Adria e Spina, archeologia e storia alle foci del Po

di Giovanni Spini

Solo alla metà del II sec.a.C., quando l’organizzazione romana del territorio padano si era ormai consolidata, lo scrittore greco Polibio (200 – 120 a.C. circa) ci trasmette la prima descrizione scientifica della pianura e del delta del Po. Lo storico romano Livio, un secolo dopo, è al contrario nebuloso e poco chiaro nel definire luoghi e itinerari, citandoli solo in conseguenza di eventi militari. Fa eccezione il litorale padano-veneto, con i suoi centri di frequentazione greca più importanti: Adria e Spina.
Le fonti scritte che riguardano il nome Adria sono numerosissime. Già all’inizio del V sec.a.C. Ecateo di Mileto, riportato da Stefano di Bisanzio, grammatico del VI secolo, ne fa menzione. Teopompo, storico del IV sec.a.C., vissuto alla corte di Filippo di Macedonia, fa derivare il nome da Adrìa, padre di Ionio illirico e fondatore della città. Per altri il fondatore fu Diomede, eroe acheo di omerica memoria. I romani la chiamarono Atria da non confondersi con Hatria, l’odierna Atri nel Piceno. L’origine etimologica si fa risalire, generalmente, all’alfabeto illirico.

Anticamente, per i greci, tutto l’Adriatico era detto Ionio, ma già ai tempi del su citato Teopompo, si faceva distinzione tra la zona meridionale e la parte veneta (dai primi rami del delta del Po in sù) che veniva chiamata Adrias, confermando l’importanza della città e del fiume eponimo. Tutto il mare, di lì a poco, prenderà il nome di Adriatico, mentre il fiume, in epoca romana, diventerà Tartarus, l’odierno Tartaro-Canal Bianco, canale che si collegga al Po di levante, il ramo padano isolato dalla corrente principale ad opera dei veneziani fra il 1599 e il 1604. Nel 1938 un ramo del Canal Bianco, navigabile, fu inalveato a sud della città.
Adria è situata oggi a circa 25 km. dal mare, mentre l’antica città sorgeva, si suppone, a una distanza di circa 12 km., anche se alcuni studiosi propendono per una maggiore antichità rispetto alla ben più famosa Spina, e che, di conseguenza, la linea di costa fosse più arretrata ed avesse, nella sua prima fase di vita, un porto sul mare. Più probabilmente, essa sorgeva all’interno di vaste lagune chiuse da un lido che si estendeva, come ci ricorda Plinio il Vecchio, da Ariano fin quasi alla laguna di Venezia. Questo territorio fa oggi parte del Polesine, la cui origine etimologica si fa risalire a Policinum, Polesinum, riferito a giovani terre emerse dalle acque del Po o terre di più isole, che iniziarono a configurarsi dopo i dissesti idrogeologici avvenuti nel Medioevo, risolti in parte dalle bonifiche estensi e veneziane.

L’esistenza del porto di Adria, nobilis come lo definisce lo stesso Plinio in Atrianorum paludes quae Septem Maria appellantur, è confermata dal numeroso materiale archeologico importato dalla Grecia e dall’oriente in genere. Anticamente doveva essere uno dei maggiori porti dell’Adriatico settentrionale, insieme a quelli di Spina e del Timavo*, porti che perderanno le loro prerogative, in età romana, a favore di Altino e Aquileia. La costa, infatti, come la definisce Livio importuosa italica litora, essendo battuta dai forti venti di scirocco e di bora e soggetta ai continui mutamenti dell’alveo del Po, non era certo la più adatta ad ospitare porti per lunghi periodi di tempo. Tuttavia, la scelta di luoghi per una stabile dimora, rispondeva ad un particolare piano legato al commercio e all’economia in rapporto alle più favorevoli condizioni ambientali: fiumi attivi e fasce dossive rilevate rappresentavano infatti gli unici elementi sicuri in un territorio particolarmente instabile e governato da esili equilibri naturali. E le paludes citate da Plinio non devono trarre in inganno, perchè si trattava in realtà di acque correnti, tra cui il paleoalveo del Po detto Filistina e il Tartaro-Canal Bianco che giungevano fino a Adria, alle quali possiamo aggiungere le idrografie del Basso Veronese che la collegavano con la Valle dell’Adige.
A parte le poche testimonianze archeologiche afferenti il periodo più antico di Adria (media età del Bronzo), possiamo distinguere più fasi della sua formazione, che fino all’epoca romana sono simili a quelle di Spina.

