“Colorire alla sua maniera”. Cinquecentenario della morte di Bartolomeo Della Porta

Cinquecentenario della morte di Baccio Della Porta, Fra Bartolomeo
(Soffignano di Prato 1472 – Fiesole 1517)
La vita artistica, l’amore per Savonarola, l’amicizia con Raffaello a cui insegnò a “colorire alla sua maniera”.

 

di Enio Pecchioni

All’inizio del classicismo cinquecentesco, dopo le grandi influenze di Michelangelo, Leonardo e Raffaello, ebbe singolare importanza Fra’ Bartolommeo Della Porta.
Figlio di Paolo di Jacopo, un carrettiere e vetturale di Firenze d’origine genovese, visse dal 1478 e per molti anni nella casa fiorentina in Porta S. Petri Gattolini (Porta Romana) da cui prese il nome.

Fu allievo di Cosimo Rosselli ma studioso del Ghirlandaio, del Perugino e di Leonardo dal quale trasse intime suggestioni chiaroscurali.
Di lui scrive il Vasari «Era Baccio amato in Firenze per la virtù sua, che era assiduo al lavoro, quieto e buono di natura et assai timorato di Dio, e gli piaceva assai la vita quieta e fuggiva le pratiche viziose e molto gli dilettava le predicazioni, e cercava sempre le pratiche delle persone dotte e posate».

Bartolommeo nella bottega del Rosselli ebbe come condiscepoli Piero di Cosimo, Andrea Feltrini e Mariotto Albertinelli. Verso il 1490 abbandonò il maestro assieme all’Albertinelli, con il quale fece “compagnia” a sé. Nel frattempo fu affascinato dalla personalità di Frà Girolamo Savonarola e divenne “piagnone”, sciogliendo a sua volta il legame con Mariotto che invece era “pallesco arrabbiato”.

Scrive ancora il Vasari: “Continuando Baccio la udienza delle prediche sue (del Savonarola), per la devozione che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui e dimorava quasi continuamente in convento avendo anco con gli altri frati fatto amicizia”.
Egli fu tanto impressionato dalle prediche del Savonarola da partecipare al cosiddetto
“bruciamento delle vanità” in entrambi i casi in cui fu indetto in piazza della Signoria, nel 1496 e nel 1497. A causa degli strali savonaroliani contro l’amoralità della città, contro le “pitture lascive” e il rinato paganesimo dei neoplatonici, Bartolommeo arrivò a distruggere le sue stesse opere di soggetto non religioso, specialmente i molti disegni in cui comparivano “figure dipinte di uomini e donne ignude”.

Del 1497 è probabilmente il ritratto che egli fece del Savonarola, oggi conservato in S. Marco. Nel cimitero di Santa Maria Nuova affrescò magistralmente il Giudizio Universale, ma nel 1500 si fece frate e la sua attività subì una sosta.
La decisione di abbracciare l’abito monastico avvenne in seguito a un voto da lui fatto quando, temendo per la sua vita, rimase chiuso nel convento di S. Marco assediato dagli “arrabbiati”.

Il fatto storico che turbò l’animo di Bartolommeo si svolse la sera della Domenica delle Palme del 1498, quando la campana chiamata “la piagnona” suonò invano a martello per radunare i seguaci del Savonarola e i nemici “palleschi” dettero fuoco al portone di San Marco, presero d’assalto il convento, catturarono il Savonarola che venne trascinato fuori insieme a Fra Domenico Buonvicini per esser portati a lume ditorce portati in Palazzo Vecchio.

Ripresa l’attività pittorica nel 1504, il Della Porta eseguì L’Apparizione della Vergine a S. Bernardo, oggi agli Uffizi. Del 1511 è lo Sposalizio di Santa Caterina, al Louvre; nel 1512 dipinse un altro sposalizio, più ampio e grandioso, lo Sposalizio di Santa Caterina per il convento di San Marco custodito a Palazzo Pitti. In quell’anno realizzà anche una Madonna della Misericordia a Lucca, ed una Pietà e un Gesù Resuscitato ancora a Pitti.
Ammalato, si ritirò nel Conventino della Maddalena a Pian di Mugnone ove morì nel 1517.


