Le origini delle Olimpiadi

Le Olimpiadi nell’antichità: tra archeologia e storia.

di Giovanni Spini

Olimpiade era chiamato in Grecia il periodo di quattro anni che intercorreva tra le feste Olimpie: si trattava delle più antiche feste greche, che si celebravano ad Olimpia nell’Elide, storica regione del Peloponneso nordoccidentale, bagnata dallo Ionio. In seguito, le Olimpiadi si identificarono con i giochi agonistici che si svolgevano durante quelle storiche feste. L’esplorazione archeologica del santuario di Olimpia, situato alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cadeo cominciò nel 1875 col rinvenimento di numerosi reperti oggi custoditi nel museo locale. Gli edifici della zona sacra, detta Altis, furono abbattuti nel medioevo e ciò che rimase fu interrato quasi completamente. Tra essi, i più importanti erano il tempio di Era e quello di Zeus, il dio cui era dedicato tutto il complesso sacrale. Il tempio di Era, situato a nord, risaliva al VII sec.a.C.: era in stile dorico ed aveva in origine le colonne in legno, sostituite in seguito con altre in pietra; al suo interno fu rinvenuto il gruppo scultoreo di Ermète con Diòniso fanciullo.

Il tempio di Zeus, costruito da Libone tra il 468 e il 456 a.C., era pure in stile dorico ma situato a sud: ricoperto di stucco bianco con 84 colonne, misurava circa 64 x 28 mt e conteneva una delle sette meraviglie del mondo antico: la statua crisoelefantina (in oro e avorio) di Zeus, opera del grande scultore Fidia, alta circa 12 metri e mezzo. Il dio era rappresentato seduto sul trono con una ghirlanda in testa, una Nike (Vittoria alata) d’oro nella sua destra ed un bastone nella sinistra con appollaiata sopra la sua aquila. Purtroppo, a causa dei preziosi materiali che rivestivano l’opera, nulla è rimasto di quel capolavoro.

Lungo il lato nord dell’Altis, a destra del tempio di Era, si trovava un altare a forma di cono, composto prevalentemente dalle ceneri di fuochi dedicati a Zeus; vicino sorgeva il Metroon, tempietto della dea Cibele del IV sec.a.C., mentre lungo il muro più a monte, come in altri santuari ed oracoli greci, erano posizionate le edicole (thesauròi) per contenere i doni votivi, sia di ringraziamento che di buon auspicio, costruite da dodici città greche tra il VI e il V sec.a.C., tra cui Gela, Megara, Metaponto, Siracusa, Selinunte, Epidauro, ecc. Nel V sec.a.C. gli svariati doni (architetture, statue della Vittoria, vasi d’oro, gioielli, ecc.) affollavano il recinto sacro tradizionale a tal punto che gli Elei furono costretti a spostare per ben due volte lo stadio per far posto ai Tesori. Il lato orientale era occupato da un lungo portico, mentre sul lato nord-ovest vi era il Philippeion, tempietto rotondo eretto dopo la battaglia di Cheronea del 338 a.C., che conteneva le statue criselefantine di Alessandro Magno e dei suoi avi, opere dello scultore Leocare.

Al centro dell’Altis si trovava il Pelopion, ovvero il recinto che conteneva il sepolcro di Pelope, fondatore dei giochi Olimpici. Nell’area esterna sorgeva a sud il Bouleterion, sede della direzione dei giochi; eccone una descrizione interna fatta da Pausania: “Quello del Buleterion è, tra quanti simulacri vi sono di Zeus, più di ogni altro fatto per incuter terrore dei malvagi; è detto Horkios (Custode dei giuramenti) e reca un fulmine in ciascuna delle due mani. Presso di esso è usanza che gli atleti, i loro padri e i loro fratelli, ed inoltre gli allenatori, giurino su pezzi di carne di un verro, che nessuna frode verrà da loro commessa contro le norme dell’agone Olimpico”. Seguivano in senso orario il Leonidaion, dove venivano ospitati i personaggi importanti e l’officina di Fidia, sulla quale fu eretta in seguito una chiesa bizantina: qui fu ritrovato, oltre a frammenti di matrici usate per la statua di Zeus, un vaso con la scritta: “Sono di Fidia”. Altri edifici erano il Theokoleon, che ospitava i sacerdoti e il Pritaneo, centro sacro della comunità, dove si trovava il focolare di Estia, dove si compivano sacrifici e prendevano pasti a vita, a spese dello stato, i cittadini benemeriti e gli atleti vincitori delle gare Olimpiche.

