Da dove giunsero i re Magi?

di Enio Pecchioni


Nella tradizione antica e medievale, i Magi sono considerati degli illuminati, saggi e astronomi, in quanto conoscono le stelle e si orientano in base ad esse. Ma   nello stesso tempo sono anche astrologi, perché leggono nelle stelle la venuta del Divino sulla terra; i Re Magi sono la riprova di un “viaggio della Profezia” attraverso diverse religioni.
“Ora, essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, a’ dì del re Erode, ecco, de’ magi d’Oriente arrivarono in Gerusalemme” (Matteo, 2, 1). La portata del passo evangelico nelle sue linee scarne e suggestive non sfuggì ai Cristiani fin dai secoli più remoti della Chiesa. Si tratta della prima manifestazione del Salvatore a uomini forestieri, estranei alla legge ebraica, una prova del carattere universale della nuova alleanza.
Ma chi erano i Magi? Da dove venivano e perché si erano posti in viaggio?

Con il nome di Oriente le Sacre Scritture designano tutta la vasta distesa delle regioni asiatiche, ad est  della Palestina. Teodoro di Ancira (IV/V° sec. d.C.), Pietro Crisologo (V° sec. d.C.) e Massimo (IV/V° sec. d.C.) primo vescovo di Torino di cui si conosca il nome, basandosi sull’importanza dell’apparizione della stella, indicano come loro più probabile patria la Caldea (a sud di Babilonia), dove la scienza astronomica e astrologica era tenuta nel massimo onore. Tuttavia oggi si propende a credere che i Magi venissero dalla regione iranica, ossia dalla Media.
Presso i Medi, i Magi costituivano una casta sacerdotale piena di prestigio. Sappiamo da Erodoto che il loro consiglio era considerato di capitale importanza nelle più gravi questioni di stato, specialmente alla corte dell’ultimo sovrano medo Astiage (VI° secolo a.C.). Gli autori greci che scrissero opere sulla religione persiana, concordano nell’indicare Zarathustra (Zoroastro), il capostipite della classe dei Magi.

re magiSostanzialmente il pensiero di Zoroastro era monoteistico. Ravvisava in Ahura-Mazdah il “Sommo Signore”, la fonte dell’essere dell’universo. Nel mondo, il principio del male, radice di ogni dolore e della morte, coesisteva con quello del bene, parimenti eterno e impegnato con esso in una lotta perpetua. Gli uomini, provati dalla necessità di una continua scelta, guardavano alla fine dei tempi in cui esseri straordinari avrebbero precorso la venuta di un Sausyant, “Soccorritore”, destinato ad affrettare il trionfo del bene in un mondo purificato che avrebbe instaurato uno stato di felicità eterna.
In una profezia attribuita a Zoroastro si parla della “venuta del gran Re”, della lotta contro di lui, le sue sofferenze, la sua morte e la sua nuova venuta “su candide nubi con l’esercito della luce”. Tale linguaggio meriterebbe di essere chiamato biblico, infatti non fa meraviglia che vari autori fra i primi cristiani onorassero in Zarathustra un profeta della venuta del Messia.                  .

Fu proprio questa teoria del Soccorritore futuro, gelosamente tramandata dai Magi, che costituì il principale punto di contatto fra le dottrine mazdee e la religione  israelitica.
La regina Cleopatra stessa conosceva le ardenti profezie d’Israele e Mazdee di un salvatore bambino e della stella che lo avrebbe segnalato; fu così che  attribuì al proprio figlio Cesarione il siderale portento del messia. Un sigillo ritrovato a Cipro ci tramanda con quale ambizione ecumenica il figlio di Cleopatra e di Giulio Cesare fosse stato dichiarato “re dei re”, e come la componente giudaica di Alessandria potesse conseguentemente entrare in una straordinaria sintesi di miti e di storie.
Ma tornando ai Tre Saggi astrologi, si potrebbe pensare, considerato  l’accostamento tra il Soccorritore persiano ed il Messia giudaico, che i Magi abbiano così voluto dimostrare il loro interessamento per la grande aspettazione.