OPERE NELL’ORATORIO DELLA MADDALENA IN PIAN DI MUGNONE

L’Oratorio di Santa Maria Maddalena in Pian di Mugnone alle Caldine di Fiesole, meglio conosciuto come Conventino, fu fatto edificare su disegno di Michelozzo da Andrea di Cresci da Montereggi, a partire dal 1464. La costruzione fu eretta su uno spedaletto del 1385 che accoglieva i pellegrini che transitavano lungo la strada Faentina. Tracce di questa primitiva struttura sono identificabili in alcuni locali che fungono da scantinato all’attuale convento. Nel 1482 il nuovo edificio fu donato da Andrea di Cresci ai Frati di San Marco che lo ridussero a Ospizio per i colleghi più vecchi.

Qui al Conventino dimorò e operò fino alla sua morte il frate domenicano Bartolommeo della Porta, lasciando più opere nel luogo.
Nella chiesa, sul primo altare a destra entrando, si trova un lunetta dipinta a fresco che rappresenta l’Annunciazione. Nello scenario dell’affresco la Vergine, all’apparire dell’angelo, interrompe la sua lettura e si volge guardando in basso, tenendo la mano sinistra sul petto; ha il pollice e l’indice della mano destra tra le pagine di un piccolo libro aperto, appoggiato ad un inginocchiatoio coperto dal panno rosso, mentre un manto viola scende dal capo della Madonna.

L’angelo genuflesso, voltato di profilo, alza la mano destra in atto benedicente e reca nella sinistra un ramo di gigli bianchi. Indossa una tunica verde cangiante in bianco; il manto gonfio dal vento per il volo compiuto presenta varie gradazioni di colore dal giallo al bianco, mentre le ombre sono di un rosso violaceo, mentre scende dall’alto la mistica colomba.
La conservazione dell’opera (nel 1969, nda) presenta stacchi di colore nel volto della Madonna e nel manto, scomparso totalmente il colore del vestito ed è appena visibile qualche traccia di tinta violetta originale. Al contrario, l’angelo è in buono stato di conservazione.

Uscendo dalla sagrestia per andare nel chiostro, su una parete troviamo l’affresco che rappresenta la mezza figura del Cristo in atto di portare la croce con veste rossa e aureola gialla croce-segnata di rosso.
Nella Cappella dell’Orto sopra l’unico altare c’è l’affresco del “noli me tangere”. La Maddalena si getta in ginocchio alla vista di Gesù e fa l’atto di toccarlo con la mano sinistra mentre posa la destra su un piccolo piedistallo dove è posato il vaso degli unguenti. È voltata di profilo, porta un velo bianco in testa e indossa una veste viola-pallido cangiante in giallo e manto rosso cangiante in rosa. Gesù, in piedi, fa l’atto di allontanare da sé Maddalena, ha il braccio destro e parte del corpo nudo e indossa un manto viola chiaro; tiene nella sinistra una zappa poiché, secondo i testi, la donna lo scambiò inizialmente per un giardiniere. Sul fondo un paese con piccole figure in distanza, forse la Madonna e due delle pie donne. In alto il monte Calvario. La pregevole opera è datata al 1517 l’anno della sua morte.

Infine, sopra una porta del chiostro si trova la lunetta dipinta a fresco dal maestro. Sono rappresentate le mezze figure di San Domenico e San Francesco in atto di abbracciarsi. Il fondo della lunetta è dipinto in bigio pietra, il contorno in giallo con tondi pure gialli segnati di rosso in alto e alle estremità. Lo stato di conservazione (1965) è pessimo ma rimane distinguibile la maniera di un grande artista. La composizione ricorda i due santi della lunetta in terracotta invetriata di Andrea della Robbia sotto il portico della loggia di San Paolo a Firenze (in Piazza Santa Maria Novella).


