Come si svolgevano le olimpiadi antiche

Le Olimpiadi nell’antichità: tra archeologia e storia.

di Giovanni Spini

seconda parte
[leggi prima parte]


Apriva i giochi la spettacolare corsa delle quadrighe, mentre per ultima veniva disputata l’oplitodromia (corsa con l’armatura oplitica). A partire dal 396 a.C., le gare atletiche furono precedute da competizioni fra trombettieri ed araldi; il criterio per giudicare i vincitori era la sola potenza della voce. Incredibile emulo del mitico Stentore fu il megarese Erodoro che vinse la gara dei trombettieri per ben dieci volte consecutive, dal 328 a.C. al 292 a.C.

Alle Olimpiadi erano ammessi solo uomini liberi di stirpe greca che dovevano giurare di essersi allenati per dieci mesi consecutivi (di cui un mese nella palestra di Olimpia) e che non avrebbero commesso scorrettezze durante le gare. Apro una parentesi per spiegare la ragione dell’importanza di essere “di stirpe greca”. Il Peloponneso e le regioni vicine subirono, intorno all’anno mille a.C. un’altra invasione indo-europea dopo quella degli Achei: quella dei Dori. Le tribù doriche (una di queste si chiamava dei Graicòi, da cui il nome romano di Greci e Grecia) ripercorsero la strada degli Achei da nord a sud, sopraffacendo le popolazioni locali, anche se avevano le stesse lontane origini.

La permanenza in questi territori non fu per niente facile, poichè si ritrovarono a dover continuamente combattere per mantenerne il possesso. Da qui la necessità di essere costantemente e nel miglior modo possibile, allenati fisicamente alla guerra, quindi a tutte le prestazioni atletiche ad essa connesse: la corsa, la lotta corpo a corpo, il lancio delle armi, l’uso del cavallo, ecc.. Se aggiungiamo a questo l’importanza dei miti divini nella loro cultura, per cui il vincitore era comunque un eletto, un prescelto degli dèi, che poteva avere il dono della luce solare e non sprofondare nelle tenebre del Tartaro, ne consegue che a coloro che dimostravano di vincere anche nelle competizioni sportive, spettava un destino di gloria sia terrena che dopo la morte. I Greci erano dunque gli eletti e solo a loro spettava di partecipare alle Olimpiadi. Da notare, inoltre, “solo uomini liberi”: le donne infatti non erano ammesse neppure come spettatrici e se vi sono nomi di donne negli elenchi dei vincitori di gare Olimpiche è solo perchè nelle gare ippiche i premi venivano assegnati ai proprietari dei cavalli e non all’auriga o al fantino.

Auriga di Delfi

La corsa dei carri: i carri da corsa erano a due ruote, leggerissimi ed aperti dietro ed erano trainati da due o quattro cavalli; l’auriga indossava una veste bianca detta xystis e guidava, di solito, stando in piedi, ma non mancano esempi in cui lo vediamo seduto quasi “a cassetta”. Nelle quadrighe, la corsa più spettacolare, solo i due cavalli al centro venivano aggiogati, mentre i due esterni erano uniti agli altri da una correggia, che li lasciava più liberi. Determinante era la bravura del cavallo di sinistra poichè doveva guidare gli altri nelle curve intorno alla meta. Perchè la gara fosse equa, un ateniese di nome Cleta inventò una barriera di partenza mobile, disegnata come la prua rovesciata di una nave, con un box per ciascun carro. Gli urti erano comuni, anzi abituali. Una volta in una corsa di 40 quadrighe solo una arrivò al traguardo. Dopo la gara, il proprietario del carro vittorioso veniva incoronato dall’ellanodico con foglie d’olivo intrecciate, tagliate con un’accetta d’oro sopra un tavolo d’oro e avorio e un araldo gridava il suo nome, quello del padre e quello della sua città.  Alla 100° Olimpiade, nel 376 a.C., vinse per la prima volta la gara delle quadrighe una donna: Cinisca, sorella di Agesilao, re di Sparta, che si aggiudicò anche l’edizione successiva 4 anni dopo.

