Firenze Capitale d'Italia

Con la Convenzione di Settembre del 1864 stipulata col governo francese, l’Italia s’impegnava a non attaccare lo Stato Pontificio; in cambio la Francia avrebbe ritirato, nello spazio di due anni, il presidio militare che teneva a Roma, lasciando tempo al governo pontificio di costituire un proprio esercito.
A garanzia della rinuncia italiana al proposito di occupare Roma con la forza delle armi, Napoleone III ottenne che il governo italiano si obbligasse a trasferire la capitale da Torino a Firenze.

Il Partito d’Azione (mazzianiani e garibaldini) giudicò umiliante la rinunzia a Roma. Torino, poi, disposta a sacrificare il suo grado di capitale per Roma, non per altra città, tumultuò e diversi cittadini perdettero la vita nelle manifestazioni.
Tuttavia la Convenzione fu approvata dalla maggioranza del Parlamento e nel giugno del 1865 il Re s’insediò con tutta la corte a Firenze.
Coloro che temevano il “piemontesismo” confidarono che, abbandonando il Piemonte, la dinastia Sabauda si sarebbe avviata a diventare veramente italiana. Infatti, Firenze appariva a quel tempo la più indicata per le ragioni storiche, geografiche, culturali, di clima e di ambiente per essere la capitale del giovane regno. L’insediamento della Corte e dei Ministeri nella città più importante dell’Italia centrale dopo Roma, mise sottosopra la vita di Firenze, dandole nuova attività e aumentando anche lo sviluppo economico.

foto di Freepenguin

Fu abbastanza agevole sistemare i servizi pubblici nei fabbricati di un’antica capitale nella quale la ricchezza degli uomini d’affari di fine Medioevo aveva prodotto immensi palazzi.
Arrivarono a Firenze oltre seimila funzionari piemontesi. Parlavano una lingua sconosciuta che ai fiorentini sembrava francese, li chiamarono dispregiativamente “buzzurri”, ossia come i venditori di castagnaccio delle valli alpine. Ed arrivarono dal Mezzogiorno numerosi burocrati che erano stati assorbiti nelle fila della nuova amministrazione unitaria dopo la conquista del Regno delle Due Sicilie.

Con l’arrivo di tali frotte di politici e funzionari, professionisti e profittatori, impiegati di ogni ordine e grado, Firenze vide accrescere notevolmente la sua popolazione: nel censimento del 1851 contava 110.000 abitanti mentre nel censimento del 1871 poco dopo il termine di capitale era di 167.000.
Si mescolarono i dialetti, si conciliarono le abitudini, si superarono le antiche e radicate prevenzioni. Già a Firenze, prima che a Roma, si cercò di creare un nuovo modo di vita nazionale e unitario contro tutte le intransigenze regionalistiche e i tabù municipali, con gran vantaggio della lingua, di una lingua veramente nazionale: il Manzoni consigliò di assumere definitivamente il fiorentino come modello della lingua italiana e subito l’editoria fiorentina, Le Monnier in testa, si dette a pubblicare un nugolo di vocabolari.

Vittorio Emanuele II andò ad abitare nel Palazzo Pitti, scegliendo l’appartato quartiere della Meridiana, da dove poteva uscire inosservato per andare alla Villa della Petraia a trovare “la bella Rosina”, Rosa Vercellana Guerrieri, Contessa di Mirafiori.
Il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Interno furono alloggiati nel Palazzo Medici-Riccardi.

Il Parlamento e il Ministero degli Affari Esteri nel Palazzo Vecchio. Infatti, il Salone del Gran Consiglio, diventato durante il Granducato la Sala delle Udienze prese il nome di Salone dei Cinquecento, dal numero dei deputati italiani che si raccoglievano nelle assemblee.
Per l’aula del Senato fu scelta prima la sala dei Duecento in Palazzo Vecchio e dopo l’antico Teatro Mediceo degli Uffizi. Il convento di Santa Maria Novella fu sede del Ministero dei Lavori Pubblici e al convento di San Firenze andò l’Istruzione.
L’Antica Gendarmeria di Piazza San Marco fu sede del Ministero della Guerra.
Nel Palazzo da Cepparello (già Salviati e già Portinari), nel Corso, fu insediato il Ministero di Grazia e Giustizia e nel Palazzo Galli-Tassi in Via Pandolfini l’Agricoltura.
Il Ministero della Marina, ”perché avesse percezione dell’acqua”, fu alloggiato sull’Arno, nell’antico convento dei Barbetti in Piazza Frescobaldi sul Ponte a Santa Trinita.
Il Consiglio di Stato, andò nel “Palazzo non finito” angolo Via del Proconsolo-Borgo degli Albizi; la Tesoreria nella Badia Fiorentina; la Corte dei Conti nel Palazzo della Crocetta in Via della Colonna; la Finanza nel Convento di Santa Croce e il Debito Pubblico nel Palazzo Fonseca e Morena, vicino alla Fortezza da Basso.

