La cantina di Press & Archeos e alcune soluzioni possibili

Diario della Fine del libro
2017/VII

Press&Archeos, casa editrice di tradizione indipendente e di orientamento complesso,1 conta una discreta quantità di copie di prodotti reali (libri, dvd ed altro) stipati in alcuni magazzini altrettanto reali.
Oltre al deposito del nostro distributore preferito, esistono più ambienti tra cui uno ufficialmente denunciato, posto ai bordi del Centro storico di Firenze.
Si tratta in realtà una specie di “cripta”: una cantina vecchia di qualche secolo in cui i prodotti in commercio, sebbene distinti per ragioni fiscali, lambiscono e talvolta si sovrappongono ad altri libri usati, opuscoli, manoscritti, quaderni, cassette, bobine, cd ed altro. Perché l’io a cui fa capo questo marchio editoriale, l’onto-editore sottoscritto ma pure i suoi parenti ed amici (quelli le cui scartoffie sono finite, per varie ragioni, nella medesima cantina) alimentano un flusso di creazione e di accumulazione ininterrotto, nel bene e nel male, da quasi un secolo.2

Dirò inoltre, per completezza, che esiste almeno un altro luogo, quindi un “secondo livello” di deposito, in cui si trovano altri materiali di recondita origine personale, soprattutto diari, disegni, riviste, ritagli, collezioni di bolli, figure, etichette, controetichette e quant’altro… Pure alcuni di questi materiali sono da intendersi come piccole “opere d’ingegno”, “creazioni” se non “prodotti” che rappresentano particolari (e ormai remoti) momenti d’attività.

Qualcuno penserà, forse non a torto, che «i veri autori prima o poi dovrebbero gettar via le proprie scartoffie».3 Ma esistono, come dire, delle attenuanti.
Una decisamente pratica: da un certo momento in poi, a causa di vicissitudini, urgenze e adempienze ulteriori, non si è più trovato il tempo per far selezione di appunti e documenti.
Ma anzitutto, intese come reperti personali, queste «scartoffie» ci hanno sempre ispirato un rispetto, per così dire, “archeologico”. Conservare qualcosa che potesse avere un valore artistico o letterario (certo assai relativo) non è stata l’intenzione primaria: l’impertinenza di sentirsi “veri autori” svanisce innanzi alla storia – per quanto personale – e a ciò che aiuta a evidenziarla. Un flusso invisibile su cui gettare polvere e carta per rendere tangibile e intuibile l’essenza della durata.

Nel corso di questa lenta e ironica decadenza del Libro, ma direi dell’idea nel senso più gaio, scendere nella nostra cantina, ed in altre simili, crea intensi riverberi estetico-sensoriali.
Qui siamo lontanissimi dalle algide rassicurazioni dei social-network, dove alcuni di quegli stessi vecchi libri e dvd sono stati promossi, venduti, chiacchierati…solo una manciata d’anni fa.
C’è polvere o umido e capita di starnutire. Ma a fine primavera, l’atmosfera si fa avvolgente e pregnante.

Qualcosa attira a rimanere: si resta qualche secondo lì, insieme al tempo, adagiati ai confini della mondanità del cosiddetto presente.
Si capisce d’essere ancora abbastanza-poco-avanti, nel processo di smaterializzazione che comporterà il futuro, per poter intuire qualcosa di prezioso. Per distinguere questo sensoriale nella sua promessa di sensatezza: ancora versatile e ricca di suggestioni, suggerimenti, aiuti, carezze.
E se avanzano cinque minuti e c’è tempo per curiosare; se si sposta qualcosa o si toglie un lenzuolo, può capitare di trovare qualcosa di utile: idee ancora danzanti che attendono una nuova forma, o semplici testimonianze che ci ricordano i passi compiuti, i giri passati intorno a sé stessi.
Come è successo pochi giorni fa.


Parliamoci chiaro, niente di eccezionale…ma un ritrovamento utile oggi, come piccolo insight, per uno pseudoeditore in costante ricerca della demarcazione del suo ruolo operativo.
Per uno che, mentre il Libro volge al termine o al grande cambiamento, spesso non ha nemmeno troppa voglia di definirsi editore a causa una serie di patetici effetti collaterali – anche se di fatto l’editore fa di mestiere e con quegli effetti lotta quotidianamente.

In breve. A emergere dalle polveri è l’”Almanacco” di Video+archeos+sophia, prima definizione di quella Video & Archeos da cui poi nascerà Press & Archeos. Si tratta di una “pubblicazione” di circa vent’anni fa, un A4 fotocopiato rilegato con punto metallico in cui compaiono le schede degli autori (artisti e registi “underground”) che aderirono al concept, nonché altri materiali talvolta ironici e giocosi.
Somigliante per certi versi a una fanzine, modernista e polveroso già al tempo della sua pubblicazione, l’Almanacco descrive sostanzialmente un gruppo di autori, con i loro video/film e le loro “figurine”, accomunati da un’idea fluttuante ma primigenia e dalla forza dirompente della seconda adolescenza. Qualcuno poi, come artista, ha fatto strada. Qualcun altro ha preso altre vie, o è scappato lontano. Uno ha cambiato nome, uno forse non è mai esistito. Ed un altro, tempo fa, è morto.