La corsa a cavallo si svolgeva con le stesse regole valide per i carri. In Grecia i cavalli non venivano ferrati e non si faceva uso di selle. Solo in epoca imperiale si potè parlare di una sella equestre simile a quella dei giorni nostri. Non esistevano neppure le staffe, per cui i fantini balzavano a cavallo con un salto o erano aiutati da palafrenieri, oppure si issavano a forza di braccia, afferrando con una mano i crini del cavallo vicino all’orecchio e con l’altra quelli presso il garrese; ma abbiamo anche l’immagine di un cavaliere che monta il cavallo usando una lancia con una barra trasversale per appoggiarvi il piede, in modo da formare un piccolo scalino. Le staffe comparvero solo nel I sec d.C., esistevano invece il morso e le briglie che, pare, fossero stati inventati dai Corinzi. La pittura vascolare ci documenta anche che il fantino cavalcava nudo, il che, aggiunto all’assenza di staffe, doveva creare notevoli problemi di equilibrio, causando spesso rovinose cadute. La corsa si svolgeva su un percorso di sei stadi (circa 1150 mt) e ne risultava vincitore il cavallo che, con o senza fantino, avesse tagliato per primo il traguardo.

Il pentatlo venne inserito alla 18° Olimpiade, nel 708 a.C., ed era formato da cinque gare, mentre in origine esse venivano disputate separatamente. Si aggiudicava la vittoria l’atleta che vinceva tre competizioni; in caso di pareggio a quota due, era la gara di lotta a designare il vincitore del pentatlo. In un’epigrafe sono attestati fino ad 82 concorrenti per questa specialità.

1) Il lancio del disco fu disciplina antichissima, molto amata dai greci, che la praticarono fin dai tempi di Omero. I numerosi reperti vascolari e plastici di cui disponiamo, ci consentono di conoscere non solo le dimensioni dell’attrezzo, ma anche le varie fasi della tecnica di lancio: il disco poteva essere di pietra o di metallo (ferro, bronzo, rame), con un diametro di 22 cm (non mancano tuttavia esempi di maggiori dimensioni) e poteva pesare da 1250 gr. fino ai 5000 gr. degli esemplari per uso votivo. Il lanciatore si posizionava nella pedana di tiro, detta balbis, ed impugnato il disco, tendeva il braccio all’indietro per un quarto di giro, si ripiegava su se stesso per alzarsi di scatto con tutta la persona e scagliare l’attrezzo in avanti. Si gareggiava al meglio di cinque lanci e le misure raggiunte variavano secondo il peso del disco: sappiamo che un certo Faillo di Rodi scagliò il disco a 95 piedi, circa 28 mt, ma il discobolo Flegia lo mandò oltre il fiume Alfeo, cioè a circa 55/60 mt, evidentemente con un disco più leggero.

2) Il giavellotto era costituito da una lancia diritta e leggera, di sambuco o di bronzo, con un’estremità protetta da una capsula di metallo, che non solo consentiva all’asta di conficcarsi nel terreno, ma, spostando il baricentro verso la punta, ne favoriva la traiettoria, che risultava così più lunga e stabile. Anticamente era dotato, a differenza di quelli attuali, di una correggia di cuoio detta amento che, fissata all’asta o arrotolata a spirale con le due estremità libere, ne facilitava la presa ed il lancio. L’atleta passava il dito indice ed il medio nell’anello formato dall’amento, mentre, col pollice intorno all’asta, contribuiva a guidare l’attrezzo. Si gareggiava al meglio di due lanci e la misura media raggiunta si aggirava intorno ai 46 metri.

3) Il salto fu inserito in epoca post-Omerica ma divenne poi la gara più importante del pentatlo. In un primo tempo pare fosse un salto triplo, visto che le misure raggiunte erano di circa 16 mt, ma un sostanziale mutamento avvenne alla 18° Olimpiade, quando fu introdotto l’uso degli halteres, specie di manubri di pietra o di piombo, usati come contrappeso dal saltatore. Questi, dopo averne impugnato uno per mano, partiva con le braccia all’indietro, prendeva una breve rincorsa, portava rapidamente le braccia in avanti, spiccava il salto tenendo gli arti inferiori e superiori perfettamente paralleli e, un attimo prima di ricadere, riportava le braccia all’indietro.

4) La corsa era quella semplice dello stadio (vedi).