La fase paleoveneta. Il più strenuo sostenitore della veneticità di Adria su basi archeologiche fu il Ghirlandini, che vide, nelle palafitte, un uso comune a Veneti e adriesi. Le capanne sorgevano su grossi pali verticali di rovere e avevano un impiantito di travi e tavole, costruzioni comuni anche a Spina e Ravenna, ma soprattutto, peculiare dei Veneti che le adotteranno fino in età romana e le riprodurranno a Venezia. Le pareti e il tetto erano di argilla spalmata su canne, il focolare di argilla battuta e cotta così da formare dei tavoloni. I ritrovamenti archeologici che riguardano questa antica fase della città non sono numerosi: si tratta per lo più di rozze ceramiche rappresentate da vasi zonati rossoneri, o a forma di bicchiere quasi cilindrico, oppure ancora vasi di forma ollare o biconica. Ma non mancano oggetti di discreta fattura, come lamine di metallo finemente incise appartenenti a situle, o bronzetti e palette votive che accomunano le genti di Padova ed Este.

La fase di influenza greca. Adria fu raggiunta dal commercio greco già nella prima metà del VI sec. a.C. Lo testimoniano le ceramiche attiche a vernice nera** provenienti da Atene e da Rodi, databili al 570/560 a.C. Ma nella seconda metà del V sec.a.C., la ceramica attica diminuisce, mentre trionfa invece a Spina e a Felsina (Bologna) con grandiosi esemplari. Adria avrebbe quindi subito la concorrenza di Spina che la sostituì anche come centro di rifornimento dall’entroterra. Il condizionale è d’obbligo essendo molto controversa la priorità di nascita e di sviluppo dei due grandi centri commerciali. Si tratterebbe, comunque, di poche decine di anni.

Il materiale greco che giungeva, in un primo tempo, abbondantemente, testimonia un commercio che poteva essere costituito, in cambio, dai famosi cavalli dei Veneti, dai prodotti agricoli della sua pianura la cui fertilità è celebrata da Ecateo, ed anche dall’ambra del Baltico che ci richiama mitologicamente alle rilucenti lacrime delle Eliadi, sorelle di Fetonte, lungo le rive dell’Eridano (Po).
All’inizio del IV sec.a.C., l’egemonia commerciale ateniese va declinando e ad essa cerca di sostituirsi quella siceliota. Gli etruschi sono in decadenza, Dionisio di Siracusa si allea coi Galli per contrastarli. Alcuni studiosi ipotizzano addirittura una rinascita di Adria operata da Filisto, generale siracusano, come testominierebbe la fossa Filistina nei pressi della città, nome che ha lasciato nella regione tanti suoi derivati. La pochezza dei reperti sicelioti ritrovati, lascia però molti dubbi su questa ricolonizzazione proveniente dalla Magna Grecia.