Sfogliando, risulta chiaro che tra questi autori ce n’è uno che, per consenso generale o silenzioso assenso, è divenuto guida di questo “movimento”, impegnandosi a tenere insieme esperienze diverse, valorizzandone i punti di contatto ma anche le specificità – nella convinzione generale che pur in un’ottica di radicale indipendenza, il gruppo e la collaborazione potessero valorizzare fortemente il percorso del singolo.

Quell’autore è il sottoscritto.

Ed ecco, oggi rivedo nei tratti di quella formula personale e collettiva, al tempo ancora un po’ grezza, la possibilità d’emanciparmi dalla talvolta patetica definizione di “editore”. Perché almeno in questo senso, per fortuna, non molto è cambiato; e il fatto che prima fosse video ed ora libri, favorisce una transizione di idee che l’attività editoriale, forse, non avrebbe suscitato di per sé.

Dunque; io non sono un editore nel senso mediamente inteso ma altresì un autore che, dedicando al marchio gran parte del suo tempo e un poco di denaro, è riconosciuto e accolto come “riferimento strategico” da altri autori accomunati da interessi e obiettivi simili, fosse solo per brevi e intensi periodi.
Ecco quindi uno spunto per questa sorta di altro editore: è qualcuno che se sceglie autori ed obiettivi, ci mette per primo la faccia, sta in prima linea, scrive, parla, crea mondi-satelliti entrando lui, per primo, nell’orbita dell’animo dell’autore.
Non semplicemente qualcuno che fa i giusti calcoli e sceglie giusti titoli e giuste copertine, ma qualcuno che aiuta ad andar oltre quella solita giustezza, ad osare trovando comunque gli appigli necessari affinchè il discorso autoriale risulti autentico.

Qualcuno dirà: «ma stai parlando di un direttore di produzione, o di un capo-redattore»! Io però penso: quanto potranno reggere queste redazioni, e questi schemi – per quello che li conosciamo -, nella smaterializzazione che comporta il futuro? Inoltre il capo-redattore non ci mette i soldi, e di solito non scrive libri.

In certe piccole case editrici – sono convinto sia un caso tutt’altro che isolato – troverete una persona con la penna e la tastiera in mano; uno che scrive in prima linea con voi, che vi farà la prefazione se nessun altro è disponibile, che vi introdurrà con entusiasmo alle presentazioni nelle più sperdute librerie, che dirà su di voi ciò che altri penseranno e basta. Che metterà in secondo piano sé stesso, e quei pochi denari che comporta oggi un libro, in cerca di una forma di pubblicità espansa, altra e a volte più alta, capace di rendere qualcosa in futuro. Di fatto io raccolgo periodicamente i frutti dei semi innestati molti anni prima. E talvolta un libro può portare incredibilmente lontano, persino dall’editoria stessa.

Così, mentre il mondo del Libro cambia e, nonostante gli entusiasmi dei Saloni, tutto è in discussione (i formati, la distribuzione, le stampe, le redazioni…) e ci si chiede che cosa saremo tra dieci anni…forse quel vecchio Almanacco suggerisce una risposta – certo personale, ma la giro agli altri – una possibilità che si apre anche a tanti che sono editori di fatto o per contingenza, e che si sentono pure qualcosa di diverso.
Parlo di quegli editori che vivono nella discussione che il loro stesso fare editoria riapre costantemente, attraverso il rapporto esistenziale con il materiale umano e letterario che viene pubblicato. Consapevoli, taluni, che a un certo punto verrà il loro turno, quel materiale sarà il proprio libro, e lo specchio rischierà d’infrangersi. Ma capaci, d’altronde, di rivedere se stessi già in quell’autore, a volte spaurito e altre volte già Maestro…
…Perché nel loro fare gli va del loro essere stesso: perché insomma, sono onto-editori!

E perché forse non sono mai diventati grandi – nella misura in cui, diventar grandi, significa pure nascondersi dietro l’ente.
Chiudendo: parlo dello stesso ragazzo di quel vecchio almanacco – e di chi è stato come lui – ma con le complesse consapevolezze di un uomo.

LP

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***

1) Il concept &Archeos risale agli anni ’90, quando ci occupavamo soprattutto di videoarte e di musica.

2) Cominciò il nonno nella fine degli anni ’20 del ‘900, forse ne parlerò un giorno.

3) Credo abbia scritto qualcosa del genere U. Eco, o un suo personaggio, ma al momento mi sfugge il riferimento.

Immagine in evidenza indicativa.

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