OPERE A PALAZZO PITTI

Nel museo di Palazzo Pitti si trova la Pietà, opera tarda di Frà Bartolomeo, lasciata incompiuta quando sopraggiunse la morte; il paesaggio sullo sfondo fu ridipinto da altra mano.
La pittura ci fa intendere chiaramente quanto Fra’ Bartolommeo si concentrasse sulle figure. I dolenti, che dimostrano la loro partecipazione in modi diversi, sono riassunti in una forma triangolare. Il pathos dei personaggi è contenuto nella pacata compostezza delle forme, la cui scultorea evidenza viene addolcita dalla vibrante delicatezza di un’atmosfera quasi crepuscolare. Nello stile forte e severo col quale Fra’ Bartolommeo tratta le figure si può scorgere una sorta di reazione al gusto narrativo della fine del Quattrocento.

Nel San Marco, sempre a Pitti (1514-16 ca.), la costruzione dei corpi dimostra l’attenzione rivolta dal Bartolommeo ai Profeti di Michelangelo della Cappella Sistina.
Nel 1504
il giovane Raffaello Sanzio si stabilì a Firenze, desideroso di studiare le novità di Leonardo e Michelangelo di cui gli era giunta eco. Qui strinse amicizia con alcuni artisti locali, tra cui lo stesso Fra Bartolommeo.
Vasari ricorda lo stretto legame tra i due: “(Raffaello) insegnò i termini della prospettiva a fra’ Bartolommeo; perche, essendo Raffaello volonteroso di colorire nella maniera del frate e piacendogli il maneggiare i colori e lo unir suo, co lui di continuo stava”.

Le influenze tra i due pittori sono evidenti e sicuramente gli scambi furono reciproci: la pittura di Fra’ Bartolommeo fu oggetto da parte di Raffaello di un lento e sorvegliatissimo processo di assimilazione. Raffaello apprese da Bartolommeo una rinnovata e posata monumentalità, visibile in opere come la Trinità e Santi a San severo di Perugia, che recuperava lo schema del Giudizio Universale di Fra Bartolommeo; il frate a sua volta restò influenzato dalla misura classica di Raffaello, dal suo colorire ardente ed elegante, e dall’equilibrio della composizione, esaltando la rappresentazione della luce e i suoi effetti sulle forme ed il movimento. Come quando, sotto baldacchini d’ispirazione raffaellesca, indulge a un certo gusto per la teatralità (vedi lo Sposalizio di Santa Caterina a Pitti).


Nel Gesù risorto fra gli Evangelisti (1516) abbiamo uno dei capolavori del pittore domenicano.
Nel dipinto Gesù che risorge, si trova su un piedistallo davanti a una severa architettura a nicchie, simile ad una statua dall’ampio gesto.
Tale è la nuova solenne immagine di culto che veniva posta nella stanza, per così dire alla stregua di una scultura, per la preghiera e l’adorazione.

EP

Nota dell’autore. Si tratta di una ricerca che scrissi negli anni ’60 del secolo scorso attingendo ai vari libri d’arte trovati in Biblioteca a Fiesole. Non fu inserito nella mia Storia di Fiesole perche il Della Porta era fiorentino e dunque in quel lavoro preferii ricordare Giovan Angelo Montorsoli, della parrocchia fiesolana di San Lorenzo a Basciano. Quest’anno che ricorre il cinquecentenario della morte di Bartolommeo, molto probabilmente come è successo per altri grandi sarà trascurato dai più; lo ricordo alla mia maniera in questo semplice tracciato con il rispetto e l’ammirazione dovuta ad un grande artista.

Enio Pecchioni, Febbraio 2017

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