La fase etrusca. Lo storico Livio, dopo aver magnificato la potenza raggiunta dagli etruschi in terra e in mare, afferma che ab Atria, Tuscorum colonia, vocavere Italicae gentes. Dunque, Adria città dei “Tusci”. Plinio la chiama oppidum Tuscorum, Varrone e Paolo Festo fanno addirittura derivare l’atrio, un genere di ambiente creato per la prima volta ad Atria. Tutte queste fonti dicono Adria città etrusca, ma non ne attribuiscono le origini al popolo etrusco. Si suppone, quindi, che vi fosse un insediamento etrusco accanto ai veneti, gruppo etnico fondamentale, e ai pochi greci che occupavano il loro fondaco. Furono loro che, probabilmente, dettero consistenza al nucleo urbano di Adria, la ressero politicamente, vi introdussero la scrittura, l’inumazione, ne migliorarono con opere idrauliche il terreno e fecero del suo porto, il più settentrionale dell’Adriatico, un centro commerciale di prim’ordine. Tuttavia, secondo altri, il materiale etrusco ed etruscoide ritrovato rivelerebbe, anche più completamente che a Spina, l’influenza greca. I reperti sono abbastanza consistenti numericamente, ma manca quasi del tutto la ceramica dipinta, il che indicherebbe solamente dei contatti.  Ma nella ricca tomba di Borsea, ribadiscono i filoetruschi, si è ritrovato un intero servizio bronzeo etrusco da attribuirsi al V sec.a.C. L’esistenza di semplici oggetti d’uso domestico sarebbe un importante documento, non solo del commercio, ma di una significativa presenza etrusca in loco. A mio parere la verità, come spesso accade, sta nel mezzo. La ricerca di uno sbocco commerciale sull’Adriatico, sicuramente passando da Felsina, non può aver avuto come primo approdo altri che Spina, molto più vicina di Adria, raggiunta in seguito, perchè già operante in ambito greco, e questo spiegherebbe sia la rarità della ceramica dipinta etrusca, sia la presenza di vasellame da cucina appartenente al secolo successivo al ritrovamento delle più antiche ceramiche greche.

Per quanto riguarda gli oggeti di bronzo, il materiale rinvenuto è piuttosto cospicuo: figurine, resti di specchi, candelabri, vasi e utensili vari. Gli antichi studiosi di Adria ne ricordano “gran quantità”, “cumuli”, ecc. e raccontano che, oltre a varie altre personalità, ne furono venduti molti ai Grimani, i Patriarchi di Aquileia del 1500 che li portarono a Venezia nelle loro collezioni. Dalla fine del VI sec.a.C. fino al IV, Adria ci risulta, nel suo complesso, un fiorente centro culturale greco-etrusco in sinergia con la popolazione veneta.

Museo archeologico di Adria, vasi in pasta vitrea.

La fase di influenza gallica. I Galli, a giudicare dalla documentazione archeologica, giunsero a Adria verso la metà del IV sec.a.C. Furono probabilmente i Boi, i conquistatori di Felsina, anche se alcuni studiosi propendono per i Cenomani, che abitavano ai confini dei Veneti verso occidente, subito oltre Verona.

La presenza celtica è testimoniata dalle necropoli le cui tombe si trovano ad una profondità variabile tra mt. 1,50 e mt. 2,50, immerse nel tivaro, un’argilla compatta, untuosa, dovuta alle alluvioni del Po. Sono in netta prevalenza a inumazione, ma non manca l’uso della cremazione. Non c’è traccia di cassa lignea, probabilmente i corpi venivano deposti avvolti in lenzuoli. I resti scheletrici sono mal conservati, ma è quasi costante la disposizione nordovest sudest, come a Spina. Si tratta in genere di tombe con abbondante corredo che comprende una ventina di pezzi, ma alcune arrivano a 70-80. All’abbondanza del materiale non corrisponde, purtroppo, la ricchezza; i pezzi di pregio dal punto di vista artistico sono infatti pochi. I vasi fittili, che costituiscono la quasi totalità del corredo, sono per lo più modesti prodotti locali fatti di argilla molto friabile che mal si presta ad essere verniciata. La pittura, stesa a grosse pennellate nere, spesso troppo diluita, dà vita a grandi teste di donna di profilo fra motivi vegetali, più o meno stilizzati. Tipici prodotti celtici, se pur ritrovati in rari esemplari, sono i torques o anelli serpeggianti, le fibule a disco, i braccialetti di vetro. Importante il ritrovamento, tra le tombe di inumati del Canal Bianco, di un carro sepolto con i due cavalli da tiro e un terzo più piccolo e snello posto all’altezza del carro. L’uso di seppellire i cavalli, evidentemente offerti in sacrificio alla morte dei loro padroni, collegato a un significato mitologico o sacro che l’animale ebbe presso molti popoli, si ritrova non di rado. Non conosciamo purtroppo a chi sia appartenuta la singolare deposizione, ma rimane un significativo documento di un’usanza delle genti celtiche, da queste probabilmente importata in Italia.

foto tratta da smppolesine.it.


