La partigiana Sisse. Un episodio inedito della Resistenza

La partigiana Sisse. Un episodio inedito della Resistenza a Firenze

Ricordo di un’azione partigiana avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale a Rifredi. Partecipazione di Ines Andreini detta “Sisse”, come “staffetta”, all’eliminazione di una postazione tedesca con due soldati provvisti di mitragliatrice in via Reginaldo Giuliani (Firenze).

La postazione tedesca si trovava sul marciapiede della strada, davanti all’edificio attualmente contrassegnato dal n.170, vicino alla scuola Don Minzoni. Siamo all’inizio del lungo rettilineo che guarda verso la via dello Steccuto. Da lì i tedeschi, con la grossa “maschinengewehr” ben piazzata e protetti da sacchi di sabbia, tenevano sotto tiro da due giorni tutto il viale.

Andreini Ines detta “Sisse” era nata a Fiesole nel 1911 da Luigi Andreini e Palmira Giannelli, e lì aveva abitato fino al 1931, quando la numerosa famiglia dopo la morte del babbo Luigi, si trasferì a Firenze. A Firenze gli Andreini, per le loro idee socialiste, furono messi sotto “osservazione” dai fascisti, di conseguenza per evitare noie di quartiere, si spostarono di residenza: da Via Madonna della Tosse a San Jacopino e da qui, forzatamente, dopo il bombardamento su Firenze dell’11 marzo 1944, come sinistrati insieme ad altre sedici famiglie, in via delle Panche alla villa Passigli (Villa Caruso).

La Sisse lavorava all’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Castello già da prima della guerra. Era una ragazza sveglia e, anche se in alcuni momenti un po’ timorosa, sapeva affrontare ogni difficoltà, svolgendo i compiti più difficili con disinvoltura. Nel periodo dell’emergenza Sisse era la ragazza del partigiano Dino.

La mattina del 18 agosto durante la battaglia di Firenze i tedeschi si erano assestati sulla “terza linea di difesa”, quella che andava dal Ponte di Mezzo a Piazza Dalmazia, da Careggi a via Bolognese. Quello stesso giorno verso le dodici gli uomini della Wermarcht abbandonarono Piazza Dalmazia incalzati dal fuoco violento dei partigiani, portandosi via a braccia i loro feriti e i loro caduti. I tedeschi ritornarono nelle ore successive quando il buio della notte copriva Rifredi ma trovarono i patrioti decisi a tutto: furono ancora i partigiani a inchiodarli all’imbocco di via Vittorio Emanuele.

Dalla Società di Mutuo Soccorso, dove era installato il comando partigiano partivano ordini perentori per le operazioni belliche da attuare, che durarono fino al 31 agosto.
In quei giorni così tragici per Firenze, Sisse fu utilizzata come staffetta messaggera in un’azione partigiana a Rifredi.
Il compito era d’avvisare la squadra dei compagni, che in quel momento si era infiltrata oltre la linea del fronte e operava come base dagli scantinati dell’Istituto Chimico Farmaceutico, di tenersi pronti contro i due tedeschi della postazione nemica, per un intervento in sintonia con un’altra pattuglia proveniente dalla Piazza Dalmazia.

Il gruppo di Rifredi avrebbe impegnato frontalmente i due soldati con la mitragliatrice, mentre quelli dell’Istituto, entrando in azione alle loro spalle, sarebbero riusciti facilmente ad eliminarli.
Quella mattina che faceva prevedere una giornata già afosa, Sisse si mosse dal comando partigiano alla Società Mutuo Soccorso di Rifredi con il bracciale della croce rossa e la bicicletta portata a mano tenendo al manubrio due borse di iuta, di cui una vuota e l’altra con dentro delle medicine.