L’epoca dell’evento secondo i Magi sarebbe stata la fine del primo millennio dopo la venuta di Zarathustra e ciò coincide, più o meno, con l’inizio dell’era volgare. Quanto alla stella che diede loro il segnale che “la pienezza dei tempi” era giunta e che conveniva mettersi in cammino alla ricerca del neonato, si deve intendere non come un determinato astro o una cometa, ma piuttosto come una apparizione straordinaria di un evento celeste.
Un fenomeno siderale avvenne nel 7 a. C.:  la congiunzione di Giove e Saturno nel segno dei Pesci avvenuta per ben tre volte in sei mesi. I Magi potrebbero averlo osservato nella loro patria e poi di nuovo in Betlemme. La congiunzione fu visibile di nuovo ai tempi di Keplero (dicembre 1603) il quale fece notare come essa si fosse prodotta anche intorno alla nascita di Cristo.

La Bibbia, dice dei Magi: “Abbiamo veduto la sua stella in Oriente” (Matteo, 2, 2). La parola “in Oriente” nell’originale suona “en tae anatolae”. Alla parola “anatolae”   sarebbe stato attribuito un significato celeste del tutto speciale che avrebbe indicato l’osservazione dello spuntare mattutino dell’astro, il cosiddetto sorgere eliaco. Seguendo questo concetto il linguaggio astronomico sarebbe chiarissimo: “Nei raggi dell’aurora abbiamo veduto apparire la sua stella”.
Ma a guidare i Magi verso Betlemme potrebbe essere stato un altro fenomeno celeste, ossia una doppia eclisse di Giove. Ciò sarebbe confermato anche da una moneta in uso ad Antiochia, capitale della provincia romana della Siria, dieci anni dopo la nascita di Cristo. Su una faccia della moneta è disegnato il busto di Giove e sull’altra Aries, l’ariete, rivolto verso una stella. Studiando gli scritti di Tolomeo si è scoperto che la Giudea, dove nacque Gesù, era considerata sotto il segno dell’Ariete. Dunque la moneta rappresenterebbe un evento astronomico molto importante.

Si trattò di un evento che doveva essere avvenuto tra il 10 prima di Cristo e l’1 dopo Cristo, infatti il 20 marzo del 6 prima di Cristo la Luna occultava Giove, il quale a sua volta si trovava nella costellazione dell’Ariete. Una seconda eclisse del più grande pianeta del sistema solare si sarebbe verificata un mese più tardi. Tale fenomeno avrebbe potuto sollecitare i Magi ad incamminarsi sulla giusta via.
Sull’itinerario seguito dai Saggi manca qualsiasi notizia precisa. Le tracce del loro passaggio, se ve ne furono, sono state cancellate dal tempo. Però in un luogo nella regione del Sistan (zona sud-ovest dell’Afganistan) sul monte Kuh-j-Khvàja, sono visibili i ruderi diroccati del castello di Rustam-Gundofarr che la tradizione locale attribuisce a uno dei tre Magi.

Il nome di questa montagna significa Monte del Signore e si trova proprio nel cuore della regione teatro dell’attività di Zarathustra, non lontano dal lago Kayanseh (oggi Hamun-e-Saberi) da dove secondo le profezie mazdee, si attendeva il Sausyant. Vale la pena di notare come le genti del luogo ancor oggi siano solite recarsi al Monte del Signore per un pellegrinaggio di tre giorni, in coincidenza con quella che era, nel calendario mazdeo, l’apertura dell’anno (21 marzo).
Anche nel Milione di Marco Polo, al capitolo XXII, troviamo il viaggio dei Magi: “In Persia è la città ch’è chiamata Sabba, dalla quale si partirono gli tre ch’andarono ad adorare a Cristo, quando nacque. In quella città e’ sono seppelliti gli tre Magi…”.
Quanti erano i Magi che si recarono da Gesù? E’ vero che fossero tre? Potrebbe essere semplicemente un’antichissima e pia credenza testimoniata da Origene l’apologista e più tardi confermata da S. Leone.