La fase romana.
Abbiamo visto come Adria, in epoca etrusca, decada prima di Spina, ma a differenza della rivale commerciale, continuerà la sua “vita” con l’occupazione romana che investe, nel II sec.a.C., tutto il territorio Cisalpino. Il documento che lo attesta è un miliario in cui si legge che fu posto dal console Publius Popillius Lemas per indicare l’arrivo in città della via da lui detta Popillia e la distanza dal luogo di partenza: 81 miglia -120 km- da Rimini. In questo modo, attraverso la via Flaminia, Adria risultava congiunta con Roma, e pochi anni dopo, nel 128 a.C., Titus Annius Rufus vi farà partire la via Annia che la collegherà con Padova e, attraverso Altino, raggiungerà Aquileia, avamposto contro i barbari a difesa del confine orientale. Ma è fra tutte particolarmente evidente un’altra grande strada romana, convenzionalmente chiamata “via di Villadose”, che passa per le immediate vicinanze del centro polesano. Questo rettifilo, che da Buso (RO) arriva a Monsole (VE), incrociandosi con l’Annia e innestandosi nella Popillia, è ben visibile per certi tratti anche in superficie. Esso rappresenta il decumano massimo della centuriazione a nord del Po, concepita con l’intento di bonificare il suolo e controllare il sistema idrico dell’area. Non senza tener conto, aggiungerei, di una precedente parziale centuriazione effettuata in epoca etrusca.

Sappiamo inoltre che Adria fu municipium, da due iscrizioni ivi ritrovate che presentano le lettere M.A., abbreviazione di M(unicipium) A(triae) e che i suoi cittadini erano iscritti alla tribù Camilia. Un’iscrizione funeraria testimonia che esisteva un collegium nautarum, corporazione di gente di mare, nella quale viene ricordato Q. Titius Severus che fece il sepolcro al padre Sertorianus e lasciò quattrocento sesterzi per l’acquisto di rose e di cibi da collocare ogni anno sulla tomba, affidandoli, appunto, al collegium nautarum di Adria. Dell’abitato non si ha notizia, probabilmente rimane sotto l’odierna città, dove sporadicamente sono stati ritrovati tratti di mosaici a tessere bianche e nere con decorazioni geometriche, risalenti al I-II secolo. Rimane la memoria di un teatro, noto da un rilievo fatto nel 1662 e riprodotto da Ottavio Bocchi che evidenzia delle esili mura radiali, indicative di probabili gradinate in legno come, si suppone, dovesse essere costituita quasi tutta la città romana. Nelle pochissime iscrizioni sacre è testimoniato il culto di Giove Dolicheno e quello dedicato al Genio Sociale, la divinità protettrice di Adria.

Poche le stele ritrovate, ma la vera ricchezza della città lagunare sono i vetri, per lo più del I secolo, usciti intatti dalle tombe a cremazione, che documentano l’esistenza di fabbriche di ottimo livello artistico. Di buona fattura anche la produzione bronzistica, di secolare tradizione, numerosa anche in epoca romana. Quasi tutto il materiale non supera il I sec.d.C., mentre le monete arrivano fino al IV, ma già nel II la città doveva essere in piena decadenza. Il traffico fluviale viene assorbito da Ravenna, divenuta con Augusto sede della flotta imperiale. Gli antichi itinerari, secondo la Tabula Peutingeriana (una carta geografica di metà IV secolo con itinerari illustrati), ignoreranno Adria e il suo porto cesserà completamente la sua funzione. É interessante notare, ad ogni modo, la sopravvivenza della denominazione VII Maria (i Sette Mari) attribuita da Plinio alle antiche lagune adrianesi. Si tratterebbe, secondo le ultime ricerche archeologiche, di una delle mansiones, stazioni di posta romane situate lungo la via Popillia.