5) La lotta veniva disputata allo stadio: gli incontri si svolgevano in piedi, nella posizione iniziale di presa delle braccia ed era consentito gettarsi addosso all’avversario per abbatterlo e prenderlo alla gola fin quasi a soffocarlo. Non era necessario far toccare all’avversario il terreno con entrambe le spalle come oggi, bastava che il rivale fosse gettato a terra tre volte oppure che si dichiarasse vinto. Il trionfatore era definito anefedro, ma il titolo più ambito era quello di aconita (senza polvere), assegnato a chi vinceva per rinuncia dell’avversario.

Lo stadio, o corsa semplice, fu la più antica delle varie specialità di corsa, che si differenziavano per la lunghezza del percorso che l’atleta doveva compiere: si trattava di una gara di velocità sui 600 piedi (circa 192 mt) e fu l’unica ad essere disputata nelle prime tredici Olimpiadi; alla 14° fu istituito il diaulo (2 stadi), che probabilmente si disputava così: i corridori, giunti alla linea d’arrivo dello stadio, giravano intorno al paletto che divideva una corsìa dall’altra e ritornavano alla linea di partenza. Esisteva poi il dolico, sulla cui lunghezza i pareri sono discordi: si va dai 7 ai 24 stadi (dai 1300 ai 4500 mt.); questa specialità ebbe origine coll’istituzione dei corridori-messaggeri, che dovevano recare le notizie delle operazioni di guerra alla madrepatria. Le gare di corsa si disputavano per batterie, i concorrenti venivano estratti a sorte ed eliminati se perdenti. Le false partenze erano punite col bastone fino a che, per evitarle, si ricorse ad una barriera, come nelle corse equestri. Gli atleti, a corpo nudo e scalzi, adottavano però delle ginocchiere per proteggere le articolazioni nello sforzo della corsa.

Il pugilato, disciplina antichissima, agli inizi veniva disputato a mani nude, poi si passò all’uso di “guantoni”, costituiti da corregge di bue intrecciate che, lasciando libero il pollice, giravano intorno alle falangi delle altre quattro dita della mano, coprivano il polso e spesso salivano a cingere l’avambraccio del pugile. I greci chiamarono imantes questi “guantoni” ed i romani cesti. Non esistevano categorie di peso e, una volta che il pugile veniva annoverato tra gli atleti adulti, neppure quelle di età, per cui talvolta i combattimenti erano decisamente impari. Per la lotta vedere il punto 5 del pentatlo.

Il pancrazio, che fu apprezzatissimo, come il nome stesso suggerisce (pan-krates = tutta forza, onnipotente), era un misto di lotta e pugilato, in cui però non si usavano i cesti, perchè gli atleti dovevano potersi afferrare con le mani e poter usare le dita tese; era inoltre permesso colpire con i calci. Secondo il medico Galeno era consentito torcere gli arti fino a slogarli, fratturare ossa e provocare al rivale un principio di soffocamento, senza però portarlo alle estreme conseguenze; l’accecamento era invece proibito. Il combattimento si concludeva con la resa di uno dei due contendenti.

L’oplitodromia fu anticamente un’attività preparatoria alla guerra, esercitata dai militari, ammessa ai giochi nel 520 a.C., durante la 65° Olimpiade. Nelle prime gare l’atleta, che correva nudo, indossava l’elmo, lo scudo e gli schinieri, mentre in seguito si limitò al solo scudo di bronzo, anche se da alcuni monumenti risulta che la corsa poteva aver luogo con il solo elmo, oppure con elmo e scudo senza schinieri. Sappiamo che ad Olimpia erano depositati 25 scudi di bronzo identici, che i sacerdoti fornivano ai corridori perchè potessero disporre di armi di ugual peso. La lunghezza della corsa era di 2 o 4 stadi. Filostrato narra che un atleta, già vincitore, se tornava a gareggiare e perdeva, veniva mandato a morte.

La gloria dei vincitori dei giochi Olimpici era immensa, e se i premi assegnati dopo le gare erano puramente simbolici, come le corone di ulivo selvatico, di alloro, rami di palma o bende di lana per cingere la fronte, le braccia e le cosce, riconoscimenti ben più importanti offrirono ai propri concittadini vittoriosi le città-stato elleniche. Al loro ritorno non solo venivano celebrati con l’erezione di statue, opere di artisti come Mirone, Prassitele o Policleto, ma anche cantati nell’epinicio (canto della vittoria) da sommi poeti come Pindaro, Simonide e Bacchilide, ed effigiati su monete. Venivano accordati loro anche notevoli benefici, come il conferimento della cittadinanza onoraria e della proedria, ossia il poter disporre di posti privilegiati a teatro, al circo, nelle funzioni sacre, ecc., e perfino il diritto di mangiare a vita a spese dello stato nel Pritaneo.

