Culti pagani nell’antica Florentia


di Enio Pecchioni

Dai reperti archeologici e dalle diverse iscrizioni ritrovate, abbiamo le notizie necessarie per determinare l’esistenza di diversi templi pagani nelle vie della città romana di Florentia.
A somiglianza della triade celeste degli Etruschi, la suprema triade romana, Giove Giunone e Minerva, aveva il tempio nel centro del quadrato romano, nel lato nord-ovest dell’attuale Piazza della Repubblica. La chiesetta di Santa Maria in Campidoglio, edificata sopra i resti del Capitolium, suggerì a Vincenzo Borghini (XVI sec.), l’idea dell’esistenza del tempio pagano, poi ampiamente dimostrato dagli scavi del 1890-95.
Il tempio rivelò due successive fasi edilizie: la prima della seconda metà del I secolo a.C., al momento della fondazione della colonia, la seconda del periodo Adrianeo (II sec. d.C.) con largo uso di marmi provenienti dalle Apuane, utilizzati poi (come colonne e capitelli) nella costruzione della Basilica di S.Miniato al Monte.
Oltre al tempio ed al culto delle deità principali, sui quali esiste un gran numero di pubblicazioni, è interessante trattare i culti delle altre divinità adorate nella città pagana, non certo minori per seguito di fedeli.

Il Tempio di Iside

Il tempio di Iside sorgeva immediatamente fuori delle mura orientali di Firenze, nel luogo poi occupato  dall’antico convento e dalla chiesa di San Firenze. Sono pervenuti a noi frammenti di colonne e di parti decorative e, dai caratteri stilistici, architettonici ed epigrafici, si può far risalire la sua costruzione al II secolo d.C.
L’edificio fu edificato su un vecchio sepolcreto romano databile – dal tipo di lucerne fittili rivenute – non anteriormente al I secolo d.C. Al momento della costruzione, l’antico edificio doveva essere stato già da tempo abbandonato, in quanto su di esso gravava uno scarico di detriti di circa 1,60 di spessore.
Il santuario, di forma rettangolare, era lungo più di 50 metri e largo 25, ed era costruito su un terrapieno, con gradinate laterali; aveva l’ingresso dalla parte del Borgo dei Greci e la cella votiva verso Via dell’Anguillara; sorretto sul davanti da robuste colonne in pietra arenaria, raccoglieva diverse opere scultoree e possedeva, anche all’esterno altari, in marmo per i molti doni offerti alla Dea “dispensatrice di grazie miracolose”.
Iside viaggiò nei regni sotterranei per guarire le ferite del suo consorte Osiride; attraversò la ricca valle del Nilo e il deserto, raccogliendo le tredici parti del corpo dell’amato, che era stato tagliato a pezzi dal suo feroce e invidioso fratello Seth. Inginocchiata sul corpo senza vita di Osiride cantò le melodie della rinascita e i suoi capelli ricaddero sul viso per celare se stessa e il marito, mentre operava il miracolo della resurrezione.
A Iside furono legati molti miti; fu assimilata con la Dea Hathor, con la stella Sirio e, in epoca tolemaica (quando Osiride “divenne” Dionisio), con Demetra.
Il suo culto fu introdotto a Roma sotto il regno di Caligola (37-41d.C.), dove riuscì ad affermarsi nonostante l’opposizione del Senato; si diffuse poi rapidamente in tutta l’Italia e l’Impero Romano sì da poter essere considerata la prima religione universale.
Nei primi tempi in cui si sviluppò in Italia, il culto di Iside assunse forme alquanto voluttuose e fu principalmente la religione delle donne meno rispettabili; ma quando si affermò anche a Firenze, doveva essere ritornato a manifestazioni religiose più castigate.
Anche nella nostra città all’inizio della primavera, le vie saranno state percorse dal simulacro della Dea posto su un carro trionfale, accompagnato da canti corali melodici. E forse, sulle rive dell’Arno, si consacrava il misterioso battello di Iside, che qui doveva essere protettrice della navigazione fluviale, come era protettrice dei
marinai nelle città marittime.