Come abbiamo visto la tradizione attribuisce la fondazione dei giochi Olimpici al mitico Pelope, figlio di Tantalo, ma per gli storici Argivi fu invece Eracle: una loro leggenda narra che l’eroe, dopo la sua settima fatica, cioè la pulizia delle stalle di Augias, re di Elide, non avendo ottenuto da questi il compenso pattuito, lo uccise con tutti i suoi figli, quindi, dopo aver delimitato l’Altis ed aver innalzato un altare per ognuna delle dodici divinità dell’Olimpo, fondò l’Alsos, il boschetto di oleastri da cui provenivano le fronde per le corone dei vincitori e consacrò tutto il complesso cultuale al padre Zeus, istituendo i giochi in suo onore. Ad essi parteciparono, tra gli altri, anche gli dèi Apollo e Marte. Ciò nonostante per alcuni secoli i giochi caddero nell’oblìo, finchè, dietro suggerimento dell’oracolo di Delfi, il re di Elide, Ifito, ripristinò la manifestazione. Ancora Pausania, nel II sec.d.C., racconta che ad Olimpia si mostrava un disco di bronzo sul quale era incisa la prescrizione che imponeva una tregua sacra da osservarsi durante lo svolgimento delle feste.
Poichè i giochi Olimpici si perdono nella più remota antichità, fu scelta come data d’inizio il 776 a.C., cioè l’anno in cui l’atleta Corebo ottenne per primo l’onore di una statua a ricordo della sua vittoria nella corsa.

Gli impianti sportivi di Olimpia sorgevano in un’area immediatamente contigua all’Altis: inizialmente si limitavano allo stadio e all’ippodromo a est, in seguito si aggiunsero il ginnasio e la palestra ad ovest.

Lo stadio era una spianata rettangolare in terra battuta, larga circa 32 mt e lunga 212, divisa in sei parti contrassegnate lungo il perimetro da cippi lignei o marmorei, che servivano a misurare le lunghezze dei lanci degli attrezzi. Circondato da una gradinata che non era di pietra ma di semplice terra battuta, lo stadio non possedeva tettoie per coprire i circa 50.000 spettatori che poteva ospitare, tanto che, il grande Talete morì per un colpo di sole, all’età di 78 anni, mentre assisteva alla 58° Olimpiade nel 548 a.C.; i giochi, infatti, erano programmati in modo che il terzo giorno di gara coincidesse con la seconda o terza luna piena dopo il solstizio di giugno: il che significa che avevano sempre luogo in agosto o in settembre. La linea di partenza, un tempo tracciata semplicemente sul terreno, si trasformò in una soglia di pietra con scanalatura per l’appoggio delle punte dei piedi, così come la linea d’arrivo (terma), come si può vedere ancora oggi nel grande complesso sportivo di Olimpia.

L’ippodromo, lungo circa 450 mt, era costituito da un grande spazio aperto rettangolare, piatto, situato ad sud dello stadio, delimitato a nord da una bassa collina e a sud da un terrapieno artificiale, dove si disponevano gli spettatori. Anche qui non vi erano tettoie per ombreggiare e solo i giudici e qualche personaggio famoso godevano del lusso dei sedili. Il terreno della corsa era diviso in due, nel senso della lunghezza, o da una palizzata o da una semplice corda a formare due corsìe ed alle due estremità erano poste le mete, intorno alle quali dovevano girare i carri. La distanza tra le due mete era di circa 380 mt, l’intero giro misurava 4 stadi, cioè 769 mt, anche se, secondo alcune fonti, pare dovesse misurare il doppio.

Il ginnasio era la struttura che comprendeva, oltre la palestra, vari altri locali, come ad es. il korykeion, dove venivano conservati i sacchi di cuoio pieni di sabbia che usavano i pancrazisti, il konisterion usato dai   lottatori, lo sphairisterion per i pugili, l’elaiothesion, dove si teneva l’olio per le unzioni, l’apodyterion, cioè lo spogliatoio, il loutròn, o sala con la vasca da bagno, ecc. Le prime palestre, costituite da un semplice recinto quadrangolare coperto di sabbia e dotato di un dromos, cioè di una pista destinata alla corsa, risalgono al VII sec.a.C.. In seguito la loro struttura andò ampliandosi ed articolandosi in complessi sempre più elaborati che disponevano di piste coperte e scoperte, dotate di soglie in pietra per delimitare la linea di partenza e di arrivo, tanto che i termini gymnasion e palaistra spesso si corrispondevano. Ad Olimpia la palestra era un imponente edificio a pianta quadrata con un grande cortile centrale il cui lato misurava 41 mt, chiuso dentro un colonnato dove si aprivano i locali che servivano agli atleti. I metodi di insegnamento e di preparazione alle gare furono diversi e non di rado contrastanti fra loro: gli atleti che praticavano sport pesanti, ad esempio, venivano abituati dagli Elei a gareggiare d’estate, a mezzogiorno, sul terreno infuocato, mentre il pugilatore Tisandro di Nasso si allenava compiendo lunghe nuotate: diceva che in tal modo gli si rinvigorivano le braccia e aveva maggior scioltezza nelle mani. Il metodo si rivelò certamente giusto poichè vinse per ben quattro edizioni consecutive la gara del pugilato.

