Sulle approssimazioni della stampa digitale

Le approssimazioni della stampa digitale
e le possibili conseguenze nel sistema simbolico del libro


La stampa dei libri con tecnologia digitale (anziché offset-tipografica) ci ha abituati a tollerare piccoli e grandi difetti nella resa grafica, nella qualità dei materiali, nel taglio e nella brossura/rilegatura. E ben venga, purché si sia realmente orientati a favore dei contenuti e di un’immediatezza-genuinità comunicativa.
Ma esistono forse dei limiti oltre i quali non è più solo il semplice libro (nel senso materialistico) ad esser investito dall’approssimazione, quanto l’espressione più concettuale di questo formato che dipende anche dai simbolismi intrinseci alle sue singole caratteristiche. Tanto che il “contenuto” stesso, quello che volevamo trasmettere con sincera freschezza, perde proprio di genuinità.

Difatti certe caratteristiche del libro, vissute attraverso il filtro estetico delle sue capacità di contenimento e veicolazione esistenziale – quindi sulla prospettiva della presa in carico del problema della nostra finitezza e dei modi in cui cogliamo o simuliamo di cogliere l’occasione dell’esistenza -, hanno un ruolo che rischia oggi d’essere svalutato in modo sensibile con possibili squilibri per l’intero “sistema-libro”.
Pensiamo ad esempio ad una pagina antica o anticata, quindi realmente vetusta o semplicemente “avoriata”: anche questa qualità ha un suo peso, per quanto lieve, nel sistema di quel libro e in generale a proposito delle problematiche suddette. E allo stesso modo possono averla una brossura più o meno rigida o una bella rilegatura in filo, fotografie con luci ben equilibrate piuttosto che sgranate o sfocate, ecc.; i fattori che compongono questo complesso sono molteplici perché la problematica coinvolge, io credo, tutto ciò che ha un peso simbolico sensibile nel libro: dagli aspetti contenutistici-strutturali a quelli formali-funzionali.

E così anche il costo della stampa digitale, cioè della carta, degli inchiostri e dei macchinari, nonché l’esser consapevoli di questo stesso costo, sono aspetti che hanno probabilmente una loro importanza.
L’incredibile abbassamento dei prezzi della stampa digitale, che sta toccando livelli paradossali, può forse influire sugli equilibri interiori vissuti dall’autore-produttore quanto dal lettore stesso; ancor più il risultato di questo abbassamento che è spesso un peggioramento qualitativo – per quanto apparentemente tollerabile.
Credo sia sensato denunciare il rischio di questa svalutazione che riguarda non tanto la tradizione della carta e la crisi dell’artigianato del libro, quanto la tradizione della ricerca personale, in senso più profondo. Forse, ancora una volta, il problema è che non (ci) si pensa.

Come produttore sono il primo a sfruttare “benignamente” il digitale, ma credo di non voler spendere meno di oggi per stampare, fosse solo per pretendere ancora un feedback umano da chi stampa. “Fatemi spendere qualcosa”, vien da dire – per quanto possa sembrare patetico.
“Non riducete il mio libro a un file gettato, via rete, in un’evolutissima macchina stampatrice che lo partorisce dall’altro capo già finito, asciutto e incollato si e no benino, perchè tanto al lettore non gli cambia niente…”

(Diario della fine del libro,
IV/17. LP)

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