Il Tempio di Marte

Per lungo tempo si credette che il Battistero di Firenze rappresentasse la trasformazione architettonica dell’antico tempio di Marte, per quanto gli scavi e gli studi abbiano smentito questa tesi. Inoltre, i templi dedicati al dio della guerra, per motivi di prudenziale “scongiuro”, sorgevano sempre al di fuori delle mura cittadine. Anche a Firenze il santuario di Marte fu edificato fuori del quadrato romano, lungo il tratto della via consolare che conduceva a Faenza.
Sappiamo, da un’epigrafe mortuaria romana rinvenuta nelle adiacenze del Battistero, che in prossimità della Porta Aquilonarum (quella settentrionale), donde appunto aveva inizio la Via Faentina, sorgerono nell’età imperiale un piccolo edifico termale ed un albergo che, senza dubbio, avevano preso per insegna il tempio pagano costruito a poca distanza fuori della cerchia muraria.
A sostegno di questa tesi, in un documento del 1032, è fatta menzione di un TERRITORIUM QUOD VOCATUR CAMPO MARTII IUXTA FLUVIUM MUNIONEM (1).
In antichità, è stato assai frequente il caso di antiche chiese cristiane edificate sull’area di templi pagani; in quasi tutte le città romane si verificò questo fenomeno di sostituzione, incoraggiato dai vescovi, che vedevano in esso il più valido mezzo per combattere il paganesimo. La prima chiesa cristiana eretta a Firenze fuori dalle mura, e consacrata da S.Ambrogio di Milano nel 393 d.C., utilizzò l’area già occupata dal tempio di Marte sulla collina denominata poi nel medioevo MONTICULUS SANCTI LAURENTII.

Altri Templi romani

Di qualche altro tempio romano in Firenze, possiamo ipotizzare l’ubicazione unicamente sulla scorta della topografia dei ritrovamenti epigrafici.
Il sacello dedicato a Giove Dolicheno doveva sorgere ad ovest del Tempio Capitolino, perché in fondo a Via Vecchietti, presso la cantonata di Via Strozzi, venne alla luce (durante le demolizioni del vecchio centro) un frammento di un’iscrizione dedicata a tale divinità.
Dolicheno era il nome romano di una divinità Hittita, derivato dalla città della Commagene (2), Doliche, dove era venerato un dio affine. Durante l’impero di Vespasiano divenne attributo di Giove: IUPPITER OPTIMUS MAXIMUS DOLICHENUS, che era rappresentato come un uomo barbuto, in piedi sopra un toro ed avente nelle mani un fulmine ed una bipenne.

In Via Strozzi, venne alla luce anche una epigrafe frammentaria dedicata al dio Mercurio e alla madre Maia. Ma per Mercurio si potrebbe ipotizzare un’altra ubicazione: che il suo tempio si trovasse dove è la chiesa di Orsanmichele.
In molte città romane sul luogo dove si trovava il tempio di questa deità furono poi alzate chiese all’Arcangelo Michele, capo delle milizie celesti e taumaturgo, trasposizione cristiana di Hermes-Mercurio.
Maia, figura mitologica dell’antica Grecia, figlia di Atlante e di Pleione, era la maggiore e la più bella delle Pleiadi. Amata da Zeus, divenne la madre di Ermete. Tra i romani era venerata una dea Maia o MAIESTA, compagna di Vulcano, che fu più tardi identificata con l’omonima divinità greca.
Iconograficamente è rappresentata insieme al figlio Mercurio col caduceo (3) e la cornucopia.

Il tempio di Apollo, in seguito al ritrovamento di una epigrafe, si pensa si trovasse in Via Brunelleschi.
Apollo ebbe rapida fortuna nelle città romane, nel cui pantheon pare sia entrato addirittura all’epoca dei Re di Roma, intorno al 530 a.C. Presso i romani il dio greco fu soprattutto riguardato come protettore della salute e Dio della divinazione. La sua iconografia è superiore perfino a quella del padre suo, Zeus: si può dire che nessun poeta, pittore, scultore, mosaicista, decoratore non gli abbia riservato il frutto migliore del proprio ingegno.

Divinità etrusche: Il Tempio di Nortia

Il tempio che sorprende di più è quello dedicato a una divinità etrusca, ossia Nortia, dea del destino. Il santuario eretto in Florentia si trovava nelle vicinanze del campanile di Giotto. Giovanni Lami, nel XVIII secolo, riferisce che nei fondamenti di Santa Reparata si trovò l’epigrafe dedicatoria MAGNAE DEAE NORTIAE.
Nella città etrusca di Volsini (Bolsena) un chiodo veniva piantato ogni anno nelle mura del tempio dedicato alla dea della Fortuna Nortia, come simbolo dell’inesorabile passaggio del tempo. Sia le nazioni che gli individui avevano a disposizione un limite di vita assegnato dal fato. Alla nazione etrusca era stata concessa un’esistenza di dieci secoli; Roma doveva avere una durata di dodici secoli come presagito dai dodici avvoltoi visti da Romolo quando fondò la città. La fine di ogni secolo, che poteva durare più o meno di cento anni, era contrassegnata da prodigi celesti come una eclissi totale di Sole o il passaggio di una cometa, oppure da una catastrofe naturale come un terremoto distruttivo.