*Il porto alle foci del Timavo è ricordato da Strabone che vi colloca anche un santuario dedicato a Diomede. La zona della foce è inoltre connessa, nell’Eneide di Virgilio, con la saga degli Argonauti. Anche Livio ricorda il lacus Timavi presso il quale pone l’accampamento il console Manlio Vulsone quando muove da Aquileia contro l’Istria. Infine, a conferma del culto del dio fiume in età romana, fu trovata a metà degli anni sessanta ad Aquileia, una piccola ara votiva dedicata al Timavo.

**Sul fondo rosso della terracotta si coprono interamente le sagome di vernice nera, mentre i particolari sono disegnati per incisione. Al contrario, nella tecnica a vernice rossa, che si affermerà successivamente, si dipingono il fondo e i contorni delle sagome con vernice nera, sottolineando i particolari interni con esili pennelli. È, quest’ultima, la tecnica più apprezzata e di maggior resa plastica e figurativa.


Spina pre-etrusca. Dopo la scoperta, avvenuta novant’anni fa (aprile 1922) per lavori di bonifica, della necropoli di Valle Trebba, a cui seguì nel 1954 quella di Valle Pega, situate a 6 km da Comacchio, gli apporti archeologici e topografici si unirono alle antiche fonti letterarie, acquisendo una quantità eccezionale di precisazioni e conferme trasmesse dagli eruditi greci e romani, basi di partenza per la ricostruzione storica collegata ad eventi generali dell’Italia preromana. Va detto che il problema delle origini del centro alla foce del Po rimane pur sempre affidato alle sole e semileggendarie indicazioni contenute nei testi dei vecchi autori. Dionigi di Alicarnasso la chiamò “Pelasga” e racconta che Diomede, una volta arrivato alle foci del Po dopo esser partito da Troia, andò a fondare Adria lasciando un gruppo di compagni di viaggio a Spina: “…e costruirono mura per proteggere le merci che avevano e le cose necessarie per vivere. Una parte di loro tornò in Grecia, mentre gli altri costruirono una città su un’isola a forma di nave che chiamarono Spina, cioè nave.”; di origine “tessalica” si legge in Diodoro Siculo; “Diomedea” la dice invece Plinio il Vecchio, concordando con Dionigi di Alicarnasso. Come si vede, Spina fu inserita nelle nebulose vicende della protostoria mediterranea, quali la diaspora degli Etrusco-Pelasgi e la presunta navigazione dei paleogreci. Altre fonti, alle quali si aggiungono alcuni ritrovamenti archeologici, sottolineano l’ambiente “umbro” collegato con Spina, autorizzando a sospettare un nucleo indigeno di tal genere. Alla luce delle attuali conoscenze possiamo affermare con (sempre e doverosa) relativa sicurezza che le origini della città, situata in base a rilievi aerofotografici nell’area antistante le necropoli di Valle Trebba e Valle Pega, non si discostano da quelle di Adria: un primitivo nucleo di paleoveneti a cui fece seguito un insediamento etrusco con funzione di emporio commerciale strategico. La posizione si prestava, infatti, sia all’importante scambio con il mondo greco, da poco approdato nell’alto Adriatico, sia coi popoli del nord, celti e illirici. Qui convergevano la via dell’ambra, quella del sale*, quella dei metalli (cfr. “Firenze Etrusca” pg.13) ed ovviamente quella culturale e artistica proveniente dall’Ellade. Qui gli etruschi applicarono le risorse della loro scienza idraulica per mantenere efficiente il contatto di Spina con il mare e con l’entroterra padano, anche in funzione transappenninica.