Gli atleti spartani furono un esempio per il resto del mondo greco. Tra il 720 e il 576 a.C., da Sparta vennero 56 su 71 vincitori Olimpici conosciuti. Nella prestigiosa corsa sulla distanza di uno stadio, su 36 vincitori di cui si ha notizia, ben 21 erano spartani. Olimpia e le sue feste vennero a lungo utilizzati come propaganda per dimostrare a tutti la loro superiorità. Era infatti nota l’ossessione degli spartani per la perfezione fisica del corpo, tanto che a Sparta uomini e anziani danzavano completamente nudi nella piazza del mercato per colpire i visitatori con l’armonia delle loro forme. Il lungo ed elaborato addestramento alla tecnica di guerra della “falange”, contribuiva in modo determinante alla loro prestanza fisica: si sa che i bambini scelti per farne parte, venivano tolti alla madre all’età di 7 anni, vivevano in una guarnigione sino a 30 anni e potevano essere chiamati sotto le armi sino ai 60. Questa loro ossessione però, li portò col tempo ad essere isolati dagli altri cittadini greci, e perfino derisi, tanto che alla fine del VI sec. cessarono di partecipare alle Olimpiadi.

Dopo il periodo di crescita dell’VIII e VII sec.a.C. e quello di splendore del V sec.a.C., a partire dalla guerra del Peloponneso, i giochi vennero coinvolti sempre più nelle lotte fra le città greche e persero quindi il loro originario significato etico. In epoca romana troviamo fra i vincitori di gare Olimpiche ben tre imperatori: Tiberio vinse la quadriga nel 4 d.C., Nerone vinse addirittura sei gare, dopo aver fatto spostare l’edizione N°211 dal 65 al 67 d.C. (ma gli Elei si rifiutarono di iscriverlo nelle liste dei vincitori ufficiali); infine Germanico vinse la quadriga nella 199° Olimpiade. Dopo una temporanea rifioritura in età Adrianea, le Olimpiadi continuarono a declinare fino al 261 d.C., l’ultima data in cui abbiamo notizie della loro celebrazione, per un totale di 294 edizioni. Non ci è noto se i giochi continuarono a svolgersi in seguito, ma nel dicembre del 393 li abolì di fatto Teodosio, dopo una lettera di Sant’Ambrogio, ordinando formalmente che tutti i culti e i centri pagani venissero chiusi (l’imperatore, alcuni mesi prima, aveva soffocato nel sangue, nel circo di Tessalonica, una rivolta cristiana contro le crudeltà che vi si commettevano). Due anni dopo, Olimpia fu invasa e saccheggiata dai Goti. Nel 426 un editto di Teodosio II ordinò che tutti i templi pagani fossero abbattuti così che il fuoco e la distruzione terminarono “l’opera” dei barbari. La famosa statua d’oro e avorio scolpita da Fidia, venne trasportata dopo otto secoli a Costantinopoli, ma durante il viaggio fu distrutta da un incendio. Un ulteriore editto di Giustiniano un secolo dopo, due terremoti e lo straripamento del Cladeo e dell’Alfeo, stesero una pesante coltre di pietre e fango su ciò che era rimasto di Olimpia.

I giochi Olimpici dell’era moderna si aprirono ad Atene nel 1896: fautore della loro rinascita fu il barone Pierre de Coubertin, che affascinato dagli scavi archeologici compiuti ad Olimpia, si adoperò affinchè fossero ripristinati gli antichi fasti ellenici. Nel 1920 fu inaugurata la bandiera coi 5 anelli di colore diverso in rappresentanza dei 5 continenti: blu per l’Europa, giallo per l’Asia, nero per l’Africa, verde per l’Oceania e rosso per l’America, con il motto “Citius, Altius, Fortius” (Più veloce, Più in alto, Più forte).

Giovanni Spini

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