Nella palestra si praticavano anche degli esercizi non presenti nelle gare regolari, come il sollevamento pesi o la pratica di dissodare la pista sabbiosa con una piccozza per rendere flessibile la colonna vertebrale (anche perchè la manutenzione del terreno dello stadio era compito degli atleti). I corridori si allenavano correndo su spessi strati di sabbia o in ginocchio, mentre i pugili si sottomettevano talvolta alla flagellazione, per abiturasi al dolore dei colpi. L’allenatore o pedotriba, costituì una figura così importante che la tradizione ci ha tramandato i nomi di molti di loro. Li troviamo rappresentati con un’ampia veste e muniti di una bacchetta forcuta con la quale correggevano gli atleti, interrompevano incontri, castigavano gli scorretti, ma vi sono anche raffigurazioni che li ritraggono nudi, probabilmente per dimostrare meglio gli esercizi. Prima degli allenamenti e dell’attività agonistica, gli atleti si cospargevano di olio, usanza introdotta, secondo Tucidide, quando fu abolito il perizoma a favore della nudità completa e pare si coprissero i capelli con apposite cuffie per essere più liberi nei movimenti e per non offrire all’avversario una facile presa. In alcune opere vascolari, però, si vedono rappresentati con il capo rasato, salvo un ciuffo alla sommità del cranio. Importante era anche la dieta, che poteva variare a seconda del “dietologo”, ma si sa che anticamente era costituita da frumento, formaggio fresco e fichi secchi, mentre già nel VI sec.a.C. fu introdotta la dieta a base di carne: il primo che la adottò, dietro suggerimento del celebre filosofo e matematico Pitagora, fu Eurymenes di Samo, che vinse con manifesta superiorità una gara “pesante” (lotta, pugilato o pancrazio); obbligatorio era astenersi dal vino e dal sesso. Dopo la prestazione atletica lo strato di sporco, costituitosi con l’olio, il sudore e la sabbia, veniva tolto usando lo strigile, strumento ricurvo di origine cretese, dotato di manico e incavato a canale, che poteva essere di bronzo, d’argento, d’avorio o di legno.

Alcuni mesi prima delle Olimpiadi, tre messaggeri, chiamati spondophoròi (pacieri), che si incaricavano anche delle libagioni sacre, annunciavano in tutta la Grecia la data d’inizio dei giochi proclamando la tregua sacra, durante la quale ogni arma doveva essere deposta. Il programma delle feste, che duravano cinque giorni, subì variazioni nel tempo, per cui abbiamo notizie abbastanza sicure solo a partire dal V sec.a.C. (fino al 472 a.C. i giochi duravano un solo giorno), quando raggiunsero la loro organizzazione classica. Nel primo giorno era un solenne giuramento davanti all’altare di Zeus ad inaugurare le celebrazioni festive, cui seguivano sacrifici, offerte e preghiere agli dèi. Nel secondo giorno, sotto la sorveglianza degli ellanodici, giudici di gara, e degli alùtai, specie di polizia della manifestazione, iniziavano le competizioni sportive; alla sera migliaia di spettatori ed atleti si riunivano per cantare inni e offrire sacrifici di buoi neri sull’altare di Pelope. La mattina del terzo giorno era dedicata a diverse cerimonie religiose, al culmine delle quali avveniva un solenne sacrificio di cento buoi davanti all’antico altare di Zeus: sopra una piattaforma antistante, i sacerdoti, dopo l’uccisione, tagliavano le cosce delle vittime e le portavano sulla sommità del cono per essere bruciate, così che la cenere elevava sempre più l’altare; nel pomeriggio riprendevano gli agòni con le gare della corsa. La quarta giornata era interamente dedicata alle gare atletiche. Nel quinto giorno aveva luogo la processione solenne, seguita dall’incoronazione dei vincitori, poi si teneva un banchetto nel Pritaneo ed infine nuovi sacrifici e offerte di ringraziamento. Le gare che si disputavano erano nell’ordine le seguenti: corsa dei carri, corsa a cavallo, pentatlo (lancio del disco, del giavellotto, salto, corsa e lotta), stadio, diaulo (mezzofondo), dolico (fondo), pugilato, lotta, pancrazio e oplitodromia; vi erano inoltre gare particolari riservate ai ragazzi dai 12 ai 18 anni (stadio, lotta, pugilato) e ai puledri, che furono istituite dopo il 632 a.C., alla 37° Olimpiade.

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