Il periodo greco-etrusco. Correggendo la veduta prospettica del nazionalismo ellenico ed escludendo una colonia greca vera e propria alle foci del Po, l’interpretazione storica ci indica due manifestazioni di potenza per cui Spina era stata famosa: la “talassocrazia” (dominio dei mari) e la costruzione di un Tesoro spinetico a Delfi (sede dell’Oracolo di Apollo), formato con le decime dei guadagni commerciali. Scrive infatti Strabone: “A Delfi si mostra il tesoro degli Spineti, e molte cose si raccontano su ciò che fu il loro potere per mare (…) all’interno dei tesori ci sono offerte derivate dai proventi delle scorrerie che riportano delle iscrizioni, fra cui il nome dei dedicanti -Gli Spineti che abitano presso l’Adriatico-.” Fu, quest’ultimo, un riconoscimento con cui le comunità greche legate al santuario della Focide, ricambiarono la preziosa funzione del centro etrusco dove risiedeva, sicuramente con particolari privilegi, un cospicuo nucleo di commercianti greci. Ne abbiamo conferma inconfutabile dai nomi attici graffiti sulle ceramiche dei corredi sepolcrali, numerosissimi, per cui si può affermare che l’aspetto culturale più importante di Spina è quello greco. Le tombe ritrovate nelle due valli deltizie sono più di 5mila, una situazione particolare ed unica in tutta l’Etruria, non tanto per la quantità del materiale rinvenuto, quanto perchè tutti i corredi sepolcrali spinetici furono raccolti in un unico museo, quello di Ferrara, collocazione che permise lo studio dei reperti nel loro insieme con immediati termini di confronto. L’esame delle ceramiche, in particolare, ci ha permesso di datare, almeno fino ad ora, il più antico contatto con l’arte greca tra il 530 e il 525 a.C. Ciò non significa che Spina non fosse stata raggiunta prima dall’irradiamento etrusco verso il norditalia e questo è ancor oggi motivo di discussione tra gli accademici che si dividono tra la vetustà spinetica e quella adriese. Io credo che la città veneta sia semplicemente stata “scoperta” prima dal mondo greco, come ci attesta il nome del Mare Adriatico, ma che l’importanza di Spina, a parte la sua origine più o meno concomitante, sia di gran lunga superiore. E che la città fosse indubbiamente un insediamento etrusco lo dimostra il ritrovamento di una pietra di confine del IV-III sec.a.C., sulla quale è inciso in etrusco “mi tular”, io sono il confine. É da rilevare, inoltre, che le iscrizioni greche di Spina non contengono nomi di persona femminili, il che fa pensare che i greci rimanessero per poco tempo a Spina e quindi il ricambio fosse frequente.

La disposizione delle tombe segue il cordone di paleodune prospiciente l’antica linea di costa, con orientamento nordovest – sudest. Si tratta in maggioranza di inumazioni di un unico defunto, raramente due, con la testa rivolta a nordovest, ma sono presenti anche molte incinerazioni. La disposizione del corredo funerario è variabile: a volte è in parte o completamente sia all’interno che all’esterno del cinerario, a volte è contenuto insieme all’urna all’interno di una cassa di legno. I corredi riguardano vasellame di uso comune, utensili da cucina, candelabri, sgabelli, balsamari e unguentari; frequenti sono pure gli oggetti scaramantici o destinati ad aiutare il morto nell’Aldilà, come astragali in funzione di dadi, l’aes rude destinato a Caronte per il traghetto dell’anima, protomi femminili rappresentanti divinità. Quasi del tutto assenti le armi di qualsiasi tipo, a conferma del carattere esclusivamente commerciale di Spina.

