Il carro armato dell’antichità

Nell’antichità, come oggi, l’elefante era conosciuto come “africano o “indiano”, più feroce il primo, pìù mite e intelligente il secondo. Dall’elefante indiano provengono le pagine di storia più intense ed anche le avventure più fantastiche, come quelle che presero corpo dalla penna di Emilio Salgari. Sul Gange e sull’Indo esso era fu una privilegiata cavalcatura di principi e, insieme, una tremenda macchina bellica vivente.
La Bibbia contiene un ampio cenno sugli elefanti nel libro primo dei Maccabei.
Si racconta degli elefanti del re di Siria Antioco Eupatore (II secolo a.C.) lanciati in battaglia contro Giuda Maccabeo e di Eleazaro, l’eroe giudeo, che per salvare il suo popolo e acquistare gloria immortale si fece strada a colpi di spada fin tra le gambe del pachiderma montato dal re nemico, riuscendo a trafiggere dal basso la bestia che però, morendo, gli rovinò addosso e lo schiacciò.

Più antica è la menzione del Mahabharata, enciclopedico poema indiano, dove si parla di un esercito di oltre 150mila uomini, tra fanti e cavalieri, e di oltre 20mila elefanti.Diodoro Siculo, stroriografo greco contemporaneo di Cesare e di Augusto, ricorda gli elefanti di Semiramide, leggendaria regina d’Assiria (1). In Assiria, come in tutto l’Oriente, la potenza dei re si misurava in elefanti.
Nella sua residenza di Palibothra il re indiano dei Prasiani teneva novemila elefanti da guerra.
I macedoni di Alessandro Magno furono le prime milizie europee che si scontrarono con gli elefanti. Ne subirono l’urto sul campo di Gaugamela (nell’attuale Iraq) nel 331 a.C. I “nuovi mostri” riuscirono a far paura, ma non a dare la vittoria a Dario III re dei Persiani. Dopo la battaglia Alessandro catturò i pochi esemplari superstiti, poi “raccolse” il maggior numero possibile di pachidermi ed entrò in Babilonia su di un carro trainato da quattro enormi elefanti. Alessandro non si servì di questi animali per combattere, diffidava di un’arma selvatica della quale non si sentiva padrone; sarà Antipatro, il reggente macedone dopo la sua morte che introdurrà gli elefanti in Europa.


I romani si scontrarono con gli elefanti per la prima volta contro Pirro, ad Eraclea (Lucania) nel 280 a.C. I pachidermi fecero su di loro la stessa impressione che i primi carri armati inglesi fecero ai tedeschi in Fiandra nel 1916. Inizialmente credettero che fossero buoi, così li chiamarono infatti “buoi lucani”.
Nel vederseli venire addosso i romani furono colti dallo sgomento e persero la battaglia, pur infliggendo tali perdite al nemico da togliergli ogni gioia di successo. Da quel momento furono chiamate “vittorie di Pirro” quelle pagate a troppo caro prezzo.
Nella campagna in Italia l’utilizzo dei ‘bovi lucani’ servì a ben poco a Pirro perchè cinque anni dopo, a Benevento, i suoi elefanti si ritorsero contro di lui. I romani seppero affrontarli attaccandoli di fianco con grossi giavellotti catapultati, muniti di torce accese, le famose “phalaricae” incendiarie. Spaventati anche dal clangore delle trombe e dal fragore degli scudi percossi, gli elefanti indietreggiarono mettendosi in fuga tra le proprie schiere. Curio Dentato, il console vittorioso, fece il suo ingresso a Roma con quattro elefanti che fecero molta più impressione, sul popolo, di quattro re barbari in catene.

