Figli di Enea. Le origini delle città italiche

FIGLI DI ENEA
L’INVENZIONE DELLE ORIGINI:
EROI E CITTA’ ITALICHE AI CONFINI TRA STORIA E MITO

di Giovanni Spini e Enio Pecchioni

ISBN 978-88-96876-41-1
128 pagine
€ 12,00

Da Atlante a Enea, dagli Argonauti a Dardano, da Saturno ai Pelasgi, le città italiche hanno sempre legato le proprie fondazioni a figure mitologiche nel tentativo, spesso rivelatosi paradossale, di rafforzare la propria identità. L’esistenza di questi personaggi si è così frammentata ed espansa sino al fantastico e la protostoria degli insediamenti ha preso forme impensabili ai nostri occhi: Fiesole fu creduta esser la prima città d’Europa, Viterbo divenne la capitale del mondo; Ulisse fu sepolto a Cortona, gli Argonauti giunsero in Etruria anziché in Colchide; e così via.
Ma quali necessità collettive, quali imperscrutabili migrazioni di popoli si celano dietro questo intreccio di miti? In che modo fatti e protagonisti di questa Italia ancestrale e brulicante si ricollegano alle realtà archeologiche delle «civiltà megalitiche», dei popoli italici e infine della «nazione» Etrusca?
Gli autori, già noti per le loro ricerche ai confini storiografici della realtà degli antichi, ci guidano in un viaggio che conduce alle radici della nostra identità, tra «sogno mediterraneo» ed emancipazione italica.

Giovanni Spini ed Enio Pecchioni hanno scritto Firenze Etrusca (2011) e Totila e Belisario (2013). Enio Pecchioni è autore inoltre di Storia di Fiesole (1979), Antiche curiosità fiorentine (1990), Etruschi (2012). Giovanni Spini, membro del Gruppo Archeologico Fiorentino, è autore de La Quadriga infernale (2010), Io sono Atropo (2013) ed altri testi.

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Introduzione

Nella storia di ogni città esiste un momento tipico, d’importanza assiale, in cui la classe dominante, appropriandosi di frammenti di leggende e tradizioni popolari, determina le origini mitologiche degli antenati della cittadinanza. Si compie dunque una sorta di operazione di “restauro invasivo” in cui pezzi di passato (presunto o reale) sono riunificati dal “disegno delle necessità” e riaffermati in un affresco narrativo sorprendente quanto, dal nostro punto di vista, improbabile.
A quel punto – siamo generalmente nel Rinascimento – un luogo, un racconto e generalmente un eroe, si caricano di una sacralità ulteriore che da un lato è riconducibile all’etica della comunità, dall’altro si appiglia alle emergenze di un substrato ancestrale, talvolta “bestiale” o visceralmente umano. Specchio fantastico della cittadinanza queste storie, con i loro bizzarri eroi e i loro altrettanto bizzarri redattori, sembrano enucleare i meccanismi dell’inconscio della comunità, le intuizioni più felici quanto le più oscure e originarie rimozioni.

Se nel caso delle leggende dei santi cristiani, che si pongono al fondamento delle comunità religiose locali, il riferimento resta il Vangelo (se non episodi più recenti ma comunque “aurei” della storia della Chiesa), i racconti di fondazione cittadina ci riportano tutti o quasi all’antichità classica e in particolare alla Guerra per eccellenza: quella che si consumò ad Ilio tra Achei e Troiani con la seguente “scia di sangue” che caratterizza, in tutti i sensi, il mondo arcaico. Tale collegamento testimonia la notevole diffusione dei poemi omerici nel medioevo e nel Rinascimento italiani, e l’accettazione, da parte delle cittadinanze, di un’origine orientale delle proprie strutture sociali e sacrali. È così confermato quel “ponte” ricostituito da Virgilio nel legame tra Roma e Troia: ci riferiamo quindi ad Enea, ai suoi figli quanto ai suoi Penati. La Grecia classica è già, certo embronialmente, quella “regione dell’anima” occidentale, come la intendeva Nietzsche, che è viva in ogni individuo e che non è necessario toccare nella sua realtà geografica quanto nella sua evidenza psicologica. Ma al contempo, in più di un caso, si percepisce l’intenzione di alludere ad una fase precedente in cui l’Italia è protagonista ancestrale dei primi bagliori delle esperienze mitologiche: un ulteriore “livello pischico”; certo una prospettiva complessa che conferma, altresì, il desiderio di connettere il proprio mondo alle radici della storia umana.

La città tardo-medievale porta dunque con sé, tra i numerosi retaggi già intrisi di modernità, un cuore antico da cui scaturiscono, con costante esattezza, le energie litiche-telluriche delle antiche fondazioni mediterranee; e tutte le cittadinanze, nel profondo delle loro “sindromi d’appartenenza”, sono un po’ come gli abitanti dell’antica Ilio, di Argo o Tirinto, le capitali dei paesaggi di quell’antica regione della nostra stessa anima. Fulcro della rinnovata riscoperta e perpetua rigenerazione identitaria sono quindi gli eroi, ormai velati da atteggiamenti romantici e ripensati nei gesti, nei vestiari, nelle loro stesse armi e nel legame, talvolta ambiguo, con le divinità protettrici; ed è chiaro che esistono diversi generi di rapporti, poiché ogni cittadinanza richiama i suoi Enea, Dardano, Tarconte ecc. secondo modalità diverse e originali: ogni racconto mitico è un “congegno simbolico” realizzato per la specifica reintegrazione di un popolo alla sua terra, alle sue pietre, alle sue reciproche carni e, in definitiva, a sé stesso.
Non esiste insomma, in questa “anti-contemporaneità”, un popolo “gettato” nel mondo da solo, alla mercé di quelle libertà abissali che, nel sogno della nostra attualità, sembrano permettere alle nuove generazioni ed ai popoli emergenti di “decollare” verso il futuro. Al contrario, vi è sempre un eroe ad indicare la strada del “ritorno a sé”, come altri dei e semi-dei fecero per quell’eroe stesso nella più profonda antichità, in un processo di costante e misurata spersonalizzazione. Il destino agisce imperscrutabile e il singolo, con i suoi espedienti, ne è in fondo una manifestazione basilare, puerile e fondamentale al contempo (…continua)

 

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