Dopo la ceramica, sono certamente i bronzi quelli che meritano la maggiore considerazione. Non bisogna dimenticare che si tratta, come per Adria, di prodotti etruschi essenzialmente decorativi: cimase di candelabri, tripodi, anse di grandi vasi decorate con figure che tentano, con risultati mediocri, di imitare la perfezione armoniosa delle forme greche.
Un discorso a parte meritano invece i prodotti di oreficeria. Orecchini, in primis, ma anche diademi aurei decorati da protomi sileniche alternate con rosette oppure teste di Gorgone con alette. Il tutto corredato con la tipica tecnica di granulazione, vanto indiscusso dell’artigianato etrusco, patrimonio già fiorente in età arcaica (dal VII sec.a.C. in poi). E ancora oggetti d’argento, se pur rari, e gioielli d’ambra di singolare raffinatezza.
La scoperta di una situla di tipo villanoviano, di situle di tipo atestino e di alcuni frammenti di cinturoni decorati e di altri bronzi decorativi con anelli e catene che ci ricordano oggetti di corredi piceni, attestano, in origine, lo sviluppo di una civiltà costiera con proprie caratteristiche, genti indubbiamente non raffinate, più facilmente disposte a ricevere e a diffondere i prodotti dell’arte greca che ad elaborarli, ma che con l’arrivo degli etruschi, soprattutto dalla seconda metà del V secolo in poi, riusciranno a generare prodotti (ceramici ovviamente) di indubbia valenza artistica. Senza eguagliare mai, però, la grandiosità dei vasi decorati da insigni ceramisti greci, di cui neppure nella madre patria restano testimonianze tanto importanti e numerose, a conferma che gran parte dell’industria artistica era destinata all’esportazione e che anzi i prodotti migliori erano stati creati per quello scopo. Spina diventa così il più importante centro della grecità periferica dell’epoca classica, accanto alla Magna Grecia e alla Sicilia.

L’emporio spinetico, dopo esser diventato il principale porto dell’Adriatico, decadde definitivamente a causa del progressivo interramento dovuto ai depositi fluviali (lo Pseudo Scilace nel IV sec.a.C. la colloca a 20 stadi -3,5 km- dalla costa, mentre Strabone nel I d.C. a 90 stadi -15 km-) e all’occupazione gallica del III sec.a.C., come ci riferisce Dionigi di Alicarnasso. “Mentre si attua il processo di romanizzazione della Cispadania, negli ultimi due secoli della Repubblica -scrive A. M. Visser- il delta rimane appartato. La centuriazione si ferma sull’orlo delle boscaglie e delle paludi, che si perdono nella bassa pianura invasa dai rami deltizi del Po, rifugio e retaggio delle ultime e rade popolazioni celtiche, rimaste pressochè indisturbate fino alle soglie dell’Impero. Poteva capitare d’imbattersi, come narrano gli scrittori, in genti che parlavano incomprensibili dialetti gallici ancora nell’età di Cesare e di Augusto.”

Secondo la testimonianza di Strabone, che sembra risalire ad una fonte degli inizi del I sec.a.C., Spina è ridotta all’epoca ad un languente villaggio, mentre viene definitivamente menzionata nell’elenco delle città scomparse da Plinio il Vecchio. Rimane solo una leggenda che fino allla fine dell’800 si raccontava dalle parti di Comacchio: “Migliaia di anni fa esisteva la bellissima, ricchissima e pacifica città etrusca di Spina. La sua potenza e la sua fama erano note a tutti i luoghi allora conosciuti. Merito di tanta prosperità era del Ragno d’Oro, talismano magico e potentissimo posto sulla porta d’ingresso della città che aveva il compito di proteggere. Ma la ricchezza e la bellezza di Spina erano tali, che scatenarono perfino l’invidia del Mare, il quale cercò più volte di invaderla, la potente magia del Ragno d’Oro, però, riuscì sempre a respingerlo. Ma il Mare non si arrese e, dopo giorni di furibonde tempeste, riuscì ad aprire una breccia nella ragnatela che il Ragno aveva messo a protezione della città, e la invase. Spina, con tutti i suoi abitanti e il Ragno d’Oro sprofondarono nella palude. Ed è lì, che secondo la leggenda, Spina continua a vivere.”
Per più di duemila anni la sua esatta ubicazione rimarrà un mistero irrisolto, finchè un giorno di primavera del 1922…

*Nel santuario extraurbano della Cavallara, l’unico finora noto, vi si venerava, oltre al probabile Tinia (Giove romano), l’Hercle etrusco, patrono delle bonifiche e legato alla produzione del sale.

Giovanni Spini

Museo archeologico di SPina, foto tratta da panoramio.com

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