Subito nello stretto di Rifredi passato il ponte sul Terzolle trovò due repubblichini armati di fucile e pistola che si stavano spingendo guardinghi in perlustrazione verso piazza Dalmazia: gli intimarono l’alt; Sisse si fermò impassibile e con il braccio destro alzato sventolò con la mano un lasciapassare scritto in tedesco che la qualificava infermiera e dipendente del Farmaceutico.
Disse loro che andava alla villa Passigli a portare le medicine ad un’anziana costretta a letto, che non era stato possibile evacuare prima del passaggio del fronte; esaminato il documento, le credettero e la lasciarono proseguire, addirittura consigliandola di abbandonare la bicicletta che poteva dare adito ad un’azione di ostilità e di mantenersi lungo il muro e il marciapiede di destra della strada che era più sicuro, in quanto, in quel momento, via delle Panche era sotto tiro delle pattuglie tedesche che operavano sulla linea della Madonnina del Grappa e sparavano anche dal campanile della chiesa di Santo Stefano in Pane.


Lasciati i due repubblichini, invece di entrare nella via delle Panche (all’altezza del tabernacolo della famiglia Bartolini Baldelli), proseguì a diritto fin dopo la barriera daziaria. Allo Steccuto uscì a sinistra dalla strada e da dietro la stazione ferroviaria, s’inoltrò lungo i binari danneggiati dai bombardamenti.
Abbandonata la bicicletta, che la impacciava, superò con grosse difficoltà i capannoni devastati della Gondrand.

Quando giunse all’altezza della postazione tedesca si allontanò ulteriormente dalla strada tenendosi bassa tra i binari. La mitragliatrice taceva; nella lontananza riuscì a vedere gli elmi dei due soldati accovacciati dietro i sacchi di iuta pieni di sabbia.
A questo punto non restava che seguire il binario ferroviario proveniente da dentro l’Istituto per le spedizioni dei medicinali.
Tutta sudata, entrò dal grosso cancello scardinato, nel complesso degli edifici abbandonati dal passaggio del fronte. Sisse conosceva a menadito l’ambiente e raggiunse il primo capannone a sinistra. Non sopravvennero difficoltà e nel silenzio totale della calda mattinata, entrò; percorso un tratto di corridoio prese la porta che lei sapeva e scese nel “labirinto” degli scantinati.

Essendo informata di dove si trovavano i partigiani che erano guidati dal suo fidanzato Dino, bussò alla porta nella maniera convenuta ed oltrepassò la soglia.
Salutato affettuosamente Dino, che non vedeva da una settimana, comunicò loro la richiesta di azione dettata dal Comando di Liberazione, per un intervento corale alle 18.00 di quel giorno per annientare la pericolosa postazione tedesca, che impediva l’avanzata verso Castello.

Così, la sera del 20 agosto, all’ora fissata avvenne l’intervento dei due gruppi.
Cinque patrioti armati di fucili 91 a caricamento multiplo, uscirono dall’Istituto e lungo i binari e poi sulla strada, puntarono direttamente verso i due tedeschi; nello stesso momento il comando proveniente dalla Mutuo Soccorso iniziò dallo Steccuto a risalire la strada.
I tedeschi, anche senza binocolo, notarono il movimento dei partigiani che dallo Steccuto avanzavano in fila indiana per il lungo rettilineo di via Giuliani e si tenevano pronti a far cantare la mitragliatrice; ma quelli dell’Istituto gli balzarono all’improvviso alle spalle con le armi spianate, intimando loro di arrendersi.

I due tedeschi si girarono di scatto e vista la loro situazione di svantaggio alzarono immediatamente le braccia, gridando: nicht toten, wir ergeben “non uccidere, ci arrendiamo… prigionieri…”.
Senza colpo ferire la postazione fu sgominata permettendo così ai patrioti l’immediata avanzata oltre il Sodo.

Il bottino delle armi si arricchì della grossa mitragliatrice e i due soldati furono portati negli scantinati dell’Istituto Chimico, chiusi a chiave in una stanza per esser poi consegnati agli Alleati.

Enio Pecchioni

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