La Rotonda, tra essenza e contingenza

Giovedì mattina sono tornato per l’ennesima volta all’Eremo di Montesiepi, nei pressi di San Galgano, ormai avvolto dalle prime foschie tardo-autunnali.

Le ragioni della mia visita sono state essenzialmente lavorative ma, in questo periodo della mia vita, ogni scusa è buona per tornare alla Rotonda. Sarà perchè il lavoro di scrittura e montaggio del nostro ultimo documentario (un modesto ma sentito contributo alla “questione Galgano”) mi ha coinvolto profondamente.

Entrando nella Chiesa di Montesiepi, assisto alla concretizzazione di una realtà ideale, essenziale, e probabilmente archetipica. Un “modulo” che affascina proprio per la sua onnipresenzialità nell’animo umano.
La Rotonda corrisponde ad un centro cultuale nel senso più profondamente antropologico. Nei racconti religiosi di ogni parte del mondo, troviamo locazioni analoghe che ospitano narrazioni molto simili (mi riferisco alle visioni di Galgano). Proprio in questi giorni, sfogliando un libro come L’eroe dai mille volti di J. Campbell, ho come l’impressione che, per intere pagine, si descrivano Montesiepi e il suo Galgano; invece, lo scrittore, sta citando (ad esempio) la mitologia indiana.

Eppure, l’Eremo è solo di una chiesetta rotonda. Ma forse proprio per questo, per il suo presentarci niente più del necessario, ha un qualcosa.
E’ un impressione sottile, che mi hanno trasmesso pochi altri monumenti e che, non a caso, provavo da bambino. Quando non avevo la cultura per spiegarmi questi sentimenti. O per “tenerli sotto controllo”.

Sto parlando della “sintonia”, della “sincronizzazione” tra una forma “interiore” e atemporale, ed un costrutto “esteriore” e temporale. Questa, potrebbe essere la condizione cognitiva che si pone alla base del fascino della Rotonda. Almeno da un certo punto di vista che potremmo definire verticale.

In qualche modo, per così dire, questo riverbero, “modifica il tempo” nella sua sostanza.

La realtà, entrando nella Rotonda, colpisce il bambino che è in me, nel senso dell’emergere di una coscienza ideale. Ciò si riassume nella frase apparentemente banale: “tutto questo è realmente reale!”. E la frase è riferita proprio ai muri, al calcare, al cotto, alla malta…

Indubbiamente, il lungo periodo di montaggio del documentario ha lasciato in me tracce profonde, un po’ come avviene per tutti i lavori immersivi. E, nello specifico, direi che lavorare con le immagini non permette di sfuggire al confronto diretto tra reale e immaginale. Prima o poi, esso si presenta davanti al montatore con una certa “violenza”. Per queste ragioni, so di essere inflazionato dagli archetipi che “si agitano” dietro la Rotonda. Ma credo, con lucidità. E cerco di prendere tutto questo come un’ “occasione”.

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