Il santuario di Giove Serapide, divinità del mondo sotterraneo, il cui culto fu introdotto dai veterani delle campagne d’Oriente, si doveva trovare sul  Decumano dalla parte di Via Speziali.
Il culto di Serapide, divinità egizio-greca fu istituito nei primordi dell’epoca tolemaica. Il suo tempio più importante sorse ad Alessandria. Dio principale di Alessandria divenne ben presto dio principale di tutto l’Egitto come dimostrano papiri, epigrafi e monumenti figurati. Protettore anche di ogni sorta di fecondità, particolarmente quella della terra, ebbe un culto che si associò a quello di Osiride. La sua immagine lo presentava seduto sul trono, coperto di chitone e di manto e col modio (4) sul capo. La testa si ispirava al tipo tradizionale dello Zeus barbuto.

Faunus e Bona

Il tempio della Dea Bona poteva essere ubicato nello “sdrucciolo di Orsanmichele” (intuibile ancora oggi nella leggera pendenza dell’impiantito stradale) fra Via Arte della Lana e Via Calmala (Callis Maius – strada maggiore), perché nel 1895 furono ritrovati alla profondità di 3 mt.e 50 avanzi di alcuni edifici romani, tra i quali un pavimento formato da piccoli mattoni disposti a spina di pesce (opus spicatum) e sul quale giaceva il fusto di una colonna marmorea, forse pertinente a un tempietto.
Bona era l’appellativo della dea romana Fauna, sorella o moglie di Faunus, chiamata talvolta anche Fatua ed Ope, onorata solo dalle donne come Dea della pastorizia e della castità. Sul suo nome si inserì il culto della dea greca Damia, che fu introdotta a Roma dalla Magna Grecia.
La festività di Bona cadeva in dicembre; a mezzanotte nella casa di un magistrato si riunivano le matrone e le Vestali, presiedute dalla padrona di casa (damiatrix). Il rituale era segreto, ma si basava sul sacrificio di una scrofa, tra musiche e danze, mentre nella sala ornata di tralci di vite si faceva largo uso di vino.

In occasione degli annuali festeggiamenti istituiti per l’anniversario del natalizio del divino Augusto, l’Ordo Decurionum, i dieci decurioni che amministravano la vita nel municipio fiorentino, provvedevano ad una gratuita distribuzione di vino mielato (mulsum) e di focacce dolci (crustulae) alle donne dei borghi suburbani, che venivano a porgere omaggio d’umili preghiere al tempio della benefica Dea Bona.
Confermate dalle numerose epigrafi ritrovate nel centro di Firenze, da qualche parte doveva trovarsi anche il tempio dedicato al divinizzato Imperatore Augusto: forse nel Foro, nell’attuale Piazza della Repubblica.
Non solo gli enti pubblici ma anche facoltosi privati cittadini, che appartenevano al Collegio degli Augustali (sacerdozio istituito per rendere il culto dovuto all’imperatore), eressero templi in onore di Augusto e bellissime erano le feste Augustalie che si celebravano ogni anno il 12 ottobre, in tutte le città dell’Impero, per ricordare il ritorno di Augusto dai trionfi d’Oriente.

Non sappiamo esattamente cosa significhi il nome di Florentia. Se lo si debba fa derivare da FLUERE (scorrere delle acque dell’Arno), da FLOS (fiore), da FLORENS (fiorente) oppure da LUDI FLORALES, le festività della primavera che si celebravano nelle città romane tra Aprile e Maggio.
Se così fosse, oltre ai templi suddetti, avrebbe dovuto esserci per forza anche quello dedicato alla dea Flora, antica divinità italica. FLORA fu chiamata MATER quasi a significare il fecondo fiorire della primavera, e una tradizione poetica attribuiva al nome Flora l’originario nome di Roma, e da qui riuscirebbe interessante il detto: FLORENTIA FIGLIA E FATTURA DI ROMA.

Enio Luigi Pecchioni

1) UGHELLI Ferdinando, Italia Sacra, Venezia 1718, III, pag. 230

2) piccola regione montuosa della Turchia orientale fra la catena del Tauro e il fiume Eufrate.

3) piccola verga recante ad una estremità degli ornamenti, più frequentemente due serpentelli intrecciati simmetricamente sormontati da ali.

4) copricapo a foggia di vaso o canestro più o meno svasato verso l’alto.

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