Anche il piano di Annibale d’impiegare gli elefanti in Italia fallì.
Arrivato in Provenza con 37 pachidermi, riuscì a traghettarli oltre il Rodano, ma sulle Alpi, stremati dal freddo e dall’asperità della salita si consumò il loro dramma.
Sull’itinerario seguito da Annibale con i suoi elefanti per attraversare le Alpi sono state compiute parecchie ipotesi. Oggi si propende sul percorso del Passo del Monginevro. Comunque qualunque via abbia seguito fu certamente un percorso difficile per il suo esercito; quando giunse nella pianura vinse sui romani al Ticino e sulla Trebbia (218 a.C.) ma non gli rimaneva che un solo elefante.
Nei primi mesi del 217 a.C. dopo aver attraversato gli Appennini, Annibale giunse nella Valle dell’Arno. La primavera di quell’anno fu particolarmente piovosa. Le truppe procedevano sotto un’acqua incessante, le paludi che si stendevano intorno all’Arno imprigionarono i loro passi in una viscida morsa di fango. I cavalli rischiarono di essere inghiottiti e l’elefante sopravvissuto, il leggendario Surus (di cui parla Plinio il Vecchio come “il più valoroso in guerra”) non riuscì più a disimpegnare le grosse zampe dal viluppo degli acquitrini.


Nessun elefante comparirà nelle battaglie perse dai romani sul lago Trasimeno né sul campo di Canne in Puglia. Saranno presenti invece nella battaglia finale e fatale per Annibale di Zama (Tunisia), dove le “phalaricae” e il glangore dell’esercito romano faranno scappare ancora una volta gli elefanti creando il disordine nelle proprie stesse file.
I romani utilizzeranno contro Filippo III unità tattiche con elefanti in Macedonia, con uomini armati montati sulle torrette e conducenti muniti di un grosso pungolo (cuspis); ma in Italia l’elefante resterà soprattutto una curiosità.
Al tempo dell’imperatore Cesare Augusto squadre di pachidermi educati nelle scuole di Ardea e di Laurento effettueranno singolari bravure come la “danza pirrica” ancora in uso nei circhi equestri di qualche decade addietro; saranno poi modello a pittori e scultori, riprodotti in pietra o in bronzo, su medaglie e monete come ne sono state trovate risalenti a Giulio Cesare, Caracalla e re orientali.
L’elefante diverrà anche un simbolo militare, come quello della V Legione Romana che ottenne da Cesare il privilegio di fregiarsi dell’emblema dell’animale, che conservò poi per almeno due secoli.
Fra questi pachidermi primeggiava l’Elefante Bianco, tanto che fu adorato per culto e per rispetto. Più che di una varietà specifica il colore bianco, assai raro e simbolo di purezza, è da attribuirsi ad una degenerazione organica simile all’albinismo.

L’imperatore dei Birmani e il re del Siam portavano ambedue con orgoglio il titolo di “possessore dell’elefante bianco” e l’immagine in campo rosso del pachiderma “reale” rimase lungamente nella bandiera del Siam.
Diminuite le relazioni commerciali con l’Oriente, durante i “secoli bui” gli elefanti ridiventarono per l’Europa dei mostri mitici. Il pachiderma “Anulannas”, che il califfo Harun ar-Rascid donò nell’800 d.C. a Carlo Magno, fu nuovamente ammirato come un essere fantastico.
Con le Repubbliche Marinare gli scambi ripresero e, insieme a mille altre esotiche meraviglie, ritornarono anche i tozzi proboscitati.

Con l’avvento delle armi da fuoco la loro virtù militare tramontò definitivamente e anche negli eserciti orientali furono impiegati soltanto per trainare carriaggi o per portare pesanti bagagli. Ancora oggi sono utilizzati dagli agricoltori per tirare l’aratro o adibiti al trasporto di derrate o legname.
Nella caccia alla tigre, gli elefanti portarono nelle variopinte torrette uomini armati, non più di archi o di frombole ma di archibugi che divennero, nel finale di questa inutile strage, fucili di precisione.
In Occidente, prima di tornare ad essere animali da circo, furono offerti in dono ai regnanti, come avvenne nel 1514 per il famoso “Annone”, l’elefante bianco regalato del re Emanuele I di Portogallo al Papa mediceo Leone X.
Annone morì presto di “melanconia”, nei giardini vaticani; ma a Roma, in Piazza della Minerva, una scultura ne ha eternato la figura: turisti e romani sostano ad ammirarlo chiamandolo affettuosamente “il Pulcino”.

Enio Pecchioni

(1) Ricerche storiche hanno portato ad identificare Semiramide in Shammuramat –moglie del re assiro Shamshi Adad V- che fu reggente dell’Assiria dopo la morte del marito dall’809 all’806 a.C, in nome del figlio Adadnirari III.

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