Galilea alla Galizia.
Sembra giusto ritenere che l’invocazione all’apostolo, effettuata nello stesso momento a Firenze e Roma, non sia mai pervenuta a Santiago di Compostela e che il Santo fosse occupato in opere più alte del palio dei navicelli o favorire l’esproprio d’una chiesa e di un convento dedicati al suo nome. Ciononostante, accecato dall’emozione di stare concludendo, in nome del suo granduca, il negozio per l’introduzione dei padri Missionari in Toscana, il Conte Anton Maria Fede, agente di Cosimo III a Roma, non si peritò di disturbare le sfere celesti: [n]

Domani [25 luglio 1703], con il Divino aiuto e sotto gli auspici del glorioso S. Giacomo, si propone il negozio sopra l’introduzione dei PP. Missionarij in coteste dominanze; et io spero in Dio, e nell’oratione di V.A.R. che habbia a sortire quell’esito, ch’il desidero (…)

In realtà era da tempo che il granduca Cosimo III dé Medici (con il sostegno solo finale di bolle papali), aveva innescato una complessa operazione segreta affinché un collegio di cardinali alla corte di papa Clemente XI decretasse, quel 25 luglio del 1703, il presupposto giuridico per effettuare quello che, oggi, definiremmo un vero e proprio blitz (…)

(dal libro di Marco Mochi)

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