Il numero tre è forse da ricercarsi nel numero dei doni che sono effettivamente tre, oro, incenso e mirra, o forse in un richiamo, più o meno consapevole, alle famose triadi della Scrittura: tre uomini giusti al principio del mondo, Abele, Enoc e Set; tre antenati del genere umano dopo il diluvio, Sem, Cam e Jafet, prole di Noè; e infine tre progenitori del Popolo Eletto: Abramo, Isacco e Giacobbe.
A questa tradizione si allineano le più antiche rappresentazioni artistiche, con due sole eccezioni note: l’una, in un affresco di S. Domitilla in Roma, l’altra in S. Pietro e Marcellino. Qui i Magi sono raffigurati in numero rispettivamente di quattro e di due. La rimanente iconografia, dai primi secoli del cristianesimo è fedele al numero di tre.
I nomi dei Saggi sono menzionati per la prima volta in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Parigi risalente alla fine del VII° secolo d.C: Bithisarrea, Melchior e Gathaspa. Lo storico Angello del X° secolo, nel Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis “modifica” questi nomi in Gaspare, Melchiorre e Baldassare.

Ogni anno milioni di persone nel mondo ascoltano la storia dei Magi. La cristianità celebra la festa del Natale il 25 dicembre e l’arrivo dei Magi per l’Epifania (dal greco: apparizione) il 6 gennaio.
Ma in quale anno e in quale stagione i Magi fecero veramente il loro viaggio?
Astronomi, storici e teologi sono adesso concordi  nel ritenere che il 25 dicembre dell’anno che si celebra non è stata l’autentica data della nascita di Cristo. Ne sono responsabili alcuni errori di calcolo commessi al tempo di papa Giovanni II dal monaco Dionigi il Piccolo che, avendo avuto l’incarico di fare i conteggi, non considerò l’anno zero che doveva essere inserito tra le due ere e dimenticò anche i quattro anni in cui l’imperatore Augusto aveva regnato sotto il suo vero nome di Ottaviano.
La tradizione biblica contiene la chiara indicazione: “nato Gesù a Betleem di Giuda al tempo di re Erode…” (Matteo, 2, 1). Erode fu nominato da Roma re di Giudea nel 40 a.C., il suo regnò cessò con la sua morte l’anno 4 a.C. Gesù pertanto deve essere nato prima dell’anno 4.

La celebrazione liturgica del Natale iniziò a Roma nel 335 nella basilica liberiana dell’Esquilino (Santa Maria Maggiore). Il 25 dicembre quale festa di Natale fu riconosciuto legale soltanto nel VI° secolo d.C. sotto l’imperatore  Giustiniano.
Probabilmente fu scelta questa data per farla subentrare ad un’antica festività romana. Nell’antica Roma il 25 dicembre era il DIES NATALIS INVICTI, il “genetliaco dell’invitto”, uno dei giorni del solstizio invernale, la Festa del Sole, l’ultimo giorno dei “Saturnali”, settimana carnevalesca di festeggiamenti sfrenati.

Ma a Natale, oggi come duemila anni fa, a Betlemme regna il gelo e dunque non poteva esserci bestiame sui pascoli. Questa constatazione  è avvalorata da un passo del Talmud, secondo il quale  in quella regione le greggi erano nei pascoli da marzo fino a novembre, e a dicembre le bestie rimanevano nelle stalle.
I Magi effettuarono il loro viaggio prima della stagione invernale e nel Vangelo di Matteo la menzione alla stella risplendente si riferisce all’anno 7 prima dell’era volgare.
Lasciamo dunque i Magi in viaggio alla volta del luogo ove è nato il Salvatore. Recano simbolici doni: la mirra, dice S. Ireneo (Lione, II° sec. d.C.) “perché egli dovrà morire per il genere umano”; l’Oro, “perché egli è quel re il cui regno non avrà fine”; l’incenso, perché “Egli è Dio”.

Oggi il viaggio dei Magi non ha mitologia. Le stelle non sono più la guida, pochi ne intendono il notturno  lucore; l’antica durata del viaggio è finita, la tecnologia ci ha assuefatti all’esser qui dei luoghi più lontani del pianeta: lo spazio si annulla premendo un pulsante.

Enio Luigi Pecchioni

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