foto di Jean-Christophe BENOIST

Non ci fu, dunque monastero o convento, palazzo o palazzetto che non venisse suddiviso da tramezzi, imbiancato a calce, stoiato e impalchettato per divenire dominio assoluto di burocrati in mezze maniche, che andavano battendo chiodi sulle pareti affrescate (con molti danni), per appendervi carte e calendari, ordini di servizio e orari giornalieri.
L’alloggio di tutta questa multitudine di persone pose gravi problemi alla città alla quale fino ad allora era stato sufficiente il territorio dentro la cinta dei primi del XIV secolo. Sorsero così i nuovi quartieri residenziali attorno alla Piazza Antonia, ribattezzata Piazza dell’Indipendenza; in Via Lamarmora, dove ebbe sede il Corpo Diplomatico; attorno a Piazza d’Azeglio; di fianco alla nuova stazione di Santa Maria Novella; tra i Lungarni e le Cascine. Per coloro che non potevano pagare pigioni elevate il Comune costruì baracche di legno fuori di Porta alla Croce. Altre ne furono progettate nell’area del Parterre di San Gallo e persino nel Parco delle Cascine.

L’architetto Giuseppe Poggi e gli imprenditori Budini-Gattai, tra mille polemiche (per molti fiorentini non ancora placate), furono gli artefici di una tentata rivoluzione urbanistica di Firenze Capitale.
Con un lavoro catastrofico che poi si ripeterà alla fine del secolo nella devastazione dell’antico ghetto intorno a Piazza della Repubblica, il Poggi fece abbattere le mura e sul loro circuito tracciò i viali di circonvallazione.  Forse sarebbe stato più semplice liberare le mura dagli addossamenti e dai pochi edifici di disturbo presenti,  permettendoci così di tracciare dei veri boulevards ancora più larghi degli attuali, con sfogo oltre l’antica cinta, attraverso nuovi fornici di comunicazione. Il lavoro, senz’altro meno impegnativo, avrebbe avuto come risultato un colpo d’occhio favoloso e dato una compattezza più ordinata al centro storico.
Il Poggi si riscattò nella sistemazione del Piazzale Michelangelo e la magnifica passeggiata (il Viale dei Colli) che vi conduce.

Il movimento intellettuale e artistico che faceva di Firenze il centro spirituale della nuova Italia s’intensificò per via della presenza degli organi governativi. La stampa, con in prima fila La Nazione (dal titolo così significativo), si moltiplicò, e nacquero anche due giornali di opposizione al nuovo governo, il “Firenze”, misto di nostalgie lorenesi e La Bandiera del Popolo che faceva una sfacciata propaganda al Granduca ed era “più chiusa che aperta” per sequestri e sospensioni ordinate dalla nuova autorità.
Furono  editi la Gazzetta del Popolo e Il Corriere Italiano e nacque, ma durò per poco tempo, La Nuova Europa con la firma di Giuseppe Montanelli, nonno di Indro. C’era il foglio dei “rossi”, la Riforma, diretta dal turbolento Antonio Oliva. Da Torino scesero a Firenze L’Opinione di Giacomo Dina e Il Diritto.

Abbondarono anche i periodici letterari, fra questi la “Nuova Antologia” riprese il titolo della gloriosa rivista del Vieusseux.
Fra i salotti culturali frequentati da politici e intellettuali ebbe fama quello della “Sora Emilia” (Emilia Toscanelli) moglie di Ubaldino Peruzzi, nella sua casa di Borgo dei Greci e quello di Maria Rattazzi, nobile francese di ascendenze napoleoniche moglie del primo ministro Urbano Rattazzi, in Piazza Santo Spirito. C’erano inoltre i salotti della marchesa Eleonora Corsini e della principessa Antonietta Strozzi, frequentati da quei “moderati” che la mattina erano seduti sulle sedie del Parlamento.
Fu dal salotto di Madame Maria Bonaparte Whyse Rattazzi, molto bella ma molto “oca”, che partì una pericolosa frecciata sull’ambiente mondano della capitale. La Rattazzi scrisse un romanzo che fece pubblicare a Parigi ”Le chemin du paradis”, dove mise in cattiva luce diverse nobildonne fiorentine; tale libro diventò un affare di stato mettendo a rischio anche la carriera politica del marito.

foto di Gryffindor

L’appoggio delle autorità alla nuova capitale in senso culturale fece della già esistente Biblioteca Palatina, fondata da  Ferdinando III di Lorena, la Biblioteca Nazionale (1861), che poi diventò nel 1885 Biblioteca Nazionale Centrale, quando le venne assegnato per legge un esemplare di tutte le opere che si stampavano in Italia.
Le circostanze favorirono anche lo sviluppo dell’arte: il movimento d’un gruppo di pittori fiorentini che predicavano la libertà espressiva, i “macchiaioli” i quali si riunivano al Caffè Michelangelo, in Via Cavour, intorno a Diego Martelli, ne è la manifestazione più ragguardevole.
Così la città di Firenze, nel corpo come nello spirito, cercò di essere una capitale moderna d’una giovane nazione in relazione con tutto il mondo, nel corso della lotta ch’essa conduceva per il suo compimento.

La città che già nel 1861 aveva ospitato -simbolo augurale e anticipatore- la prima Esposizione Nazionale delle Arti delle Industrie e del Lavoro, vedrà nel maggio del 1865 le grandi e commoventi feste per il seicentenario della nascita di Dante Alighieri e sarà capitale della sfortunata ma egualmente vittoriosa guerra del ’66, che vedrà il Veneto tornare all’Italia. L’anno dopo purtroppo ci sarà anche l’epidemia di colera, che dette un’ulteriore spinta distruttiva per cambiare il volto della città.
Fra le varie ricorrenze e manifestazioni che si succedevano nella giovane capitale ce ne fu una curiosa: il volo nel cielo di Firenze della mongolfiera dei coniugi francesi Goddard. Il biglietto d’invito fu concepito come una testimonianza per il futuro, un promemoria destinato ai posteri: “Souvenir de voyage aérien, du 27 juin 1869, avec le ballon” al quale partecipò lo stesso re Vittorio Emanuele che “inseguì” in carrozza il pallone fino a Bagno a Ripoli (arrivando prima) per salutare gli “astronauti”.

Dopo la presa di Roma da parte delle truppe italiane (settembre 1870), col plebescito del 2 ottobre 1870 la capitale dell’Italia unificata fu trasferita nella Città Eterna.
Il Re Vittorio Emanuele che aveva a suo tempo lasciato a malincuore Torino, adesso non voleva abbandonare Firenze. Pitti gli piaceva e a Roma non avevano ancora trovato un alloggio adatto ad un monarca. Fu deciso per il Quirinale; ma siccome il Clero romano aveva nascosto le chiavi del Palazzo, per occuparlo si dovettero scassinare le porte. Vittorio, si racconta, indugiò ancora, tanto da delegare momentaneamente il figlio Umberto, facendo felicissima la principessa Margherita che si sentì regina prima ancora di esserlo.

“Alla fine della corsa”, parte dei fiorentini furono orgogliosi di avere avuto la capitale a Firenze, vivendo con soddisfazione i rinnovamenti e le trasformazioni dopo cinque secoli di immobilità; altri, invece, che avevano conservato usi e costumi di antiche stagioni detestarono il grande bailamme che dovettero subire.
Altri ancora, che avevano ostentato indifferenza, al momento del trapasso fecero circolare l’epigramma:

Torino piange quando il Prence parte,
e Roma esulta quando il Prence arriva.
Firenze, culla della poesia e dell’arte,
se ne infischia quando giunge e parte.

L’Italia era fatta, cominciarono le beghe romane e  Carlo Lorenzini, che era stato contro il Granduca ma entusiasta annessionista, dopo pochi anni scriveva: In principio Iddio creò l’Italia politica e dopo averla creata, si avvide di non aver fatto nulla di buono e disse: pazienza!

Enio Luigi Pecchioni

(Da un precedente articolo apparso sul BOLLETTINO CHIAVI D’ORO di Bolzano, n°23/1993)

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